Music Attitude

Intervista a Fulvio De Rosa, storico imprenditore italiano della musica dal vivo e mente dietro a Bike-In, forse l’unica risposta originale alla crisi post-covid degli spettacoli dal vivo

fulvio de rosa bike in

Sconosciuto, forse, ai fruitori dei suoi eventi ma ben noto agli addetti ai lavori, Fulvio De Rosa è forse uno degli imprenditori dell’industria dell’intrattenimento musicale più dinamico ed eclettico.

Direttore generale da anni di due realtà stabili dell’interland milanese come la Shining Production e il Live Club di Trezzo sull’Adda, è stato in questo 2020 anche una delle menti dietro uno dei progetti più ambiziosi, assurdi, precoci e meglio riusciti dell’era della musica live post-covid, ovvero il Bike-In.

Nato come un’idea da dipanare in un format da esportare in varie sedi, ha visto la sua realizzazione grazie alla lungimiranza della città di Mantova che nel Campo Canoa ha fatto convogliare varie realtà dello spettacolo (non solo musicale) per dare vita alla prima arena di spettacoli da raggiungere e usufruire in bicicletta (mentre il mondo intero cercava di rispolverare l’idea decisamente meno green dei drive-in).

Facile! direte voi; come qualsiasi cosa dopo che ci ha pensato qualcun altro.

Abbiamo voluto parlarci a rassegna quasi conclusa (vi invitiamo a vedere cosa è rimasto in programma sulla pagina ufficiale www.facebook.com/bikein.live) per tirare le somme e capire come poi è realmente andata a finire.

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Io ho tenuto a fare l’intervista postuma, alla fine dell’esperienza, perché quello che si poteva dire, era stato detto molto, tanto, tutto. Voi siete stati i primi in Italia e credo anche in Europa a tirare fuori una soluzione, un’alternativa al problema che si stava vivendo e chi vi conosce sa che non è la prima volta che al posto di fare chiacchiere vi rimboccate le maniche e fate piuttosto che parlare e mi ricordo e ci tengo a sottolineare che in maniera più o meno velata l’idea del Bike-in era stata pernacchiata da qualcuno. Quindi senza rivolgerci direttamente a chi vi ha pernacchiato, come è andata questa storia che mi sembra non sia da buttare?

Allora guarda l’esperienza Bike-in è stata la cosa più positiva che ci poteva accadere quest’anno e la sua bellezza sta anche nel fatto di essere riuscita a noi individualmente e come gruppo, sostanzialmente a tirarci fuori da un tunnel di negatività che in quel momento insomma ha contraddistinto le giornate di tutti noi operatori e a sua volta di avere in qualche modo stimolato interesse e altre iniziative di taglio diverso che però su questa spinta, pensando all’estate, ha portato ad altre realtà, di rivedere i modelli che stavano facendo magari applicato in modo completamente diverso ma comunque ha un po’ illuminato un tunnel,  e anche questo devo dire è stata la cosa che più ci ha dato soddisfazione. Siamo stati inondati di messaggi di ringraziamento, ripeto, anche se uno l’idea la poteva apprezzare o meno ma il fatto di aver detto “Cazzo avete un minimo illuminato l’oscurità” quella è la cosa che ci ha fatto piacere. Chiaramente quando noi l’abbiamo annunciata minato abbiamo anche recepito un po’ di perplessità, perché la prima domanda che ci facevamo era: E a voi chi vi ha detto che sarà possibile fare spettacoli e soprattutto chi vi ha detto che sarà possibile farlo in questo metodo che non è mai stato applicato e ancora di più chi vi ha detto che alla gente piacerà questa idea? Chiaro è che nella nostra mente tutto funzionava perfettamente, eravamo convinti, poi mettiamo che siamo stati fortunati, mettiamola che avevamo talmente tanto analizzato tutti gli aspetti che dal nostro punto di vista nulla poteva andare storto. Dopodiché è successo che poco dopo che abbiamo annunciato il tutto, più o meno intorno al 25 aprile, il governo…

E’ stata quella la cosa, perché avere un’idea quando il dramma e decantato è un po’ più facile ma avere un’idea quando la ferita sta ancora sanguinando ci vuole professionalità e sangue freddo e le idee molto, molto chiare su come si fanno le cose e ci tengo a sottolinearlo perché, come dire, l’acqua calda sarà anche l’acqua calda ma il primo che la scoperta è venuto da una serie di anni in cui si usava l’acqua fredda. E’ troppo facile dopo dire che non avete fatto niente di che, però il primo che ha un’idea è quello che agisce in un ambiente e in un momento dove tutti stanno dicendo che non si può fare. Questo ci tengo proprio a sottolinearlo.

