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The Dead Weather – Dodge And Burn

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Diciamoci la verità: nella musica ormai nessuno inventa più nulla. Che poi, ad essere catastrofisti, è un discorso che si può applicare in generale alla vita. E in un panorama del genere di cose già viste, per emergere serve lo sforzo tipico della genialità. Che poi sforzo non è se ti chiami Jack White, di cui siamo abituati a sentire per i comportamenti eccentrici, le facce tristi alle partite di baseball e i successi discografici.
Questa recensione si potrebbe anche intitolare “cosa succede quando un genio va in pausa?”. E la risposta sarebbe “un altro successo”, senza nessun dubbio. Perché i Dead Weather, gruppo a cui White appartiene nei momenti in cui non è impegnato nella sua carriera solista, ci fanno entrare in questo uggioso settembre con una carica tale da farci esplodere per almeno un anno. E il merito, nonostante fino a qui sembri esattamente l’opposto, non è solo del sopracitato Maestro. “Dodge And Burn”, l’ultima fatica discografica del gruppo, è esattamente la somma delle sue parti, in un mix che è equilibrato nello squilibrio più totale.

Volendo categorizzare il genere, ci si accorge subito dalle prime note che il filone è quello del dirty-rock che tanto sta spopolando in questi ultimi cinque anni (dal ritorno dei Death From Above 1979 al bassone distorto dei Royal Blood). Quello che lo distingue dal potpourri di genere, però, è la dinamica frenetica nella produzione, il cui merito va affibbiato anche alla sapiente carriera della splendida Alison Mosshart (sexy quanto magra ex-The Kills), Dean Fertita (ex-Queens Of The Stone Age) e Jack Lawrence (ex-The Raconteurs). Rispetto ai lavori precedenti, infatti, è solo in questo terzo album che il quartetto si consacra davvero trovando l’equilibrio perfetto: Jack White questa volta è alla batteria, ritornando alle origini dei suoi studi musicali. Ne fa le veci chitarristiche Dean Fertita, i cui suoni sembrano usciti più da un concept dei White Stripes che dalla carriera con Homme. Invariato è il basso prepotente di Lawrence, che unito alle voci della Mosshart ci riporta in quella dimensione scomposta che solo un gruppo del genere riesce a creare. Quello che è totalmente nuovo è l’equilibrio delle voci, in cui per una volta nessuna vince sull’altra in un mix in cui si fa fatica a distinguere chi canti cosa. E alla luce di questo non risultano strani nemmeno i cambi di tempo dei pezzi più eclettici (“Three Dollar Hat” in primis), anzi quasi li si desidera in questo mondo musicale che è tutto “Alice nel Paese delle Meraviglie con le chitarre distorte e la codeina”. E quando ci si aspetta l’ennesimo pezzo duro e con richiami di sporchissimo blues, ecco che invece i Dead Weather lasciano la ballata conclusiva dell’album, “Impossible Winner”, ciliegina sulla torta di quello che un prodotto fatto, finito e da prendere come esempio di genere.

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