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Welcome To Galvania è l’album della rinascita dei Puddle Of Mudd

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L’ultima volta che ho visto Wes Scantlin con i suoi Puddle Of Mudd, o quel che ne rimaneva, non mi era piaciuto per niente, per usare un eufemismo. Diciamo pure che me ne sono andato da quella serata a Trezzo nel marzo del 2016 con un umore nero e una sensazione di ‘tutto è perduto’ fresca della perdita di Scott Weiland, che ha risvegliato i fantasmi di altre cadute eccellenti come quella di Andrew Wood prima, di Kurt Cobain e di Layne Staley dopo. Una cupola di disperazione che ha gravato sulla mia testa e su quella dei fan di quel genere di musica che si è chiusa a serraglio sulle nostre gole con il suicidio di Chris Cornell nel maggio del 2017.

Male, molto male. Non mi era piaciuto come il pubblico aveva reagito all’evidente stato confusionale di Wes, arrabbiato e deluso per un’esibizione che sapeva di farsa, ma irrispettoso nei confronti di una sofferenza il cui unico sentimento che poteva generare è pietà umana. Di umano c’è stato poco in quella serata, e non vorrei dilungarmi sulle responsabilità dell’artista quando si parla di dipendenze da sostanze, dell’obbligo di andare in tour e delle ingerenze delle case discografiche. Se per passione o per costrizione della grande macchina commerciale, gli artisti in tour ci muoiono. Chi lentamente, chi meno. Deriso e insultato, quella serata karaoke di un Wes muto e quasi trasparente, si è chiusa con lui svenuto a terra, trascinato via dai suoi musicisti imbarazzati, sulle note di una “Blurry” morente come la sua carriera e chissà. Era il 2016 e con vergogna ricordo di avere pensato che Wes Scantlin il 2017 non lo avrebbe visto.

Con questi sentimenti di timore accolgo “Welcome To Galvania“, il nuovo album dei Puddle Of Mudd. Volete sapere com’è? E’ un bella storia umana. Da un paio di anni riceviamo notizie di un percorso di riabilitazione del frontman e il nuovo disco è a tutti gli effetti il capitolo finale di una storia di rinascita e redenzione. Volete anche sapere come suona, se è all’altezza dei primi due album o se si avvicina più alla trascurabile produzione che è venuta dopo? E’ importante?  Comunque ve lo dico, e ve lo dirò pure in maniera oggettiva per rispetto a Scantlin che è tornato ad essere a tutti gli effetti, un musicista.

Il settimo full-length della band, considerato l’ep di esordio “Abrasive” e l’album di cover “Re: (disc)Overed”, non è niente di nuovo ma funziona. Toglie la ruggine con l’energia di “You Don’t Know” che risulta un po’ incompleta e abbozzata ma regala subito buone notizie. Wes canta, quasi come una volta. Il riff è bello e potente. Ci sono altri pezzi che hanno la stessa carica a sono più completi, lavorati. “Go To Hell”, “Diseased Almost” e soprattutto la migliore del lotto, “Sunshine”, che quasi rimarca i fasti del buonissimo e coraggioso seguito dell’esordio “Come Clean”, “Life on Display”. Il singolo di lancio “Uh Oh” ci aveva preoccupato un po’, allarme del fatto che Wes continuasse il suo rapporto morboso con il rock radiofonico, ma che per fortuna rimane episodio isolato e se vogliamo dirla tutta, funziona. Ve ne accorgerete quando continuerete a canticchiarla assiduamente ben oltre il tempo di ascolto. Poi le ballate, naturalmente. Altro contesto al quale i Puddle Of Mudd ci hanno abituati nella seconda parte della loro discografia. Quando si esaurisce la rabbia, la ballata prende il sopravvento. E in “Welcome To Galvania” l’obolo è pagato in maniera massiccia. “My Kind Of Crazy”, leggera e melensa ma che non appesantisce l’ascolto. Nessuna delle ballate lo fa. Non lo fa “Time Of Our Life” e nemmeno la finale “Slide Away”. Come la migliore di tutte, la piacevole “Just Tell Me”, nostalgicamente romantica.

L’album della rinascita di Wes è uscito in sordina, e non poteva essere altrimenti. E’ leggero e scorre con una facilità un po’ colpevole, visti i trascorsi e visto il genere che suona. Ma è vivo ed è un miracolo. Wes nei primi anni del 2000 aveva sulle spalle l’eredità di Kurt Cobain, oggi è facile dimenticarselo, ma io ricordo. Su di lui erano poggiate le speranze di milioni di ragazzi. Il fatto che sia riuscito a rimettersi in piedi è un’oasi di colore in un deserto di dolori e abbandoni. Questa è forse un’altra aspettativa che si sostituisce a quella vecchia, e forse è vero che questi artisti non hanno mai pace in questo senso. Per questo ci vuole rispetto. Non voglio sentire più fischi per Wes Scantlin, o mi arrabbio.

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