Quello che è successo è che da un lato,  lì per lì ho passato settimane dove non ho fatto altro che rispondere a mail e telefonate  interviste e quant’altro e questo, ovviamente, ci  ho fatto molto piacere, dall’altro è successo che avendo, appunto,  in qualche modo immaginato quello che poteva essere lo scenario possibile riguardo l’estate, a metà maggio il governo ha emanato il  DPCM dove per la prima volta  ha consentito delle attività all’aperto con determinati parametri ed erano esattamente dei parametri in linea con  il nostro modello questo ha comportato, che da un lato ha pienamente validato il nostro format che chiaramente era stato sottoposto anche a tecnici, ingegneri,  vigili del fuoco e che avevano anche loro confermato la   sostenibilità e la bontà del modello tecnico. Però al tempo stesso è successo che molti dei comuni con cui stavamo discutendo, di fronte allo scenario di dire “ma con le sedie in qualche modo ce la caviamo” hanno preferito tornare al vecchio modello, rischiare meno etc. Per fortuna noi avevamo due, tre piazze sulle quali puntavamo in particolare la città di Mantova che, anche lì, per una magnifica combinazione, appena lo abbiamo annunciato ha trovato subito piena accoglienza perché completava un’ipotesi che avevo già stavano facendo su quell’area, in maniera del tutto proprio naturale l’hanno realizzata al massimo dell’aspirazione che noi avevamo. Nel senso che il nostro era un modello sharing, cioè, voleva essere un’idea che veniva concessa. Tenendo, chiaramente, un minimo di titolarità dell’idea e della comunicazione ma poi delegando le attività locali ed essere un format gestito a chilometri zero, con service locali, con le maestranze locali. A Mantova è successo esattamente questo l’amministrazione ha fatto una specie di call, hanno risposto a questa call un’infinità di associazioni che spaziavano in tutti i campi, come noi desideravamo, quindi: teatro, cinema, danza, poesia e musica e in pochissimi giorni sono riusciti a completare un calendario di settanta giorni, di cui sessanta di programmazione. Un calendario fittissimo, ma la cosa ancora più sorprendente, che poi,  fatto tutto, imbastita la cosa, migliorato nel mentre un po’ le condizioni quindi abbiamo in qualche modo sospeso alcuni dei servizi che avevamo previsto che sono sempre lì però non era importante investirci ulteriori risorse, per svilupparli, intendo il fatto di servire i pasti direttamente sul posto tramite un app,  piuttosto che altri servizi che abbiamo pensato, che rimangono possibili ma che ripeto non era più indispensabile anche se nell’ipotesi peggiore noi avevamo previsto tutto, ma la cosa bella è che quando abbiamo iniziato a realizzare l’arena, abbiamo ricevuto l’apporto di altre figure che hanno, a loro volta, espresso delle considerazioni e delle migliorie, quando l’abbiamo realizzata sembrava, in un momento iniziale, che stesse venendo fuori male, abbiamo fatto alcune correzioni, dopo di che abbiamo fatto alcune correzioni e il risultato finale è stato superiore all’aspettativa, ma ancora di più quando poi abbiamo aperto, facendo una prima data di riscaldamento con un’iniziativa locale e dopo abbiamo fatto il primo grosso evento di Fabi che è andato sold out molto velocemente, la cosa incredibile , che poi la puoi anche respirare guardando i video che abbiamo girato è che la Bike-in Arena è un’esperienza nell’esperienza, a prescindere da quello che succederà in futuro, è stato un modo di vivere lo spettacolo in un modo nuovo. Il fatto che la gente sia arrivata timidamente con la loro bici in maniera slow, accedere, poterla parcheggiare di fianco sedersi lì di fianco al proprio spazio che poi avevamo abbellito con piante e dei tavoli di appoggio di legno naturale, si creava un’atmosfera che onestamente, che se un po’ ci hai seguito sai che siamo abituati a fare eventi di ogni ordine e dimensione, era tanto che non provavo un’emozione per una sensazione nuova, diciamo così e quando ci fu il bis e la gente iniziò in maniera del tutto autonoma e improvvisata a suonare i campanelli delle biciclette perché ci fosse il bis, quando uscì Nicolò Fabi era basito da questa situazione e lui stesso ci ha confermato che ha vissuto un’esperienza che non aveva mai trovato altrove.

