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The Heavy Countdown #131: Svalbard, Alpha Wolf, Enslaved

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Svalbard – When I Die, Will I Get Better?
Le ferite degli Svalbard, per parafrasare il titolo della opener del nuovissimo “When I Die, Will I Get Better?”, sono ancora aperte, e sanguinano copiosamente. Li avevamo lasciati a quella piccola perla nera intitolata “It’s Hard to Have Hope” (2018), ma i conflitti interiori e i traumi vissuti da Serena Cherry e compagnia cantante continuano a ispirare l’opera di una band che sembra cibarsi delle negatività del genere umano, per poi rivomitarle sotto forma di inni strazianti (“Throw Your Heart Away”). Ma non è tutto, perché l’ultimo lavoro della formazione di Bristol riesce a coniugare l’irruenza del post-hardcore nero metalizzato con le atmosfere evocative del post-metal (“Pearlescent”), tanto che un paragone con gli ultimi Deafheaven è tutt’altro che azzardato.

Alpha Wolf – A Quiet Place to Die
Mi avevano proprio tratto in inganno gli Alpha Wolf. Come a voler ancora una volta dimostrare che l’abito non fa il monaco, la band (guarda un po’) australiana, pur essendosi reinventata esteticamente con un’immagine coloratissima da manga, è rimasta sempre il solito branco di grigi lupi solitari di una volta, incattiviti dal mondo e dalle sue brutture. “A Quiet Place to Die” quindi viaggia sui binari sicuri già tracciati dal precedente e claustrofobico “Mono” (2017), proponendo la stessa ricetta metalcore/nu-metalcore tagliente, magari un pelo più ripulita a livello di produzione (prendete la title track o “Akudama”). Stona solo il romanticismo (anche se gore) di “Bleed for You”, che poco si addice a tipi come gli AW.

The Ocean – Phanerozoic II: Mesozoic | Cenozoic
Mantenendo la promessa fatta due anni fa, sebbene avrebbero avuto tutte le scusanti del mondo per rimandare l’uscita della nuova fatica, i The Ocean continuano il loro viaggio nelle ere geologiche con “Phanerozoic II: Mesozoic | Cenozoic”, meditando sulla fragilità della vita, anche se sei l’essere più potente della terra (in “Jurassic | Cretaceous” si riferiscono ovviamente ai dinosauri, ma potrebbe benissimo essere traslato agli uomini). A cavallo tra atmosfere sognanti e in prevalenza oscure alla Katatonia, e di cervellotici accessi d’ira alla Gojira, la narrazione a ritroso nel tempo dei tedeschi mantiene intatta la stessa fascinazione delle opere antecedenti, senza per questo ripetersi o fare un vacuo sfoggio di tecnicismi.

Enslaved – Utgard
Crisi d’astinenza da Vikings? Ci pensano gli Enslaved a farvela passare, anche se, diciamocela tutta, il nome del combo di Bergen risuona nell’etere da ben prima della nascita della fortunata serie televisiva. Tornando a noi, “Utgard”, il nuovo lavoro dei norreni, pone l’accento sulla corrente progressive che da molti anni sta continuando ad ammaliare i Nostri, senza per questo voltare le spalle al sacro fuoco black metal (“Jettegryta” e “Sequence”) e a una venatura folk impossibile da ignorare, soprattutto in un progetto basato con la testa e il cuore nella mitologia nordica (Utgard è infatti il nome del mondo dei mostri e dei demoni, contrapposto ad Asgard, la terra degli dei e a Midgard, il mondo degli esseri umani).

Anaal Nathrakh – Endarkenment
Puntuali come orologi svizzeri (pardon, inglesi), gli Anaal Nathrakh tornano a due anni precisi dal precedente “A New Kind of Horror” con “Endarkenment”, un disco che come da buona tradizione dell’ormai storico duo (a undici album sul groppone si può tranquillamente definire in questo modo) si traduce in un vortice senza fine di delirio e ripugnanze assortite, sparate alla velocità di mille blast beat. Con qualche gancio melodico in più e qualche hint metal moderno mischiato a buone dosi di Swedish death (vedi “Libidinous” e il suo sottotitolo da Oscar oppure “Create Art, Though the World May Perish”), gli AN accantonano in parte l’abuso di strombazzamenti elettronici e industrial, il che non è per niente un male.

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