Tori Amos – Native Invader

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La chiamano “Ears With Feet” e ancora una volta Tori Amos, antenne dritte al cielo e un orecchio poggiato al suolo, torna con un disco coerente, profondo e molto attuale. “Native Invader”, fuori l’8 settembre 2017, è la quindicesima fatica in studio della cantautrice statunitense, trapiantata in Cornovaglia – dove vive e lavora con un team ormai rodatissimo, formato da Mark Hawley (ingegnere del suono, chitarrista, nonché marito) e Marcel Van Limbeek (ingegnere del suono) – e sicuramente uno dei suoi lavori migliori dai tempi di “Scarlet’s Walk”.

Ispirato da un viaggio dell’artista nel sud degli Stati Uniti, sulle tracce delle sue radici native da parte materna, di origini Cherokee, dal dolore e dalle riflessioni innescate dall’ictus che di recente ne ha colpito la madre, lasciandola incapace di comunicare col mondo esterno, e da ultimo, ma non certo per importanza, dal dramma collettivo che ha visto l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, “Native Invader” va a collocarsi nel filone dei dischi politicizzati della Amos, “American Doll Posse” e “Abnormally Attracted To Sin” su tutti, disperdendone, però, l’aspetto prosaico a favore di un’urgenza lirica ritrovata forse soltanto a partire dall’ultimo “Unrepentant Geraldines”.

Tredici tracce (quindici nell’edizione deluxe), che vanno a comporre un lavoro compatto e privo di fillers. Un concept ben confezionato, nel quale, pur persistendo gli echi di lavori come i già citati “Scarlet’s Walk” e “Abnormally Attracted To Sin”, “The Beekeeper”, “Night Of Hunters” e qualcosa di “To Venus And Back”, non si può dire che la Amos si ripeta. Cavalcando il paradosso del titolo, “Native Invader”, la cantante, pianista e produttrice del North Carolina convoglia in questo disco pezzi scarni per strumentazione, dal sapore classicamente amosiano, come “Breakaway” o “Climb”, e altri più stratificati e iper-prodotti, vero cuore di un disco che non perde mai ispirazione melodica, fuoco e misura.

Di nuovo, sotto il profilo del suono, c’è che, a memoria, non ci sono mai state così tante chitarre in un disco di Tori Amos. Gli arrangiamenti, in generale, sono molto equilibrati: chitarre e tastiere sono compresenti lungo tutti i quasi sessanta minuti di “Native Invader”, rendendone complementari le parti elettroniche e quelle acustiche (dove c’è il piano c’è l’elettrica, dove ci sono rhodes e sintetizzatori vari, c’è l’acustica), così come l’alternanza di beat elettronici e percussioni organiche.

L’ordine dei pezzi, poi, è giocato su un’astuta simmetria: in apertura la brumosa ballata “Reindeer King” scorre su un’orchestrazione sintetica, mentre in chiusura “Mary’s Eyes” è sostenuta da un notevole tappeto d’archi, un unicum in quest’album. In mezzo si snodano una prima parte più alacremente prodotta e venata di inserti elettronici, da “Wings” a “Up The Creek”, che vede ancora una volta la partecipazione vocale della figlia di Tori, Natashya. A seguire, dopo la totale rarefazione della già menzionata “Breakaway”, arriva la parte più organica del disco, da “Wildwood” a “Benjamin”.

Anche per quanto riguarda le liriche la Amos riesce a evitare il didascalico, facendo ruotare attorno al concept dell’invasione nativa, sia temi di carattere intimo e personale, che argomenti di natura socio-politica e di dichiarato interesse collettivo. È nativo l’invasore che ha rinchiuso sua madre dietro un muro di silenzi, così come quello capace di spezzare l’equilibrio di una relazione dall’interno (“Wings”, “Cloud Riders”, “Chocolate Song”, “Breakaway”, “Wildwood”). Nativi siamo noi, che stiamo distruggendo l’ecosistema in cui viviamo (“Up The Creek”, “Bats”), nativa è la minaccia ai valori di libertà a fondamento dell’invasivo sogno americano di “Broken Arrow”. Radicate nell’animo umano sono l’avidità, la sete di potere dei signori del petrolio e della guerra (“Benjamin”) e ora, pare, anche la diffidenza e l’assenza di empatia degli invasori invasi di “Bang”: “Immigrati è ciò che siamo tutti, perché siamo tutti fatti di stelle […] Una supernova esplode, una storia finisce, gettando il seme per un’altra che inizia”.

Nei tredici pezzi di “Native Invaders” riecheggia una chiamata alle armi per la Militia Of the Mind, una freccia spezzata in segno di pace, un seme piantato nelle ossa della Madre Terra, padrona di una saggezza antica, martoriata e invasa. Restituirà il frutto della conoscenza alle generazioni future? Chissà. Intanto è tempo di risvegli.

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