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Oggettivamente, immagino che dopo tanti anni che organizzi eventi, che non è come la cardiochirurgia, diventi una routine, voglio dire che se sei un professionista lo sei e basta. Certo ci può essere sempre l’imprevisto dell’artista viziato, del tempo che peggiora all’improvviso. Ma qui si è passati dal mettere una pezza a creare un gusto nuovo, un elemento nuovo. E’ come un colore nuovo, una nota nuova come se le note fossero otto.

E’ così! Tu devi vedere il momento in cui arriva la gente, il momento in cui va via e si forma lentamente e si formano a chiacchierare i gruppi di congiunti con questa bici che rappresenta già un distanziamento. IL flusso, il deflusso, ok, è chiaro che stiamo parlando di un’arena in questo caso di 500 persone, e comunque noi lo avevamo dichiarato ad aprile che questo era un modello da 100 a 1000 persone. Il range di questo modello è questo. Non stiamo pensando a qualcosa che sostituisca l’arena di Verona dove noi abbiamo l’intenzione di tornare per fare gli eventi grandi come Lenny Kravitz, Placebo  e tutte le cose bellissime che facciamo.  Però alla seconda serata, il Sindaco è salito sul palco e ha dichiarato che questo format ( nonostante le imminenti elezioni) è stato confermato anche per l’anno prossimo perché questo nuovo modello merita di essere inserito nelle varie manifestazioni della città. E anche con tutte le realtà con le quali abbiamo collaborato, come il principale operatore cinematografico che ha spostato nell’arena una ventina di spettacoli facendo anche delle rassegne tematiche etc. Anche chi ha organizzato danza, chiunque a qualsiasi livello ci ha confermato che la risposta alla proposta è stato maggiore, soprattutto dal punto di vista qualitativo. Non c’è stata una singola persona che si sia lamentata dell’organizzazione o altro ed è una cosa che non succede mai.

Avete già per caso ricevuto chiamate o richieste dall’estero per questo format? Se uno non avesse letto  bene il titolo avrebbe pensato che questa cosa fosse successa per esempio in Germania non in Italia.

Si, subito. Le nazioni che ci hanno scritto a vario titolo sono state: l’Inghilterra che ci ha fatto particolarmente piacere perché ci ha scritto l’assessore agli eventi della città di Leicester, poi ci hanno scritto dalla Francia dove diverse testate hanno riportato la notizia, dalla Danimarca, dalla Romania, dalla Svizzera. Per cui c’è stato molto interesse anche se per quest’anno non c’erano più le tempistiche e le condizioni per procedere ma che è un format che verrà considerato per l’anno prossimo.

Anche perché per eventi della dimensione della quale abbiamo parlato, abbatte e azzera il problema parcheggio, lo annulla completamente?

Bisogna essere sinceri come abbiamo sempre fatto, potenzialmente si, assolutamente si. A Mantova lo ha fatto in gran parte. E’ chiaro che il format è iniziato come soluzione al Covid e come modello alternativo, dopo di che a Mantova la situazione epidemiologica è migliorata, come è successo in tutta Italia e si è deciso di lasciare un minimo di flessibilità consentendo anche l’accesso a piedi. Per cui dipendeva molto dalle serate, per esempio in quella di Fabi abbiamo raggiunto almeno il 70% dei partecipanti in bicicletta, altre serate avevamo il 30-40% degli spettatori in bicicletta. Dipende molto da chi sposa il progetto, Mantova non è una metropoli e non voleva penalizzare alcuni operatori locali, come quello del cinema, dove c’è un pubblico prevalentemente più adulto e diventava difficile obbligarli a muoversi esclusivamente in bici. Arrivando magari anche da comuni limitrofi. Come tutte le cose non esiste il bianco e nero, esiste il grigio, ogni processo culturale si avvia con la sensibilizzazione. Noi non lo abbiamo scritto da nessuna parte di venire a piedi, l’abbiamo concesso quando la gente ce lo chiedeva ma il messaggio importante che è passato è che un’arena dove venivi in bici. La fatalità ha voluto che poi non si parlasse altro che di bici, con il bonus dello stato. Sembrava quasi una barzelletta da quanto è esplosa nella mente il tema. Quando poi la volontà politica si incontra con il progetto il tutto può diventare un modello al 100%.

