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La notte di Diorama, fra pericoli e luci nel buio: l’intervista

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Diorama, al secolo Matteo Franco, è un giovane cantautore pugliese classe ’96, esempio dell’intensità che si ottiene mettendo insieme influenze sonore di vario tipo per ottenere come risultato un cantautorato notturno e in continua evoluzione.

Dopo aver studiato il pianoforte in conservatorio, si è dedicato anche a chitarra, batteria e basso da autodidatta. Il progetto artistico in cui ripone il suo sogno più grande viene alla luce nel 2018, figlio dell’esperienza da polistrumentista maturata. Prima che un mezzo comunicativo, il songwriting per lui è un mezzo per conoscere se stessi e interfacciarsi con la realtà.

I singoli fin qui pubblicati facevano già ben sperare, ma la conferma delle sue potenzialità è arrivata con il nuovo brano uscito da pochissimo: Horror. Si tratta di un pezzo intimo e potente allo stesso tempo, le cui sonorità strizzano l’occhio alla scena indie-pop californiana seppur ben contestualizzato nell’estetica italiana. Su un arrangiamento ricco di sintetizzatori vintage e chitarre riverberate vengono affrontati i temi della sensualità e del consenso con un approccio lirico sottile e appassionato. Per scoprire qualcosa in più sul progetto abbiamo così fatto una chiacchierata con lui, immergendoci nel suo immaginario di riferimento e non solo.

 

Ripercorriamo un po’ la tua carriera: come ti sei avvicinato alla musica e cosa ti ha spinto a decidere di esprimerti in prima persona tramite di essa?
Sin da bambino la musica è sempre stata una presenza fortissima nella mia quotidianità. Mio papà ha suonato la batteria in molte band amatoriali e io ho iniziato a pregarlo di partecipare a tutte le sue prove ancor prima di saper parlare bene. Le mie “prime volte” sono tutte impresse a fuoco nella memoria: la prima volta che ho scovato una copia di Nevermind nel cruscotto dell’auto di mio zio, la prima volta che ho riascoltato a nastro l’assolo di Nothing Else Matters dei Metallica, armato di matita per riavvolgere il nastro della cassetta al minuto 4:55… Non saprei mettere a fuoco l’esatto momento in cui ho compreso che la musica non era solo uno strumento di meraviglia, ma anche un modo per conoscermi e raccontarmi, però so che ogni minuto passato nella mia stanzetta a far correre le mani su uno strumento mi ha dato una conoscenza di me stesso così profonda che non sarebbe riproducibile nemmeno in dieci anni di psicoterapia.

Il fatto di essere un polistrumentista ti aiuta da un punto di vista creativo?
Moltissimo! Lungi da me definirmi un virtuoso in qualunque disciplina specifica; a un bagaglio tecnico elevato ho sempre preferito conoscere le basi di qualcosa per sapermi esprimere, per essere un buon “direttore artistico di me stesso”. Posso chiudermi in studio da solo e rendere giustizia alla mia ispirazione, ma ciò non mi preclude di interfacciarmi con musicisti molto più competenti di me per ottenere risultati ancora migliori. Il fatto di non suonare un solo strumento mi permette di prenderli in mano tutti e, all’occorrenza, passarli a chiunque altro abbia un’idea che mi piace.

‘Horror’ esplora un’atmosfera notturna tipica delle metropoli come Milano, quali sensazioni ti hanno ispirato nello scrivere il pezzo?
Sono cresciuto a San Paolo di Civitate, un paesino piccolissimo in provincia di Foggia dove anche quando piove, c’è il sole. Un posto che non mi ha mai fatto paura, un posto che ho sempre esplorato con quell’avida curiosità di un bambino che esce in strada alla ricerca di un’avventura e di un amico con cui condividerla. Quando sono arrivato a Milano mi sono accorto di non essere preparato a risolvere tutti gli enigmi sociali, meteorologici ed esistenziali che questa nuova vita ignota mi proponeva. Non ritrovare la via di casa è qualcosa che negli ultimi anni mi è successo non solo per colpa del mio scarsissimo senso dell’orientamento, ma anche perché spesso non sapevo dove collocare il concetto di “casa”.

Viene affrontato un tema importante e delicato come quello delle molestie e del consenso, inserendo il tutto in un mood oscuro. Come ti rapporti a tale tematica e quanto è importante parlarne a tuo parere?
Il consenso è un tema delicato che ho citato nella canzone, pur non esprimendo un giudizio a riguardo. Dirò soltanto che è difficile tirare una linea netta tra le attenzioni che desideriamo e quelle che pretendiamo, come è difficile distinguere la natura dei gesti romantici che facciamo per il bene degli altri e la natura di quelli che facciamo con finalità più narcisistiche. Si tratta di un argomento sul quale mi interrogo ogni giorno e sono lontanissimo da avere un’opinione ben formata a riguardo, invito tutti ad ascoltare il singolo e farsi un’opinione propria… Poi scrivetemi e ne parliamo insieme!

