The Heavy Countdown #42: Toothgrinder, The Body & Full of Hell, Quicksand, Cavalera Conspiracy

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Toothgrinder – Phantom Amour
Li avevamo lasciati l’anno scorso con “Nocturnal Masquerade”, ovvero il “mix perfetto tra macello e melodia”. Oggi, nel secondo album, “Phantom Amour”, i Toothgrinder osano molto di più, introducendo elementi “pop” squisitamente orecchiabili (“Let It Ride” e “Adenium”), ma senza riuscire a staccare del tutto il cordone ombelicale dal fantasma dell’hardcore che ancora aleggia su questo disco (“The Shadow”, “Pietà”). Un consiglio: abbandonate pure gli elementi più heavy ragazzi, non vi dovete vergognare di fare roba più soft perché vi viene da dio. Fidatevi.

The Body & Full of Hell – Ascending a Mountain of Heavy Light
Non più tardi di dodici mesi fa, The Body e Full Of Hell hanno buttato fuori uno split, “One Day You Will Ache Like I Ache”, spaventosamente disturbante. Non contente, le due band danno ora alle stampe una seconda collaborazione, “Ascending a Mountain of Heavy Light”. Svanito l’effetto sorpresa del primo disco, questo lavoro rimane pur sempre una mazzata. La più folle delle sperimentazioni, tra doom, grindcore, noise, elettronica e drum & bass, tenuti insieme da due formazioni che, seppur di estrazione diversa, viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda e sono entrate ormai in confidenza totale.

Quicksand – Interiors
Nonostante avessero solo due album all’attivo, i Quicksand sono considerati tra le band più influenti del panorama alternative anni ’90. Ma oggi, dopo 22 anni di silenzio da “Manic Compression” e cinque dall’annuncio della reunion, i Nostri tornano a farsi sentire con il tanto atteso terzo disco. “Interiors” riesuma la creatività post-hardcore tipica dei precedenti lavori del gruppo, ma filtrata attraverso l’esperienza degli anni passati. E di una serie di side-projects, come i Rival Schools del frontman Walter Schreifels, che fanno capolino qua e là all’interno dei dodici pezzi (“Cosmonaut”). Speriamo solo di non dover aspettare altri 22 anni per la prossima fatica dei Quicksand…

Despite Exile – Relics
“Relics” è una sorta di concept album a tema nautico. Il viaggio tra relitti e navi fantasma è accompagnato da una solida colonna sonora di progressive deathcore di altissimo livello. I Despite Exile (band italiana, tra l’altro) sono maestri nel miscelare blast beat e ottimi riff, rendendo il tutto estremamente orecchiabile, nonostante queste premesse che in effetti, potrebbero far pensare a tutto fuorché a roba catchy. Se avete voglia di un ottimo disco prodotto da dio e con tutti i dettagli al posto giusto, ascoltate subito “Relics”.

Entheos – Dark Future
Il secondo disco degli Entheos è un buon lavoro di technical death metal che non si limita solo a questo. Infatti, ai Nostri piace sperimentare anche con sound molto differenti (vedi il simil-funk nell’iniziale “Black Static (I)”), e gli effetti alieni sulla voce fanno molto Rings Of Saturn, un’altra band che si distingue per l’attitudine all’intrattenimento piuttosto che a sterili tecnicismi. Insomma, se vi era piaciuto il precedente “The Infinite Nothing” (2016) con “Dark Future” godrete ancora di più.

Phinehas – Dark Flag
“Dark Flag” è complessivamente un buon disco metalcore. Ma come tante altre giovani band, i Phinehas cadono nell’equivoco dei clean vocals, ovvero che sia indispensabile averli, anche se magari non sono al top. A volte, come in “I Saw the Bombs Fall”, il mix tra melodia catchy e pestoni riesce bene, altre volte un po’ meno (“Meaningless Name”). Lo sostanza e la tecnica ci sono eccome, così dicasi per le idee (“Dark Flag” è un concept album sulla dittatura in Nord Corea) ma se proprio non volete lasciar perdere l’idea del cantato pulito, meglio lavorarci sopra.

Cavalera Conspiracy – Psychosis
Le scelte di produzione e l’esecuzione selvaggia di alcuni brani di “Psychosis” dei fratelloni Cavalera non possono che riportare con la mente alla seconda metà degli anni Ottanta, quando i Sepultura erano la cosa più incredibile che la musica metal sudamericana potesse aver mai concepito. Il nuovo dei Conspiracy è un fan service ben costruito, esattamente come lo fu “Inflikted” nel 2008 (e “Dark Ages” dei Soulfly del 2005 per essere precisi). All’atto pratico rimane sconosciuto il motivo per il quale i Nostri non possano mettere da parte gli scazzi con Kisser e Paulo Jr. per tornare a girare il mondo con il moniker che diede a tutti la celebrità un paio di decenni fa. “Psychosis” in ogni caso è il miglior lavoro di Max Cavalera da quasi dieci anni a questa parte e tra i migliori incisi dal 1993 a oggi. (j.c.)

Ghost Atlas – All Is In Sync, And There’s Nothing Left To Sing About
I Ghost Atlas sono il side project di Jesse Cash, chitarrista e clean vocalist degli Erra. Insieme al batterista Alex Ballew, compagno nella band madre, Cash debutta finalmente con questo primo full-length dopo un paio di EP. Il progetto è smaccatamente un divertissement alt-rock ben costruito, senza troppi fronzoli e fondato su melodie tanto semplici quanto dirette. Se vi piace il cantato pulito degli Erra, in mancanza (per il momento) di un nuovo disco della formazione metalcore, troverete una buona consolazione.

Godflesh – Post Self
“Post Self” è il secondo full-length dalla reunion della premiata ditta Broadrick-Green ed è un album che si inserisce alla perfezione nella discografia dei Godflesh, senza stonare né alterarne gli equilibri. Insomma, per farla breve, è una sorta di summa dei lavori passati, che esplora un po’ tutte le epoche della band. Più focalizzato su soundscape ipnotici dal sapore industrial che sui singoli riff, “Post Self” presenta anche influenze hip hop (vedi “Parasite”) che arricchiscono un piatto noto, ma parecchio gustoso.

Lionheart – Welcome To The West Coast II
Vi ricordate i Nasty, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa? Bene, perché i Lionheart mi hanno provocato la stessa sensazione di déjà-vu. Solo che la ritrovata band hardcore californiana il featuring con JJ Peters dei Deez Nuts lo ficca nella conclusiva “LHHC ’17”. Quindi, diciamo la verità, ci ho messo molto più tempo rispetto ai Nasty per capire che “Welcome To The West Coast II” non è un disco dei colleghi australiani, ma dell’ennesimo gruppo hardcore intrappolato negli stilemi di un genere ormai troppo inflazionato e (fatte le dovute eccezioni) troppo pigro per sporcarsi le mani con farina del proprio sacco.

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