Anche perché l’essere umano e noi italiani in particolare siamo abituati molto a lamentarci ma poi quando ci troviamo nella condizione del dover fare ci adattiamo.

Noi abbiamo fatto un lavoro territoriale, se ci scrivevano per esempio da Milano e quindi raggiungere Mantova in bici era impossibili, gli rispondevamo di arrivare in macchina nel pomeriggio, parcheggiare in aree preposte e ben identificate, portati la bicicletta e chi non l’aveva poteva trovare le bici del parcheggio bike sharing (Mobike), farsi magari un bel giro intorno ai laghi di Mantova o nel centro storico e unisci l’evento ad una bella gita.

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Un’esperienza globale.

Esatto, quindi c’era gente che veniva in macchina e poi noleggiava la bici e la portava dentro l’arena quindi non risparmiando, e secondo noi è stato significativo anche questo. Si faceva parte di un movimento “ devo sposare questa idea al massimo”.

Con il senno di poi, una cosa che avevate pensato facile e che invece si è rivelata difficile e viceversa?

Devo dire che ha funzionato quasi tutto come ce lo eravamo immaginato se non meglio, le uniche leggere difficoltà fisiologiche, ad esempio, in un’arena come Mantova aver a che fare con trenta associazioni differenti, determinate modalità operative, come un servizio di biglietteria unificato non siamo riusciti a farlo, la gestione delle maschere etc. Il tutto ha comunque funzionato.  D’altronde, in questa prima edizione non c’era la volontà di fare delle forzature anche perché è un’idea nuova e gli altri si devono fidare totalmente di te. Questo ha permesso anche lo scambio di idee con altri, per esempio ci è stato suggerito un modo per afflusso delle persone in modo leggermente diverso e questo si è rivelato vincente. Grandi difficoltà che non si sono superate nessuna. La soddisfazione più grande è che il risultato realizzativo e soprattutto il mood, l’atmosfera, le facce delle persone quando arrivano e vedono l’arena a cielo aperto, come si trasforma con il tramonto, sembrava una cartolina che avevamo disegnato. E’anche la prima volta che mi capita, che dal punto di vista istituzionale è stata una delle commissioni più serene e veloci alla quale abbia mai partecipato. Normalmente trovi sempre un pochino più di rigidità sulle cose ma qui davvero tutto è filato liscio. Un piccolo rammarico ce l’ho, perché questo modello mi ero anche permesso di presentarlo a Franceschini, ai coordinatori regionali, alle singole regioni etc. A me è dispiaciuto che non si stata compresa anche da loro la bontà di questo progetto perché non che avessi chiesto a loro di darmi dei soldi però avevo cercato di sensibilizzare nel dire che esiste questo Bike-in, che non vogliamo le macchine negli spettacoli, di vivere dell’esperienze negli abitacoli con il caldo e con il fattore inquinamento, esiste questo modello, sostenetelo. Sostenete gli operatori nei loro luoghi per realizzarlo. Promuovetelo culturalmente e questa cosa non è stata recepita e me ne dispiaccio perché credo nel progetto. Anche perché dove sono state messe le sedie e disposte una ogni metro e non collegate tra di loro, a livello della sicurezza non è proprio il massimo. Non sono mai state autorizzate in passato. Sono andati in deroga con modello che ha presentato dei rischi e obblighi anche i membri di una stessa famiglia ad avere lo stesso tipo di distanziamento anche se congiunti.

Ce ne siamo accorti seguendo altri eventi e facendo gallery, che a colpo d’occhio era tutta un’altra cosa. Era quello che dicevo prima, un conto è metterci una pezza e un altro è creare un modello a prescindere dal Covid, dall’emergenza. Quella delle sedie è stata una pezza appoggiata là. Non era funzionale.

