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The Heavy Countdown #49: Rolo Tomassi, Turnstile, Thornhill, Cyclamen

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Rolo Tomassi – Time Will Die And Love Will Bury It
Senza limiti e senza confini, dinamico, ma senza essere schizofrenico. “Time Will Die And Love Will Bury It” è il modo migliore che i Rolo Tomassi potessero trovare per coronare i loro dodici anni di carriera. I pezzi che compongono l’ultima fatica dei Nostri riescono a intersecarsi come per magia tra loro, e le transizioni di genere e tono all’interno dei brani stessi non sono mai state così fluide. Non solo mathcore, ma tanta voglia di sperimentare senza strafare (ascoltate “A Flood of Light”, tanto per citarne una, con la sua intro elettronica e la conseguente esplosione di rabbia, e capirete cosa sto cercando di spiegarvi a parole).

Turnstile – Time & Space
Ho letto ovunque di questo nuovo disco dei Turnstile. E ne ho letto ovunque molto bene. Infatti “Time & Space” offre il solito hardcore punk (o se preferite, retro-hardcore) trademark della band fin dagli inizi, con qualche concessione alla melodia e alla sperimentazione. Sia chiaro, i momenti di macello punk duro e puro ci sono (vedi “Big Smile”), ma “Time & Space” brilla quando la melodia prende le redini (“Moon” su tutte) o quando ci si butta nell’alternative rock, oppure quando si intermezza un pezzo e l’altro con strumentali simil-elevator music (“Disco”). Divertimento assoluto.

Thornhill – Butterfly
Se avessi scommesso sull’origine dei Thornhill, avrei sicuramente vinto. Infatti si sente lontano un chilometro che i Nostri appartengono alla scuola australiana (e guarda un po’, arrivano da Melbourne) e il loro alternative metalcore non può lasciarvi indifferenti. I primi due brani di “Butterfly”, “Sunflower” e “Parasite”, sono una vera e propria gioia per le orecchie, con la loro dinamicità e un buon gioco di stratificazioni. La trama però si ripete stancamente per i pezzi successivi, ma siamo solo al secondo EP per i Thornhill. Al prossimo giro però pretendiamo che questa farfalla dispieghi senza più timidezze i suoi colori.

Cyclamen – Amida
Djent, fusion, alternative, math e post-rock dal Giappone per palati finissimi o semplicemente per curiosi dalle orecchie mai paghe. I Cyclamen con “Amida” danno vita a un’opera intricata ma accessibile, in cui è possibile trovare intrecci strumentali e vocali eterei (vedi la guest appearance di Eri Sasaki in “Choices”), a fianco di qualche harsh vocals (“Fuerlise”), retaggio del passato della formazione, insieme a preziose ospitate al basso di Sean Malone (Cynic, Gordian Knot). “Amida” fa bene al cuore e al cervello. Insomma è un po’ come quel famoso tè.

Secrets – Secrets
L’omonimo, quarto lavoro dei Secrets ci piace eccome, soprattutto in questi giorni di neve e gelo in cui sogniamo la California. I ragazzi di San Diego ci deliziano con un bel (pop) punk rock metalcoroso (o viceversa), con rimandi ai Bring Me The Horizon (vedi il singolo “Incredible”) e addirittura ai Yellowcard (“Lost Cause”). Come se non bastasse, il quartetto offre una virata “hardcore” sul finale, in particolare nei due pezzi conclusivi “The End” e “Let Me In”. Una boccata di aria fresca, anche se di seconda mano.

Ancst – Ghosts of the Timeless Void
Dire che gli Ancst siano accessibili forse è un po’ troppo, ma il loro collaudato mix di black metal, crust, metalcore e hardcore trasudante odio, se ascoltato nel mood giusto, è un buon percorso di catarsi consigliabile anche a chi, magari, non vive di pane e blast beat tutti i giorni. I tedeschi non hanno nemmeno un momento da perdere, e lo si nota dalla brevità dei pezzi, intensi e incisivi, inclusa la calma apparente di “Dysthymia”. Insomma, per gli ex Angst l’orizzonte sembra ben definito. E nerissimo.

The New Age – Placebo
Prendete i Too Close To Touch, con il loro amore per la melodia e gli arrangiamenti al piano, aggiungeteci un pizzico di rap, un accenno di spoken word e qualche synth sparso qua e là, e otterrete “Placebo” dei The New Age. Il debutto di questi ragazzi dell’Ohio è quanto di più “pop” ci si possa aspettare sul versante post-hardcore contemporaneo, ma ciò non significa che la leggerezza non paghi, anzi. Il sound dei Nostri è molto accattivante e la stoffa ce l’hanno. Ci aspettiamo grandi cose da loro in futuro.

Modern Day Babylon – Coma
I Modern Day Babylon sono un trio ceco, che ruota intorno alla mente illuminata di Tomas Raclavsky. Il master di “Coma”, secondo full-length della formazione, è stato curato da Acle Kahney dei Tesseract e si sente eccome. Così come si sentono le influenze alla Animals As Leaders e soprattutto Periphery (mentore assoluto di Raclavsky è Misha Mansoor senza ombra di dubbio). Un progcore strumentale che è tutto un danzare su sei corde o più, con passo più o meno pesante. Un ascolto piacevole, anche se simile a molti altri del genere.

Savage Hands – Barely Alive
I Savage Hands sono perfetti nel contesto di quel revival primi 2000 fatto di post hardcore, metalcore, hard rock e un pizzico di emo, tanto che a volte in questo debutto discografico ricordano molto da vicino gli Escape the Fate. Quindi sing-along continui e pericolosissimi per la vostra sanità mentale (dalla title track in giù), c’è anche la ballatona acustica strappamutande (“Taken”). Cosa volete di più? Magari una durata superiore di running time, ma per il momento possiamo anche accontentarci.

Vexes – Ancient Geometry
“Ancient Geometry” sembrava un inedito progetto solista di Chino Moreno. Ma non lo è, e anzi, si tratta del debutto di un gruppo nuovo di zecca, tali Vexes. La somiglianza tra la cantilena ipnotica di Charlie Berezansky e la voce del frontman dei Deftones è davvero impressionante, così come il sound globale di questo disco è quanto di più vicino alla storica formazione si possa immaginare, a cui aggiungono in più un briciolo di influenze progcore e hardcore. Bravissimi, per carità, ma l’effetto cover band è in agguato dietro l’angolo.

Cabal – Mark Of Rot
Quello dei Cabal è un deathcore downtempo dalle tinte black che piacerebbe tanto a (giusto per fare un nome mica tanto a caso) CJ McMahon dei Thy Art is Murder. E per l’appunto il nostro prezzemolino preferito appare in “Mark Of Rot” per un featuring in “Nothingness”. Insomma, il secondo lavoro dei Cabal è onestamente oscuro, heavy, depresso e brutale. Ma la noia è alle porte, anche perché è per lo meno dal 2016 (ad essere ottimisti e di manica larga) che ascoltiamo roba pressoché identica.

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