Exodus – Blood In, Blood Out

Exodus-Blood-In-Blood-Out-recensione

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I vecchi come me, con più di trenta primavere sulle spalle, non osano dirlo, ma sanno benissimo che “Anche quest’anno non uscirà alcun disco thrash degno di nota, l’era d’oro è passata da un pezzo”. Insomma quelle band di cui ci fidavamo e con cui siamo in qualche modo cresciuti (anche se loro erano già abbastanza grandicelli quando noi eravam dei tredicenni sfigati) non ci danno più soddisfazioni, ci sono giovani interessanti ma non ce ne frega un cazzo, siamo troppo legati alle sicurezze del passato, fiduciosi che ci regalino qualche colpo di coda inaspettato. E a dirla tutta ci è sempre andata bene ultimamente. Proprio per questo non può capitare anche quest’anno. Dai, ti pare che gli Overkill ripetano il miracolo del 2010 con “Ironbound“? Che gli Onslaught o i Death Angel sparino ancora qualcosa di assurdo come “Sounds Of Violence” e “The Dream Calls For Blood“? O che Waters abbia ancora colpi a sorpresa in canna come “Feast“? Impossibile.

Invece, alla fine, succede puntualmente che il nome diddio storico, che da un po’ non ne beccava una in studio, riesce nell’impresa di riportarci sedicenni a pogare contro l’armadio e a fare headbanging sul tram. Alla fine sotto sotto la sapevamo benissimo che sarebbe successo. Ma, che volete, ogni volta la meraviglia e la libidine sono sempre inaspettate ed esagerate. Il 2014 è l’anno degli Exodus. Nella sontuosa galleria dei bolliti (che sui palchi continuano comunque a tritare chiappe anche ai giovani), si aggiunge il leggendario Steve Souza, scongelato dall’anonimato per tornare a straziarci deliziosamente i timpani sul decimo studio album della band che, a suo tempo, diede i natali a Kirk Hammett.

Il chitarrista dei Metallica suona un assolo su un pezzo di “Blood In, Blood Out”: questa cosa ci interessa tanto quanto il fatto che Rob Dukes sia stato segato dalla band, ovvero meno di zero. Parliamoci chiaro: Rob era stato eccezionale nel superbo “Shovel Headed Kill Machine” del 2005. Ma da lì in poi madò che due palle! Il cantato hardcore monocorde su canzoni stralunghe e con zero sussulti. Vero, sempre al top dal vivo, ma mancava oramai qualcosa nel gruppo (non certo per colpa di Dukes, ma cosa volete è bastato cambiare lui e…). Ed ecco che col rientro di Zetro sono di nuovo cazzi per tutti. Gli Exodus mettono in piedi quello che è sostanzialmente il lavoro migliore dal 1989 a oggi. Velocissimo, furibondo (cosa non è Tom Hunting dietro alle pelli!), incazzatissimo e senza tregua. L’ugola insopportabile di Souza è quella di una volta, se possibile ancora più tagliente e spietata. I riff di Gary e Lee sono sempre di prima qualità, la produzione disintegra lo stereo con infinito piacere. A voler trovare il punto debole, dovremmo dire che il disco dura effettivamente troppo.

Momenti top? “Wrapped In The Arms Of Rage”, titletrack, “Body Harvest” e la lentissima “Food For The Worms” (RIFFS!!!), tutte e quattro da scuola del genere (da far frequentare anche alle nuove ed esaltatissime band che copiano roba già scritta trent’anni fa, e che fin quando i vecchi scriveranno ste figate rimarranno nel mega underground a priori). Nel nuovo Exodus si gode tantissimo, si piange di nostalgia e si spacca tutto ciò che arriva a tiro. Thrash old school. Per vecchi. E basta.

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