Come vedi la situazione invernale?

Anche questa è una coincidenza temporale che probabilmente forse non è neanche una coincidenza di per sé ma semplicemente è che in molti ci stiamo facendo le stesse domande e stiamo facendo le stesse riflessioni. Proprio ieri ho avviato un confronto personale con tutti i miei colleghi e anche con tutte le principali agenzie con cui lavoriamo,  il tema che ho proposto è che purtroppo dobbiamo essere realistici e pragmatici e bisogna essere il più lucidi possibile se si vuole provare a superare la situazione, e lo stato delle cose ci dice che c’è preoccupazione intorno a noi anche perché non abbiamo le competenze scientifiche per dire come è davvero la situazione però dobbiamo recepire quello che i media e i governi hanno deciso di fare e stanno facendo  e oltre a vedere quello che sta avvenendo in Italia non possiamo non vedere quello che succede in Europa e nel resto del mondo. E la situazione ad oggi, sentendo gli artisti di oltreoceano e che quindi devono intraprendere tour mondiali, non hanno previsto nessun tipo di esibizione per il 2021 in Europa e in Italia e altri che sono in ballo potrebbero decidere di annullare anche se mi auguro di no. Non sto esprimendo dei giudizi, sto facendo un’analisi delle informazioni che gli operatori stanno dando. Nell’ambito europeo la situazione è leggermente migliore ma comunque molto dilatata nel tempo e i gruppi europei, stranieri che fanno tour relativi al vecchio continente non prendono in considerazione di fare eventi se non prima dell’estate prossima alcuni più sull’autunno. A quel punto noi stiamo anche registrando in Italia che tutti si sono riprogrammati da marzo in poi e inizia ad esserci anche un po’ di perplessità, non tanto solo sul fatto se si possa o meno iniziare nuovamente a marzo ma più che altro in che condizioni si potrà iniziare a marzo.

Da ignorante e da non proprietario di un locale ma da caporedattore di una rivista mi sto guardando tutte queste date che vengono spostate sempre di più e mi domando, ma le stanno spostando a maggio-autunno 2021, ma questo locale nel frattempo non è che fallisce? Siamo sicuri che poi ad ottobre 2021 ci sarà ancora un locale dove farlo?

La verità è che certezze non ce ne sono, si cerca di dimostrare forza e compattezza per non creare ulteriore panico però la verità è che di certezze non ce n’è e speriamo che il governo che sta varando, per la prima volta e bisogna riconoscerlo, dei provvedimenti a favore delle nostre aziende e per la musica contemporanea che finora non è mai stata considerata, deve rendersi anche conto che queste misure dovrà potenziarle, perché per quanto sia lodevole che le abbia emanate sono comunque esili rispetto all’emergenza che stiamo vivendo, poi è chiaro che c’è in gioco l’economia del paese. Noi siamo comunque, a tutt’ora, chiusi da 23 di febbraio, scontiamo un prezzo superiore rispetto agli altri per quanto siamo stati considerati da qualcuno secondari, come attività, però è un dato di fatto. E’ necessario che il governo, al quale noi stiamo facendo sollecitazioni si ponga il problema non solo nell’immediato perché questa crisi non si risolverà a marzo perché avrà degli strascichi. Non parlo degli eventi che erano stati già programmati e hanno già il loro venduto, parlo degli eventi nuovi e dei biglietti che dovranno essere venduti e i sondaggi ci dicono che per tornare alla normalità ci vorranno uno o due anni.

Una cosa della quale non si è parlato è che dal punto di vista fisico non era mai successo in tanti anni che a questo punto dell’anno ci fosse per l’anno successivo una line-up già completa, quindi ci sono gli emergenti o gli artisti che dovevano promuovere un disco che non lo possono fare fino a che non ci sarà lo spazio nel calendario per inserirsi in tutti questi rinvii, cioè, non è proprio un problemino da nulla.

