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The 1975 – I Like It When You Sleep, for You Are So Beautiful Yet So Unaware of It

the-1975-i-like-it-when-you-sleep-for-you-are-so-beautiful-yet-so-unaware-of-it-recensione

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Ci sono alcune cose su cui dobbiamo metterci l’anima in pace fin da subito. La prima è che non riusciremo mai a ricordarci per intero il titolo dell’ultima fatica discografica dei The 1975, “I Like It When You Sleep For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It”. La seconda è che proprio il disco della band di Manchester non è quello che ci stavamo aspettando. Il che risulta strano, se paragonato alla quantità di notizie trapelate in proposito fin dal giugno scorso, quando gli account del gruppo sono spariti da ogni social per ritornare in veste rinnovata e priva dai vincoli di boyband qualche giorno dopo. Matt Healy, il frontman, si è premurato di dirlo fin da subito: l’album sarebbe stato un lavoro artistico fatto sul gusto personale, non su quello che i fan si aspettavano. Ed è più o meno così, ma non proprio del tutto.

Quello che sembrava essere un enorme amarcord di pezzi ispirati agli anni Ottanta in realtà è il lavoro eclettico di più menti aperte ad ogni genere musicale. Ce ne accorgiamo fin dal primo ascolto, con una traccia di apertura self-titled (“The 1975”) dalle sonorità synth-pop a cui ci hanno abituato nel corso dell’ultimo decennio gruppi come i Sigur Ros o i più recenti M83. Atmosfera che viene rimpiazzata subito dall’allegria dinamica di uno dei singoli di punta “Love Me”, ispirato da quei groove che hanno caratterizzato per tutti gli Ottanta Bowie del periodo berlinese e i Duran Duran. E’ proprio in questa traccia che emerge tutto il narcisismo per cui Healy si è attirato una buona dose di critiche, affrontandolo in modo autoironico e assolutamente leggero. Ed è forse questa la carta vincente che permette al pezzo di non scadere nel “già sentito”, un po’ come succede con il suo successore morale “The Sound”, che incarna lo spirito del passato nella veste indie-pop che caratterizza la band fin dal fortunatissimo esordio.

E fino a qua si sapeva già tutto, o almeno si poteva immaginare dopo aver visto la band truccata in quel modo che è un po’ emo dei primi Duemila e un po’ glam-rock. L’inaspettato però arriva nei pezzi d’ambiente, che lasciano spazio ad un’atmosfera ovattata che non si discosta troppo da un concept album fatto e finito. Ne è un esempio la triade “If I Believe You”, “Please Be Naked” e “Lostmyhead”, in cui la parte preponderante è quella strumentale che sottolinea l’aspetto riflessivo e cerebrale di una band che è più di quanto etichette, giornali e siti alla moda vogliano far apparire. La linea mediana fra le due atmosfere è quella costruita dai brani come “UGH!” e “Somebody Else”, in cui il ritmo rimane pacato ma i suoni riportano alla nostalgia di un trentennio fa.

Che quello di cui si parla nei testi sia vero o fatto ad-hoc per mantenere l’immagine dei belli e dannati (chi ha urlato “emo” alzi la mano) è un problema di poco conto, soprattutto quando la base melodica è retta dalla costruzione di musiche da produzione di altissimo livello. Ed è ciò che effettivamente ILIWYSFYASBYSUOI risulta, fiaccato solo in certi punti dalla lunghezza eccessiva di alcune tracce: niente che riguardi il “lavoro d’arte” millantato, ma comunque uno fra i dischi più godibili di questa prima parte di 2016.

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