La produzione è variegata e richiama sound d’oltreoceano: come hai lavorato alla scelta delle sonorità?
Il mio lavoro di ricerca musicale pervade tutti i momenti in cui non sto effettivamente facendo musica. Ogni cosa che ascolto con abbastanza attenzione potrebbe fare capolino nelle mie produzioni, in maniera più o meno conscia. Nel caso specifico di Horror, l’arrangiamento è l’incontro tra le atmosfere sentimentali del Pop e dell’Indie targato West Coast – c’è molto di The Neighbourhood e The Weeknd – e le linee vocali ariose di cantautori come John Mayer e Paolo Nutini. Ho creato anche una variegata playlist che riassume tutte le velleità artistiche dietro al mio ultimo singolo se vi va di ascoltarla: https://open.spotify.com/playlist/6lwflfN1CurRTu0YdhJHdD?si=LVFYYAheR-mJTbVCDGSpLA

Qual è il tuo background musicale? Quali sono gli ascolti che più ti hanno influenzato e che ti sentiresti di consigliarci?
Il mio background musicale è molto variegato: sono cresciuto con il british rock e il progressive degli anni 70’, Supertramp e Pink Floyd principalmente. Ciononostante non ho mai sofferto di quella nostalgia che influenza il gusto musicale di molti giovani che amano il rock: riuscivo a tenere d’occhio la scena hip-hop contemporanea, come Kendrick o Eminem ed essere contemporaneamente parte attiva della scena hardcore dal 2010 ad ora (Bring Me The Horizon, Escape The Fate), senza perdere di vista le influenze delle mie influenze. Cerco di scegliere la musica che ascolto il meno possibile, lascio che sia lei a scegliere me.

Questo pezzo dimostra continuità con il tuo percorso ma allo stesso tempo è una grande evoluzione: quanto ti senti cambiato rispetto agli esordi?
Il mio gusto musicale si muove molto più velocemente delle mie produzioni, pertanto, come spesso succede, le mie canzoni sono un diario di quello che sono stato e magari non sono più. Nel caso di Horror però non è interamente così; ovviamente mentirei se dicessi che non ho in serbo cose molto diverse e che non sono impaziente che i miei ascoltatori vedano quanto io sia cambiato come songwriter, ma la volontà di scrivere canzoni intense, evocative e con arrangiamenti variegati non cambierà mai, quindi penso che Horror sia un brano che mi rappresenterà per molto tempo da qui in avanti. Senza contare che ho già avuto la fortuna di suonarla sul palco (cosa di cui sono molto grato, specialmente di questi tempi) e ho notato con piacere che a livello performativo mi fa emozionare come pochi altri pezzi.

Riponi un’attenzione particolare alle grafiche: quanto conta per te questo aspetto?
Ci tengo che l’universo grafico che circonda le mie idee musicali sia coerente con la mia visione, ma allo stesso tempo mi piace vedere lo sviluppo dei miei input da parte di artisti che stimo. Con Sant’Eustorgio, singolo uscito a Marzo di quest’anno, è iniziata la mia collaborazione con Terzo Occhio, un collettivo di produzioni di cui sono fondatore insieme a Caterina Cancelli, una graphic designer di cui sentirete molto parlare da qui a un annetto. È sempre interessante, specialmente sul lungo periodo, vedere la cifra stilistica di un’artista svilupparsi, specialmente se si tratta di un prodotto influenzato da una contaminazione naturale di idee.

Immagino non sia semplice pubblicare musica in un periodo così particolare: quali sono le tue aspettative per il futuro?
Tutte le mie aspettative per questo pezzo sono già state soddisfatte ed eccedute dal lavoro che abbiamo fatto per portarlo alla luce con Bhairav, che ha prodotto la traccia e Paolo Foti e Francesco Crispi che hanno girato il video con risorse a dir poco ridotte per via del lockdown. Questa canzone ha costruito una famiglia che mi accompagnerà per molto tempo dopo che tutto questo sarà finito. Il singolo è appena uscito e già mi sento di dire che non poteva andare meglio di così. Ora sogno di tornare su un palco, di tornare in studio con tanti musicisti che non vedo da troppo tempo, noncurante di epidemie, coprifuoco o chiusura definitiva dei miei palchi preferiti; non voglio altro che tanti motivi per perdere il sonno con la musica. Come è sempre stato.

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