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US Rock, cosa ne rimane oggi?

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Era la rivoluzione dell’alternative rock, una cosa che oggi diamo per scontato ma che intorno al giro di boa dell’inizio del secolo era un tentativo di ripartire dalle ceneri del grunge ma allo stesso tempo tentare di recuperare quanto più possibile di quel mood, del riflesso mediatico e commerciale di un cadavere ormai in avanzato stato di decomposizione.

Quindici anni fa ormai, guardavamo alle classifiche di vendita americane, dove a braccetto di potenze pop come Madonna o Eminem veleggiavano a numeri eccezionali gruppi allora a noi sconosciuti come Nickelback, Staind, Puddle of Mudd, P.O.D. e molti altri. La loro deflagrazione è stata talmente potente da mandare la sua onda di propagazione fin oltre Oceano, e anche la nostra Mtv programmava il rock melodico con i muscoloni che andava a riempire le nostre serate in rockteca, che entrava nelle scalette dei gruppi cover che ancora affollavano i locali live di provincia.

Cosa rimane oggi di tutto questo? Il calderone alternative è rimasto bello pieno e si muove con le medesime correnti di allora, i gruppi cercano di offrire agli orfani di Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains e compagnia bella un placebo alle loro sofferenze tentando di rinfrescare la proposta con contaminazioni di ogni tipo che vanno dal rap al metal al pop. Oggi però non c’è più Mtv e alle radio interessa solo quello che già è impacchettato e venduto, senza prendersi la briga di proporre nulla. Se vogliamo rivivere quel gusto esplorativo della musica rock alternative che c’era a fine anni ’90 e inizio 2000 dobbiamo fare un saltone lungo tutto un oceano e dare un’orecchiata in giro. Partiamo!

Adelitas Way, Notorious, 2017
Le chitarre ci sono e si sentono, ma la contaminazione pop è forte in questo album che è etichettato come hard rock ma di hard ha ben poco. Il cantante Rick DeJesus si destreggia con sicurezza in un impianto melodico che lascia ben poco spazio a qualsiasi estremismo. Il tutto è un prodotto compatto e di funzionalità assicurata senza rischiare nulla. “Ready To War” spinge, “Trapped” è il pezzo da radio. In mezzo a questi due stremi si svolge tutto il resto di questo episodio discografico.

Theory Of a Deadman, Wake Up Call, 2017
Non è chiaro per chi sia questa sveglia millantata dai Theory, i cugini dei Nickelback, ma di certo non è per noi. Se siete in stato di veglia precaria, questo album non potrà che affondarvi ulteriormente dentro la fanghiglia dell’incoscienza, perché il processo di deterioramento che ormai dura da “Scars & Souvenirs” del 2008 sembra irreversibilmente peggiorativo, a livelli di bassezza che questo “Wake Up Call” ha ulteriormente impostato. La buona tecnica compositiva e l’impressionante timbro vocale di Tyler Connolly avevano regalato qualche episodio piacevole, ma ora dobbiamo sorbirci pezzi come “Rx (Medicate)”, un pop noioso e insipido.

10 Years, (How To Live) AS GHOSTS, 2017
Qui un po’ di luce, i 10 Years dimostrano dalla prima traccia una padronanza del genere e una consapevolezza illuminante della loro posizione e ruolo. “The Messenger” ha la giusta dose di melodia, energia, melodrammaticità che ricordiamo nei migliori gruppi post grunge. Nessuna crisi d’identità sfociante in poppizzazioni imbarazzanti, “Novocaine” è un buonissimo pezzo e l’album procede risolvendo il grosso problema di non annoiare potendo contare su un numero limitato di corde da pizzicare. Molti album del genere partono bene ma esauriscono le cartucce presto. “(How To Live) AS GHOSTS” arriva dritto al punto finale, passando anche attraverso ballate deliziose come “Blood Red Sky” e “Insomnia”, una canzone che ci porta dritta al 1999 in piena ansia da millennium bug.

Red, Gone, 2017
Con i Red il suono ingrassa a seguito di parecchie contaminazioni elettroniche, si fa pieno e pomposo. La melodia non rimane indietro, rimanendo sempre all’interno dei canoni alternative, alternando momenti più leggeri a esplosioni potenti di urla e distorsioni. Molti suoni sintetizzati accompagnano le chitarre andando a creare un muro di suono granitico che incastona melodie vocali con anche qualche violino. Il tutto crea canzoni dall’alta componente passionale ed emotiva. Il prodotto è una pasta coesa dalla quale nessun elemento spicca particolarmente, nemmeno l’eterea ballata “Coming Apart”. Da citare il fatto che i Red appartengono ad una categoria che andava parecchio forte, il Christian Rock.

Demon Hunter, Outlive, 2017
In “Outlive” gli ingredienti dell’alternative sono parecchio generosi nell’elemento thrash. “Jesus Wept” è una mazzata metal con tutti i crismi con tanto di assoloni. Il tutto veicolando a tutta birra e a tutto volume i valori cristiani, cosa che mi ha sempre fatto fare grosse risate. Ah, questi americani. Quindi un po’ di melodia, tanti testi sacri e riffoni con doppio pedale. Intrattengono tra un headbanging e una risata.

Spoken, IX, 2017
Produzione di tutto rispetto per questo “IX” che esplode con un muro di suono che contrasta una parte vocale invece abbastanza gentile e pulita, offerta da Matt Baird. Band attiva sin dal 1996 e infatti arrivata al nono album e l’esperienza si sente. Anche qui le tematiche sono cristiane (oh, stiamo parlando di rock alternativo americano). Riff buoni e infarciti di qualche filtro elettronico, l’album è buono senza picchi positivi o negativi.

All Good Things, Machines, 2017
Tanta elettonica e tante atmosfere in un album melodico, dove spiccano ballate per niente male come “Beginning Of The End” dove concorrono alla causa anche molti archi. “Break Through This Wall” dimostra che sanno anche picchiare.

Ashes Remain, Let The Light In, 2017
La proposta più classicamente rock del lotto, dove impera incontrastata la melodia. Un susseguirsi di pezzi radiofonici di presa assicurata e senza fronzoli. “All Of Me” è posizionabile in qualsiasi serie teen romantica da Dawson Creek in avanti.

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