Quello che noi ci siamo immaginati è che è opportuno da adesso all’anno prossimo partendo dll’indoor parlano dell’autunno, inverno, primavera è ovvio immaginare dei modelli alternativi come noi abbiamo fatto con Bike-in e purtroppo, al momento, mi viene da dire che non vedo grandi possibilità per modelli che non prevedano esclusivamente posti a sedere se non varianti ingegnose di questo modello o di dinner show e quindi con una ricalibrazione della capienza…

E quindi anche dei cachè degli artisti…

Esatto. Può funzionare solo se ci si siede tutti, si cerca di capire che se chiudono i club o comunque i posti indoor proseguire l’attività non sarà facile per nessuno se non impossibile perché nessuno parte facendo già gli stadi salvo rarissimi casi, o si salva il mondo indoor o crolla tutto il mercato e quindi bisogna che artisti, management e organizzatori coordinino delle modalità nuove, degli allestimenti leggeri che siano compatibili con le capienze che saranno disponibili. Nessuno desidera che questa situazione si prolunghi più del necessario però come in tutte le cose bisogna cercare il positivo, onestamente io che faccio questo lavoro da 21 anni era parecchio che non percepivo più quello spirito che mi aveva così tanto conquistato quando avevo iniziato a farlo, queste band che erano sempre in tour, che facevano 40 date che suonavano  quasi tutti i giorni, in tutte le città dalla Valle d’Aosta alla Calabria,  con tour anche massacranti ma che portavano a casa un bagaglio di esperienza enorme e ormai il mercato si era omologato in tour da otto date nelle principali città italiane. Sempre le stesse, il modello era diventato quello. Se invece prendiamo magari anche i nuovi artisti che questo modello non hanno ancora fatto in tempo a viverlo, scoprono cosa vuol dire suonare davvero in giro, magari con delle repliche. Intanto genera tanto lavoro per tutti e giornate lavorative ed è un argomento sul quale soffermarsi e comunque 20 o 30 date offrono sostentamento ai lavoratori, l’artista fa un sacrificio in più a fronte dello stesso risultato totale però almeno potrà dire ho supportato questa cosa. Potrebbe tornare anche il piacere di farlo che si era perso.

Alcune cose erano veramente diventate copia e incolla, copie carbone sempre della stessa cosa. In dieci anni nei quali mi occupo io di questo argomento è successo solo due anni fa nell’ultimo tour di  Alessandra Amoroso che ha voluto fare una data per ogni regione, poi bissando varie date. E’ stata la prima volta in cui io ho pubblicato un comunicato con date in città della Basilicata, Valle d’Aosta, Molise. Erano regioni che non avevo mai citato nei vari comunicati. Non sapevo che esistessero certi locali in queste regioni però è stata la prima e ultima volta che ho visto una cosa del genere altrimenti sempre, sempre le stesse date.

Siamo al limite e forse al di sotto della sostenibilità e di questo ne sono consapevole perciò è necessario che il ministero, in primis quello della cultura, o eventualmente dello sviluppo economico ci considerino, come i cinema, come i teatri. Che ci siano delle misure per sostenere questa fase. Qui non c’è in ballo solo il futuro delle aziende, dei lavoratori, qui la partita è più seria perché se la gente si disaffeziona ad andare ad un evento durante un anno intero, al chiuso, se non gli si trasmette un po’ di tranquillità, che è sicuro farlo,  e che ci sono artisti che si mettono in gioco e che li sensibilizzano su alcuni punti, non sarà certo che poi si riparta davvero. Quello che alcuni produttori in questo momento, non stanno opportunamente considerando è questo aspetto, io lo so che se c’è un tour di un’artista che ha fatto tutti gli stadi sold out, non altri modi di fare gli spettacoli, devo aspettare che si torni, quello lo capisco, ma al tempo stesso quello stesso artista che ha fatto sold out in tutti gli stadi, ha iniziato da noi, ha iniziato con un pubblico che si è abituato a venire da noi, se il pubblico non va più agli spettacoli magari, il biglietto o il voucher che ha in mano da un anno prima o poi lo utilizzerà, e non lo so neanche perché ci sarà purtroppo anche una grande percentuale di persone che rinunceranno per svariati motivi. Diventa un circolo vizioso e dobbiamo tutti interrompere questa catena. Come un olimpiade, noi dobbiamo accendere una fiaccola e portarla in giro, sarà debole, sarà piccola ma quella fiamma deve rimanere accesa come un braciere olimpico. E’ un ruolo che abbiamo sempre svolto chi lavora nelle piccole realtà, è come un presidio culturale e sociale, se perdiamo questo giro, onestamente, con le nuove generazioni che iniziano ad avere gusti diversi e modalità di fruizione diverse interrompiamo proprio in una fase di trasformazione del mercato che sta avvenendo, è una cosa pericolosissima. Non possiamo pensare ad un futuro che sia streaming, può essere solo un’attività accessoria.

