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Cirri, Ladylight è un piano sequenza emozionale attraverso i motivi della separazione

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“ladylight”, secondo estratto dal nuovo album di Cirri, è un brano che strizza l’occhio all’indie-pop, pensato come un piano sequenza emozionale in cui il protagonista indaga i motivi di una separazione, di un allontanamento doloroso, ma allo stesso tempo l’osservazione dell’altro diventa conoscenza di sé. In “ladylight” la band bilancia la complessità degli stati d’animo con una musica volutamente orecchiabile per accompagnare l’ascoltatore in una sorta di viaggio iniziatico in cui il primo passo è l’autoconoscenza.

Il 13 novembre è uscito il vostro singolo ladylight. La prima domanda riguarda il titolo: esattamente cos’è una “ladylight”?

Ladylight è una ragazza “leggera”, bella fuori e vuota dentro. Un po’ come un bel pacco di Natale con un grande fiocco dorato e incartato perfettamente, ma che al momento dello scarto scopri essere vuoto. Una bella sfiga, perché se non ti accorgi prima di aprirlo che il pacco è vuoto, ti tocca fare la bella faccia. E ringraziare.

 

Ladylight ha una strumentale malinconica, coerente al testo, pur riuscendo ad essere un brano indie-pop “da radio” per intenderci. Quanto avete lavorato per raggiungere questo connubio?

La canzone è stata scritta praticamente così com’è in una notte, circa un anno fa, quando dopo un concerto abbiamo deciso di tornare in studio e suonare qualcosa. Elvis cominciò a fare il giro di piano della canzone, Paolo lo seguì ed il testo venne fuori naturalmente, in una manciata di minuti.

Era un sound diverso dal solito e in quella notte abbiamo maturato l’idea di cominciare a scrivere quello che sarebbe poi diventato il nostro secondo album.

 

Il singolo precedente, urrà (che se non erro darà il nome al vostro prossimo disco), ha sonorità simili a quelle del vostro progetto precedente mentre ladylight cambia un po’ mood. Il disco prenderà quest’ultima direzione o sarà qualcos’altro ancora?

Non erri! Vero, urrà risulta essere un brano di collegamento tra i due album. Il disco in uscita invece è un mix di sonorità. Ci sono brani acustici, tipo urrà, brani che strizzano l’occhio all’indie pop ed altri più “malati” dove il nostro amato Elvis si è divertito a mescolare le carte aprendo la strada ad un sound ancora diverso. Strada nella quale ci siamo fiondati senza nemmeno pensarci.

 

Avete uno stile tutto vostro, particolare, non mi risulta semplice paragonarvi a qualche collega. C’è qualcuno, in Italia o all’estero, che vi ha ispirato durante il vostro percorso?

Prendo come un complimento il fatto di essere considerati difficilmente paragonabili ad altri artisti. Le nostre influenze comunque sono molte: nel panorama italiano abbiamo ascoltato tanto Verdena, Marta sui tubi, C.S.I. e i primi Litfiba del periodo new-wave, oltre a tutta la musica più “popolare”, anche di qualche anno addietro. Per quanto riguarda l’estero le influenze sono infinite, ma se dovessi citarne alcune ti direi Radiohead, Hiatus Kaiyote, Alt-J, Bon Iver, RY-X. Quando ci troviamo in studio ci piace comunque spaziare il più possibile ed ascoltare di tutto, da John Coltrane a Loredana Bertè, passando per gruppi giapponesi come i Ling Tosite Sigure.

 

Se poteste scegliere un artista con cui collaborare quale sarebbe?

Giovanni Gulino.

Non ho altro da aggiungere (ride ndr). Paolo sicuramente direbbe anche Bon Iver, però!

 

L’uscita del vostro disco urrà è prevista per dicembre. Cosa ci dobbiamo aspettare?

L’album è pensato come un piano sequenza emozionale, dove abbiamo cercato di bilanciare la complessità degli stati d’animo che ogni essere umano prova sia nei testi che nella musica, per accompagnare l’ascoltatore in una sorta di viaggio iniziatico verso l’autoconoscenza.

 

Volete dire qualcosa ai vostri ascoltatori?

Prendetevi il tempo per ascoltare l’album in tranquillità che, per quella mezz’ora, guidiamo noi. (sorridono ndr.)

 

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