The Heavy Countdown #40: Stick To Your Guns, Veil of Maya, Amenra, We Came As Romans

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Stick To Your Guns – True View
Piccola postilla a “True View” degli Stick To Your Guns: prima di pubblicare il disco, i Nostri hanno reso noti i testi di tutti i pezzi che compongono questa ultima release. Giusto per dire quanto le lyrics siano importanti al fine di veicolare un messaggio vitale: mettiti davanti allo specchio e trova il tuo vero io. Ma per farlo devi farti prendere (cosa per niente difficile) dal melodic hardcore degli STYG, di cui sono maestri. Tra chorus in pieno stile punk, incursioni nell’alternative rock (“56” e “The Reach For Me: ‘Forgiveness of Self’”) forse non ritroverete voi stessi, ma ascolterete un gran bel lavoro.

Veil of Maya – False Idol
Con “False Idol”, i Veil of Maya proseguono sulla strada tracciata da “Matriarch”, complice la line-up che da allora è rimasta invariata. Inutile dire che l’ingresso in formazione del vocalist Lukas Magyar abbia alterato gli equilibri, portando una ventata di melodica freschezza che però, fin dalla precedente produzione, aveva leggermente snaturato i VoM, portandoli oggi verso un sound simil-Peripheriano (la voce di Magyar è pericolosamente affine a quella di Spencer Sotelo), piacevole ma estremamente derivativo. Le idee ci sono (“False Idol” tra l’altro è un concept album sull’ascesa e caduta di un leader mondiale fittizio) ma spesso, dobbiamo ammetterlo, non sono tutte farina del sacco della band. Ciò non toglie che in generale ci piaccia, e assai.

Amenra – Mass VI
Sono passati cinque anni dall’ultimo lavoro degli Amenra. Dire che fosse una release attesa è un eufemismo. Ma al contrario di quanto spesso accade quando le aspettative sono alle stelle, i Nostri non deludono, anzi. Cristallizzando il loro sound in un flusso sludge, post-metal e hardcore (in alcuni vocals), gli Amenra ci guidano in un percorso di catarsi attraverso il dolore, che in questo caso è rappresentato metaforicamente non solo dalla copertina, ma anche da un disco che è un sublime lamento della durata di circa 40 minuti.

Opium Eater – Ennui
Che il 2017 sia (anche) l’anno del doom è un dato di fatto. A comprovare questa affermazione arrivano direttamente dalla Nuova Zelanda gli Opium Eater, che non si limitano a convincerci di quanto il doom sia tornato di moda negli ultimi dodici mesi. A detta della band stessa, la più grande influenza per gli OE sono i Godspeed You! Black Emperor, ma attenzione: non è raro che nello stesso pezzo si possano trovare contemporaneamente il sopracitato doom, ma anche post-rock, drone, sludge, progressive vecchia maniera e grunge (sì, in “Worry Is At The Door”, per esempio). Aggiungeteci tre vocalist, e se non temete che questa varietà vi faccia esplodere le meningi, “Ennui” è ciò che andavate cercando.

Movements – Feel Something
Nel debutto dei Movements abbiamo tutto ciò che chi ama un certo tipo di emozioni non può non apprezzare: alternative, emo, post-hardcore e pure qualche eco alla Biffy Clyro. Nel complesso quindi “Feel Something” è un lavoro coeso e spontaneo, il che gioca parecchio a favore dei Movements. L’unico pericolo, per il futuro, è che non evolvendo da queste sonorità il quartetto rischi di stagnare in un mare magnum che pullula di band simili. Ma i ragazzi devono ancora farsi le ossa, lasciamo che sia il tempo a giudicare.

I the Mighty – Where The Mind Wants to Go / Where You Let it Go
Dieci anni di attività, stessa line-up di sempre: gli I the Mighty tornano a far sentire la propria voce con il terzo disco, “Where The Mind Wants to Go / Where You Let it Go”, un album che riesce ad amalgamare in maniera abbastanza convincente (e soprattutto senza annoiare) alternative, post-hardcore e un goccio di indie rock, tenendo sempre sull’altare il santino dei Coheed and Cambria. Non mancano le eco alla Dance Gavin Dance (e in “Silver Tongues” neanche a farlo apposta appare pure il vocalist Tillian Pearson), quello che manca alla fine della fiera è un po’ di mordente, che ci aspettiamo al prossimo giro.

We Came As Romans – Cold Like War
Arrivati al quinto album, il sestetto del Michigan ormai segue per filo e per segno i dettami del tastierista Kyle Pavone. Sempre più orientati sull’electronicore che il metalcore tout court, i Nostri sciorinano breakdown a profusione, corettoni e melodie a volte troppo forzate (vedi la ballad tutta Auto-tune “Promise Me”), altre volte più efficaci (vi sfido a togliervi dalla testa la title track). Non fanno difetto gli esperimenti con la disco e l’hip-hop (“Encoder”), ma se da un lato è encomiabile la voglia di sperimentare e lasciarsi andare, dall’altra si rischia di perdersi in un disco che è sì godibile, ma non ha un’identità ben definita.

Lo! – Vestigial
Il terzo full-length dei Lo! arriva a quattro anni dall’ultima fatica in studio, “Monstorium Historia”. Un periodo che nella discografia equivale a mezzo secolo, e che, anche nella storia della band australiana, ha segnato diversi cambiamenti. Come un nuovo vocalist per esempio. Particolare tutt’altro che trascurabile, perché rispetto a prima e grazie all’apporto di Sam Dillon, i Lo! abbandonano le velleità hardcore per adagiarsi sul fondo melmoso di quello che potremmo definire come “blackened sludge”. E fanno bene.

Samael – Hegemony
I Samael sono in giro da circa trent’anni, e tra alti e bassi, approdano a questo undicesimo album, “Hegemony”, con alcune idee abbastanza chiare. Come dichiarato dagli stessi svizzeri, “Hegemony” è un lavoro ben radicato nel passato, ma che strizza l’occhio se non al futuro, almeno alla contemporaneità. E i Nostri ci danno dentro con buone dosi di symphonic black sporcato di industrial (lasciando da parte le zarrate che hanno contribuito a rendere così altalenante la loro carriera), non perdendoci in cattiveria e credibilità. Ben fatto.

Zaius – Of Adoration
Gli Zaius, quartetto originario di Chicago, debuttano finalmente con uno strumentale, “Of Adoration”, che offre molteplici suggestioni. Dalle atmosfere progressive-core alla Periphery/Erra (“Reformer”) alle contaminazioni post-rock Alcestiane (“Sheepdog”) di classe e perizia ne abbiamo da vendere. Ma ascoltando con attenzione “Of Adoration”, a tratti sembra che manchi qualcosa per rendere l’opera davvero memorabile. E quel qualcosa è un vocalist. Bravissimi, per carità, ma al giorno d’oggi non basta.

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