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The Heavy Countdown #8: Moon Tooth, The Healing, Silent Planet, Stare At The Clouds

Moon-Tooth-Chromaparagon-cover

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1
Moon Tooth – Chromaparagon
Sicuramente uno dei lavori maggiormente interessanti del 2016. L’esordio dei Moon Tooth con Chromaparagon farà felici tutti i fan di SikTh e Protest The Hero. In attesa che i Twelve Foot Ninja provino a ridefinire lo spectrum sonico del genere, i MT sparano il proprio personalissimo metalcore denso di prog, blues e fusion di varia estrazione. Determinati a rimanervi impressi sin dall’assurda opener Queen Wolf. Ascolto obbligatorio.

2
Stare At The Clouds – This Clear Divide
Gli Stare At The Clouds arrivano dall’Australia, posto dove probabilmente ti insegnano a suonare bene già dall’asilo. I cinque propongono un progressive metal ricco di elementi “post”, raramente tirato e parecchio introspettivo. Un lavoro che merita sicuramente la vostra attenzione.

3
Silent Planet – Everything Was Sound
Il secondo parto della band di Los Angeles si regge sulla tensione emotiva che l’ugola di Garrett Russell libera con inesorabile regolarità. Un buonissimo ibrido tra metal e hardcore, con pochissimo spazio per le melodie e pieno di inquietudini e sofferenza. Lavoro da consigliare a chi pensa che oramai il metalcore sia solo chitarroni e coretti scontati.

4
The Healing – Elevate (EP)
Un altro act interessante nell’oramai sterminato mare del prog-core moderno. Tra growloni deathcore e aperture melodiche con clean vocal, l’EP di debutto degli Healing potrà seriamente piacere a fan di After The Burial e Veil Of Maya. Una band ancora in fase di definizione, ma che dimostra di saper scrivere ritornelli ficcanti con disarmante facilità. Spendeteci dieci minuti con fiducia.

5
Black Crown Initiate – Selves We Cannot Forgive
Provano ad allontanarsi dai Fallujah e circolone sottostante i BCI. Cercano approdi più sicuri tra fan di Tool e Opeth, mischiando la loro proposta prog-core con le coordinate care alle due band appena citate. Growl e clean vocal ottimi, e strutture decisamente ben costruite (sentite Again per rendervi conto di cosa succede qui) per un lavoro che potrebbe colpire nel punto giusto dopo qualche ascolto.

6
Infinite Density – Recollapse Of The Universe
Quest’anno col death tradizionale siamo sicuramente rimasti un po’ indietro, tuttavia i grugniti e la brutalità del progetto parallelo di Brendan “Cygnus” Brown, bassista dei Ne Obliviscaris, ci aiuta a tornare nelle coordinate giuste grazie alle centinaia di rimandi a gruppi padri del genere interni alle sue tracce. Lavoro tutt’altro che banale e consigliato anche se non distribuito ufficialmente dalle nostre parti.

7
Everything in Slow Motion – Laid Low (EP)
Shane Ochsner torna sulle scene con un EP che prova a riposizionare la sua band sulla carta. Tre anni di assenza non sono pochi, ma la qualità non fa certo difetto al gruppo che riesce a essere interessante con il suo alternative e post rock orecchiabile e diretto.

8
The Mercury Tree – Permutations
La forma libera dei Mercury Tree assume un ulteriore cambiamento all’interno della sua continua evoluzione. Parlare di avant-garde o di progressive sperimentale non è fuori luogo. Permutations è il loro quarto disco in soli sei anni, dimostrazione che il loro estro e la capacità di destrutturare senza sosta il concetto di canzone è probabilmente solo agli inizi. Consigliatissimo, a patto che abbiate tempo da dedicarci.

9
Geph – Geph
Progressive metal e jazz a livelli esagerati per questo trio di Boston, capace di eseguire con assoluta semplicità partiture veramente complicate. Ottimo per rilassare la psiche, meno per chi vuole imparare a suonare bene uno strumento, vista la padronanza assoluta di Josh Goldberg, John Tyler Kent e Josh Merhar.

10
Revocation – Great Is Our Sin
Giustamente rispettati e recensiti da ogni webza che si rispetti, i Revocation arrivano al sesto disco fermi allo status immutabile di “sì bravissimi ma le canzoni dove sono?”. Manca fisso quel brano che possa portarti sopra gli standard, quel passaggio che permette di farti ricordare da tutti. Prendete Monolithic Ignorance. Brano costruito bene: riffoni, velocità, thrash/death perfetto e via dicendo. Poi arriva il ritornello e ti crolla tutto. Questa un po’ la summa di una band e del suo vorrei ma non riesco. Nulla di personale si intende, ma oggigiorno serve molto di più.

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