Seether – Poison the Parish

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I Seether tornano con “Poison the Parish” e il loro modo di approcciarsi al post Grunge non cambia di una virgola, dal lontano 1999 quando hanno iniziato a picchiare e urlare.
Diciamo “post” Grunge giusto per una questione anagrafica, perché i Seether se presi di peso e posizionati nel bel mezzo di quel ciclone di emozioni contrastanti e rumore sarebbero a loro agio come il pomodoro sugli spaghetti.

Arrivano invece appena dopo, e questo gruppo proveniente dal Sudafrica si prende il compito di entrare nella grotta funeraria di quel genere e portare alla luce come un poeta ungarettiano le sensazioni di quel tempo.
Il frontman Shaun Morgan sembra appunto Max Cavalera posseduto dallo spirito di Kurt Cobain e i Seether sono rimasti gli stessi degli esordi e il loro suono, a parte qualche digressione (comunque piacevole) verso il radiofonico, è sempre rimasto fedele a se stesso. Derivativo, niente di innovativo, ma questo si aspettano e vogliono i fan dei Seether.

“Poison the Parish” è stato largamente anticipato nei mesi scorsi da ben quattro estratti e un singolo, “Let You Down”. Ascoltandolo nella sua interezza conferma l’impressione nata dalle anticipazioni, che il suono e la convinzione siano rinnovate in vigore e convinzione, quasi sia un loro secondo esordio, da quell’impressionante doppia partenza di “Dislaimer” e “Disclaimer II”.

Perché inizia subito con delle canzoni potenti, con riff potenti, cantato emozionante e ispirato. Così è “Stoke The Fire”, la ballata con i muscoli “Betray and Degrade” e la stupenda “Something Else”, che fa assaporare a tutti i nostalgici del Grunge quell’atmosfera malinconica e rabbiosa, grigia come una città dello stato di Washington tanto lontana dal Brasile che ha dato i natali a questi musicisti, ma tanto vicina alle note che producono.

Il riff di apertura e il cantato di “I’ll Survive” è una vera finestra nel tempo e nello spazio. Arriva anche il singolo, ammiccante e granitico, con il suo riff che richiama il crossover, “Let You Down” è impacchettata in maniera esemplare, sfoderando anche un ritornello di pregevole fattura melodica. Un tripudio di pugni e carezze, sguardi ammiccanti e smorfie di rabbia a stento trattenute.

Un bell’album post Grunge deve avere una bella ballata post Grunge. Eccola, si chiama “Against The Wall”, e non stona per niente insieme ai precedenti pezzi fatti di furia e riff metal. Sono sempre stati bravi i Seether con la melodia e i sentimenti, perché se pur arrabbiati e furiosi nell’immaginario collettivo, i gruppi degli anni ’90 ci hanno regalato tra le più belle ballate sofferte della storia del rock. E i Seether hanno dentro tutto questo e continuano a esternarlo nei loro dischi. Nostalgia e tristezza, si aprono un varco nella rabbia e nella violenza.
La finestra emotiva e raccolta non si chiude prima di “Let me Heal”, ma viene sbarrata dal cupo giro di basso di “Saviors” che prelude all’esplosione di chitarre e all’ennesima cavalcata al tritolo che suona 100% Seether, come un marchio impresso a fuoco sopra un altro marchio. “Nothing Left” mette su ancora qualche chilo di heavy e preme sulle nostre orecchie come una canzone Nu Metal di quelle toste.

Arrivati quasi alla fine di “Poison The Parish”, lo stato di grazia del gruppo è ormai evidente, arrivato ormai alla soglia del nono album di studio, hanno trovato la forza e l’ispirazione per rinvigorire un suono che se pur non innovato nei suoi crismi, appare rinvigorito e fresco nella sua esecuzione, ispirato e diretto come lo era il genera da cui prendono dichiaratamente ispirazione.

Così “Count Me Out” è un altro solido pezzo hard rock con una melodia vocale che funziona alla perfezione, mentre gli oltre cinque minuti di “Emotionless” approfondiscono la sensazione di cupezza tipica del genere a cui si rifanno, che a sua volta si rifaceva a gruppi di riferimento quali i Black Sabbath. E l’effetto che ha qui la voce di Shaun sembra proprio quello di un loro pezzo, “Planet Caravan”. Tema caro alla loro figura di riferimento “Kurt Cobain” quello suggerito dal titolo dell’ultimo pezzo dell’album, “Sell My Soul”. Vendere l’anima e tradire se stessi, i temi sono di disillusione e pessimismo, come in tutto questo “Poison The Parish”, così anche in questa ultima ballata dalla vaga ispirazione di Neil Young.

Niente di nuovo in “Poison the Parish” dei Seether, ma rinnovata è la loro voglia di vestirsi di un vestito dismesso troppo presto, liso e sfruttato in maniera patologica. Possiamo grazie a loro provare l’esperienza di riascoltare quelle sensazioni in musica nuova, in un buonissimo album post Grunge che tanto ‘post’ non è.

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