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One Alone è il disco di emancipazione del cantante degli Alice In Chains

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Quella di William DuVall è una bella storia, e “One Alone” è il suo perfetto epilogo. Nel grunge i lieto fine sono così rari, così estranei al contesto, che questo ragazzo rappresenta una vera e propria gemma di luce nel grigio/nero che ha dipinto i contorni della città ai piedi del monte Rainier, quella Seattle che grazie ai musicisti che ha cresciuto è diventata famosa in tutto il mondo.

E’ notizia freschissima, poche ora prima che queste parole componessero la recensione del suo primo album solista, quella dell’annuncio del suo tour a sostegno di “One Alone” che passerà anche qui in Italia il prossimo aprile. Mi ha riempito di gioia vedere sotto il suo nome la dicitura ‘Cantante degli Alice In Chains’, legittimando in poche parole quello che Willy è stato negli ultimi dieci anni (dall’uscita di “Black Gives Way To Blue”, ma in realtà da molto prima): il sostituto di Layne Staley.

Con “One Alone” riesce in quello che la droga e la depressione non hanno permesso al suo illustre predecessore, l’emancipazione da uno dei gruppi più ingombranti del genere grunge, associato a uno degli ego più prepotenti, quello di Jerry Cantrell.

Dio solo sa cosa ha dovuto sopportare DuVall tra addetti ai lavori e nell’immenso bacino mondiale di fan del gruppo. Io stesso la prima volta che li vidi nel 2006 sentivo intorno a me lazzi ed epiteti che lo definivano ‘Il sosia di Lenny Kravitz che canta con gli Alice In Chains’. La verità è che quella di Staley/DuVall è tra le sostituzioni e passaggi di eredità artistica più riusciti nella storia della musica. Non potrebbero essere più diversi i due, uno chiaro, sofferente e sofferto, statico, irrequieto e introverso. L’altro è scuro, dinamico, estroverso. Sopra il palco è impossibile non notarlo, con la sua figura esile ma slanciata e la sua capigliatura afro che esplode letteralmente sopra la sua testa. Layne era una figura enorme ma non di certo dal punto di vista fisico. Sempre più accasciato dal peso di una miseria umana che lo stava corrodendo, fino agli ultimi momenti Layne continuava ad avere un carisma enorme, uno dei più memorabili che si siano visti.

Willy è entrato nell’universo Alice In Chains in punta di piedi, senza annunci e clamori, conquistando il suo posto non solo grazie ad un innegabile talento ma soprattutto con umiltà e dedizione. E’ arrivato il suo momento e le parole scelte per il titolo denotano l’intento di creare una parentesi al contesto per il quale lo conosciamo, ‘questa volta, da solo’. “One Alone”. La scelta stilistica è quella del contrasto totale ai suoni a cui siamo abituati, puntando su un suono acustico e scarno. La sua voce è finalmente protagonista, libera dalle svariate sovraincisioni e voli pindarici armonici tipici dell’AIC sound e soprattutto libera dall’ingombro della voce di Jerry Cantrell. Sembra quasi una registrazione in presa diretta quella che regala perle come il singolo “Til The Light Guides Me Home”, o la bellissima “The Veil Of All My Fears”, forse il miglior episodio dell’album. L’unico richiamo al mood Alice In Chains lo abbiamo nell’oscura “3 Wishes”, mentre sorprende l’intenzione di DuVall di rispolverare alcuni tra i migliori episodi della sua esperienza come frontman del gruppo Comes With The Fall, risalente al periodo precedente all’entrata nella band di supporto alla carriera solista di Cantrell nel 2002 e alla successiva e naturale promozione a frontman del maingroup. Sono “White Hot”, “So Cruel”, “Smoke and Mirrors” e “Still Got a Hold in My Heart”. Molto intense anche “Chains Around My Heart” e “Waiting Out the Breakdown”.

In questa veste così scarna, solo con una chitarra acustica e voce, si perdono molti strumenti per suggerire all’ascoltatore emozioni, scale emotive e incrementi di tensione. Non ci sono esplosioni ritmiche, distorsioni di chitarra che dettano tempi e sentimenti musicali. Così è molto più ardua l’impresa di comunicare qualcosa ma se si ha il talento e la capacità di farlo, quello che hai da dire penetra molto più in profondità. Perché chi ti ascolta è lì con te e siete soli, l’uno per l’altro. Ci vuole coraggio e sensibilità, e di questo William DuVall ha già dimostrato di averne in quantità.

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