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Holden, un figlio della Generazione Z lontano dagli stereotipi prova a spiegarci Se Un Senso C’è

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Holden, all’anagrafe Joseph Carta, è un cantautore della nuova scena musicale della generazione Z italiana, che sta muovendo i primi passi sulle proprie note, lontano sempre di più dagli stereotipi di genere e vicino a un proprio linguaggio spontaneo, immediato, pulito.

Joseph ha scelto un nome d’arte ispirato dal romanzo cult “Il giovane Holden”, di J.D. Salinger. Considerato tra i più importanti romanzi di formazione che hanno influenzato la letteratura moderna, è il racconto del difficile passaggio a un’età adulta.

 “Se un senso c’è” è stata scritta durante le prime settimane di confinamento e racconta in musica il senso di smarrimento provato al termine di una relazione che tanto ha dato, ma che altrettanto ha anche tolto. Il vuoto che si viene a creare con l’assenza della persona amata è incolmabile e sembra essere sempre più difficile ritrovare il senso e lo scopo dei propri giorni e gesti quotidiani.

Ho perso me per avere te e non mi stava più bene, così nasce ‘Se un senso c’è’: è una domanda che mi faccio, quale e dove sia il senso delle bugie, del perché ci sentivamo costretti a dover tenere appeso quel post-it. Non lo so se esiste un senso, ma se c’è, non importa più” – ha commentato Holden.

 Il video ufficiale, diretto da Claudia De Nicolò, è stato girato nell’Alta Badia. Protagonista assoluta è la natura incontaminata dell’area, tra le vette delle Dolomiti macchiate di bianco, in un ritorno agli elementi primordiali. Il giovane artista si trova solo, immerso nel paesaggio montano si sente per la prima volta smarrito. Il suo è un viaggio alle origini più profonde per ritrovare se stesso e un nuovo inizio di vita contando solo sulle proprie forze.

Prima domanda: nel comunicato che ti riguarda si dice che sei parte della Generazione Z. Ogni generazione, dai sociologi, è inscatolata in qualche modo. Credi che questo abbia senso, ti senti parte della cosiddetta “Generazione Z”, oppure no?

Mi sento parte di questa “Generazione Z” fino ad un certo punto. Credo che sia difficile categorizzare tutto in questo modo, è un collocamento che mi rappresenta per quanto riguarda epoca e contesto nel quale sono nato e cresciuto ma non molto più di questo.

Restiamo sul tema, e parliamo di musica: visto che ti ho chiesto qualcosa che riguarda la tua identità, tu canti che “Ho perso me per avere te e non mi stava più bene”. Credo sia un bel messaggio. Quanto è importante, per te, mantenere la tuua identità sempre e comunque? Che sia nel mondo della musia o nella vita in generale, intendo.

Credo che mantenere la propria identità sia importante in entrambi i casi, nella musica quando ti interfacci con altri artisti e stili diversi è facile assimilare e farsi condizionare, ma il modo più gusto per farlo secondo me è mantenendo un proprio stile e lasciare sempre un impronta propria, una caratteristica.

Nella vita in generale il “successo” immagino porti le persone a guardarti ed approcciarsi in modo diverso, e non per forza in modo migliore o positivo, a me non è successo sinceramente di trovarmi tutti gli occhi addosso o di non poter uscire di casa per questioni di notorietà, sono all’inizio del mio percorso, immagino che però non sia una situazione super facile da vivere, in quei momenti credo che le persone di cui ti circondi facciano la differenza.

 Appena ho letto il tuo nome d’arte ho pensato “Oh si, Il giovane Holden!”, poi ho letto che davvero sei ispirato al romanzo di Salinger. E’ un romanzo di formazione, ma è una formazione difficile con un protagonista complicato. In cosa ti riconosci, cosa c’è in te di Holden Caufield?

Salinger scrive in modo diretto, parecchio, mi affascinava il fatto che fosse considerato un “cult” e che allo stesso tempo fossi così “giovane” nella scrittura, e mi sembra una caratteristica che si avvicina alla contraddizione del personaggio di Holden, complicato ma semplice, spesso in conflitto, che lo rende secondo me una rappresentazione appropriata del percorso della crescita, del passaggio tra l’infantilità e la maturità. Nessuno sa cosa succede quando, alla fine, Holden parte e lascia tutto alle sue spalle, personalmente vedo il finale un po’ come se fosse l’inizio della sua nuova vita, di cui nessuno sa più niente, e questo mi piace, mi sento rappresentato da lui nel suo modo di fare, nel fatto che piuttosto che dire di essere stato cacciato dalla sua scuola sia stato pronto a vagare e di vivere tutte le vicende raccontate nel romanzo, tutte “avventure” spiacevoli dovute inevitabilmente alla sua impulsività, alla sua infantilità, alla paura, che lo portano a realizzare di dover affrontare se stesso.

Chi mi conosce sa che riesco a combinare due parti di me, una di serietà, impegno, responsabilità e concentrazione, con un’altra opposta, quella dell’infantilità, impulsività e testardaggine. Dentro di me vivono un bambino innamorato, un giovane arrabbiato, ed un quasi adulto responsabile, e do ascolto a tutti e tre, chiamandoli Holden. Io sono Holden.

 In un momento in cui pare vadano di moda video affollati e pieni di bella gente che balla, o fa comunque cose, tu te ne sei andato in montagna e te ne sei stato da solo. E’ anche il tuo modo di essere, o è solo un mezzo per trasmettere meglio ciò di cui parli nel video?

Siamo stati costretti a chiuderci dentro le nostre case e a sentirci tagliati fuori da tutte quelle cose che prima componevano la nostra quotidianità, io come le persone con le quali ho il piacere di lavorare e di confrontarmi avevo bisogno di respirare aria nuova, pulita, letteralmente. Volevamo trasmettere libertà e allo stesso tempo la consapevolezza che abbiamo tante cose lì fuori alle quali davamo poca importanza solo perché abituati al fatto che fossero lì. Spero che avercele tolte per un po’ abbia fatto riconsiderare la cosa, con me è stato così.

Domanda tecnica: come promuovi la tua musica, adesso che fare un concerto è impossibile? E cosa fanno I musicisti per passare il tempo, quando li chiudi in casa per mesi?

Per un musicista credo che non sia così grave trovarsi chiuso in una stanza con degli strumenti, per chi invece in quella stanza non ha avuto la possibilità di suonare immagino sia stato un vero inferno, personalmente non so come avrei reagito. Chi è abituato a suonare colloca la musica nella quotidianità e diventa un modo di sfogarsi ed esprimersi, quando togli questo alle persone non è mai una cosa buona. Certo ci sono persone che hanno perso molto di più che la possibilità di suonare, persone che hanno perso lavoro, la ragione, però chi suona giornalmente e si emoziona nel farlo potrà capirmi quando dico che toglierti la musica quando per te rappresenta un modo di parlare è come tenere all’infinito le lacrime dentro gli occhi quando sai che stai per piangere.

A livello di promo: Instagram, social, amici che mettono storie, amici di amici che mettono storie. Potremmo chiamarlo “passaparola virtuale”.

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