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White Lies – Friends

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white-lies-friendsDiciamo le cose come stanno: la minestra riscaldata non piace davvero a nessuno. Specie se per “minestra” si intende quella cosa che va avanti dagli anni Ottanta anche se gli anni Ottanta sono finiti da un pezzo e che ci ostiniamo a chiamare “new wave”. Che poi di “new” ormai ha ben poco, se non un gusto malinconico di revival per le somiglianze sonore con i videogiochi delle prime console Nintendo.

Questa assodatissima lezione è ciò che ci illudono di aver imparato i White Lies con la loro quarta fatica “Friends” ma l’illusione è effimera quasi come la sostanza del disco. Il grosso problema sta nel concept dell’album, che non si smuove quasi per nulla da quello a cui la band ci aveva abituato già dai tempi dello scoppiettante esordio di “To Lose My Life”. Se il ritmo accattivante del singolo “Take It Out On Me”, brano di apertura del disco, ci strega (o frega?, ndA) facendoci pensare che le cose siano cambiate, basta prestare attenzione un secondo di più per ritrovare i soliti synth di sempre, le solite chitarre di sempre e i soliti cori reiterati di sempre. Non c’è novità nella composizione né nella scrittura e questo fa saltare fuori una “Dancing In The Dark” meno springsteeniana e più New Order dell’ultimo periodo.

Quello che salva la prima parte del disco, oltre all’entusiasmo del fatto che i White Lies ci abbiano regalato una nuova uscita, è la sezione melodica, che strisciando fra le trincee del passato cerca di far avvicinare “Friends” ad atmosfere vagamente pop e meno post-punk. Che è un po’ quello che si intuisce nelle aperture vocali di “Hold Back Your Love”, in cui la voce di Harry McVeigh parla della presenza-assenza dell’amore affrontando uno dei temi principali che fanno da fil rouge in un album che parla di crescita. Ed è paradossale come proprio questa crescita che influisce sul modo di percepire l’amicizia all’interno della band (da cui il titolo dell’LP) non intacchi invece la maturità della produzione, che non varia rispetto ai primi tre dischi. Se sia un aspetto positivo o meno è ancora da capire, ma in parte è giustificabile dal fatto che la prima parte dei brani sia stata autoprodotta mentre l’ultima risenta delle pressioni della casa discografica. Forse è per questo che ci troviamo con dark-ballad classiche come “Swing” che convivono assieme a pezzi atipici per la band come “Don’t Fall”, brano di chiusura, che richiama vagamente le atmosfere Depeche Mode privandole di energia.

Non è un caso che quasi ogni brano ricordi qualcosa, che sia la produzione precedente dei White Lies o di altri gruppi di riferimento per il genere e non si può farne una colpa, visto che nessuno in musica inventa quasi più nulla. Il problema però si pone nel momento in cui “Friends” non aggiunge nulla di nuovo a quanto si è già detto, pur facendosi ascoltare dall’inizio alla fine. Il come rimane un mistero ma la certezza è che i White Lies abbiano prodotto un album dalle poche velleità, sicuramente per i fan, difficilmente per chiunque altro.

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