Singles Soundtrack Reissue

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Ecco la scena. Quartiere residenziale di Seattle. Matt Damon interpreta uno squattrinato cantante di un gruppo locale, i “Citizen Dick”. Chiama fuori nel parcheggio la ragazza che vuole conquistare, Bridget Fonda. La vuole impressionare con un super impianto radio che le ha montato in macchina, e per testarlo fa partire una canzone dei Tad, rumorosissimo gruppo dei primordi della scena Grunge. Talmente rumoroso che fa esplodere i vetri del macinino, mentre da una porta di uno degli appartamenti esce un vicino d’eccezione, un giovane Chris Cornell che si avvicina alla coppia e davanti a quello scempio acustico annuisce soddisfatto e sornione. Questo è “Singles” di Cameron Crowe, la cui colonna sonora compie 25 anni e che per motivi tragici e non calcolati ha un significato particolare oggi, il primo giorno del mondo senza Chris Cornell, morto ieri a Detroit.

Il valore documentaristico di questo film sta nel fotografare un ritratto lontano da quello che esplose anni dopo. Un dipinto leggero, ironico e dissacratorio, intimo. Come il complesso residenziale dentro il quale i protagonisti, giovani e single ovviamente, vivono i loro drammi e le loro contraddizioni banali, quotidiane. Lo sfondo è quello della musica che ancora non era un fenomeno generazionale.

Per intenderci, in questa colonna sonora non ci sono i Nirvana. Non era uscito “Ten” dei Pearl Jam e il pezzo più famoso di quel periodo era “Touch Me I’m Sick” dei Mudhoney. Capite? I componenti di Soundgarden, Alice In Chains e compagni offrono a Cameron Crowe una divertita partecipazione a poco prezzo perché non erano ancora delle star, a eccezione forse del già citato Chris Cornell. Assolutamente spassoso il ruolo riservato ai componenti dei Pearl Jam, membri del gruppo del protagonista “Citizen Dick” ma disposti in ruoli mischiati rispetto alla realtà. Troviamo così Eddie Vedder come batterista e Jeff Ament chitarrista, elogiati in un articolo fittizio in una scena esilarante dove l’unico massacrato dalla critica è proprio il cantante Cliff Poncier. A quanto pare in una scena tagliata apparsa in questi giorni sul web, Poncier decide di uscire dal gruppo e intraprendere una carriera solista, e nelle intenzioni del regista c’era quella di creare un vero e proprio EP dal titolo “Poncier” con pezzi veri per cui Cornell si era reso disponibile per la produzione. Così in questa versione Deluxe troviamo canzoni che sarebbero dovute appartenere a questo disco fittizio, come “Spoon Man” (diventerà una certa “Spoonman” dei Soundgarden) “Nowhere But You”, “Missing” e “Floutted Girl”, che finì invece nell’eccezionale esordio solista di Cornell stesso, “Euphoria Morning” del 1999.

Tante storie si concentrano in questo bellissimo album dei ricordi. Uno spaccato di vita passata che si riflette in quel murales nascosto come una perla tra le strade di Seattle con scritto “Mother Love Bone”, il gruppo del compianto Andrew Wood, il primo vero caduto del Grunge. E questa colonna sonora lo omaggia con la stupenda “Crown Of Thorns” e la sua anticamera di pianoforte “Chloe Dancer”, prova inequivocabile che senza la tragedia i Mother Love Bone sarebbero diventati dei grandi, anche se non esisterebbero i Pearl Jam, e questa è un’altra storia.

Guardando “Singles” viviamo quello che vivevano i giovani di Seattle all’inizio degli anni ’90. Perché a fine anni ’80 la scena Grunge si era fatta le ossa nei locali della città, aveva già una sua conformazione e aspettava solo qualcuno o qualcosa che facesse esplodere la bomba atomica e questo avviene con l’uscita di un album chiamato “Nevermind” e una canzone dal titolo “Smells Like Teen Spirit”. Per ora i gruppi erano delle cellule separate ma che condividevano lo stesso spirito. La paura e la rabbia di non avere un’identità. Questa energia incontenibile si dipanava sopra i palchi dei locali della città, e noi seguiamo i protagonisti divertirsi e infilarsi in posti dove stanno suonando gli Alice In Chains “It Ain’t Like That” e “Would?”, e i Soundgarden fanno tremare le pareti con un divino Chris Cornell che emana note fuori dalla concezione in “Birth Ritual”. Sono tutti pezzi esclusivi che sarebbero punta di diamante di ogni album di successo, e qui sono gentile dono di un amore condiviso.

Come le bellissime “Breath” e “State of Love and Trust”, e quei pezzi non puramente in contesto ma che contribuiscono a dare spessore a un album imperdibile come “Lovemongers”, nome dietro cui si nascondono le sorelle Wilson delle Herats che qui offrono una cover di “The Battle Of Evermore” dei Led Zeppelin. C’è poi Paul Westerberg, gli Screaming Trees, gli Smashing Pumpkins e i Mudhoney naturalmente.

Sono 18 i brani aggiunti in questa versione rinnovata, per consentire all’ascoltatore uno sguardo e ascolto ancora più vicino, intimo di quegli anni. Le prime prove di successo di giovani pieni di passione, che con gli anni sono caduti come soldati durante lo sbarco in Normandia. Cosa è stato per loro quel periodo? Forse non lo capiremo mai, ma possiamo a tratti assaporare l’immensa forza e sentimento.

Oggi in particolar modo. Ascoltando il diamante puro rappresentato da “Season” di Chris Cornell, le sue parole rientrano in un quadro cupo di sensibilità artistica dolente che si celava dietro una presenza assordante, una perfezione a doppia lama. “Be short on words and long on things to say” professa Chris, e noi lo seguiamo. Tante cose da dire ma non con le parole, con il cuore.

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