Non possiamo pensare che il mondo diventi un’assenza totale di contatto umano, è una cosa gravissima che ha delle conseguenze spaventose.

E dire, semplicemente, aspettiamo che ritorni come prima è pericoloso. Chi lo sostiene non si rende conto di quello delle implicazioni che possono ritorcersi contro di loro.

E’ sempre il problema delle situazioni drammatiche, qualcuno dice, dobbiamo tornare come prima in seguito ad un evento catastrofico e nuovo come questo non capisce che il prima non c’è più, c’è solo il dopo che sarà inevitabilmente molto diverso dal prima. Bisogna investire tempo, idee e denaro nel creare qualcosa di nuovo, ricreare quello di prima è quasi impossibile. Questa è la mia filosofia di vita anche nelle piccole cose a maggior ragione in seguito ad eventi così di larga scala, è la mentalità umana che cerca sempre di aggrapparsi al prima ora che invece esiste solo un dopo e quindi bisogna creare il dopo.

E’ come quando c’è stata la crisi del ’29 o la crisi del petrolio, tutti fino ad un secondo prima danno per scontato che le cose andranno avanti in quella direzione però ci sono degli avvenimenti che azzerano è inutile rimanere ancorati ad un modello. E’ così fin che funziona, fin che non si interrompe il ciclo e in quel caso uno deve essere capace di prenderne atto e analizzarlo e cercare la soluzione.

Mi piacerebbe avere un’opinione rilassata e tranquilla, non polemica. Visto che tu ti occupi di entrambe i settori, che cosa ne pensi di questo scivolone che è durato qualche settimana, discoteche aperte si, concerti no.

In tutta onestà ho un’attività che incarna le due anime e ho una visione che ibrida.

Anche perché sei culturalmente sincero.

Probabilmente nel mio percorso che comunque è avvenuto nell’ambito live e poi mi sono messo a fare intrattenimento danzante, l’ho fatto comunque derivante da un mondo live diciamo che è un approccio professionalmente diverso e spesso quando mi trovo a relazionarmi con colleghi che lavorano esclusivamente nel mondo dell’intrattenimento abbiamo delle vedute un po’ differenti. Io non condanno in maniera totale la categoria per il fatto che comunque che il governo, le regioni hanno previsto delle norme che erano onestamente inapplicabili ma uno di fronte alla possibilità di lavorare, di salvare la propria azienda difficile che diventi obiettivo e lucido. In parte comprendo e non voglio colpevolizzare tutta la categoria soprattutto quando in certe situazioni quando ci viene dato un appiglio da chi ci deve governare, quindi credo che sia stato fatto male di aver fatto un trattamento differenziato perché i parametri che sono stati concessi nel fare spettacoli sono parametri che sono stati rispettati ed è stata  una dimostrazione enorme di spirito di sacrificio di realizzazione di quello che era stato immaginato nelle varie forme di musica dal vivo. Nell’altro caso invece era stata fatta una previsione che non era gestibile e l’errore è il peccato originale. Poi è successo in tutti in settori anche il nostro, tenta di attuare i parametri in modo più responsabile e chi non lo ha fatto minimamente. In questo momento che anche gli esperti fanno fatica a comprendere ed avere certezze, che il virus sia meno violento o avere meno contagi, nessuno sa, io non lo so, che se si decide che si fa un sacrificio giusto o meno che sia, per onestà intellettuale per rispetto di tutti, è giusto che ognuno rispetti le regole. Questa deregulation totale, forse, ha fatto in modo che anche quelli che erano partiti con i migliori auspici sono poi passati dalla parte del torto, perché purtroppo, non si può non immaginare che se organizzi un evento di musica dance o di musica pop dove i giovani vogliono vivere quell’esperienza al massimo, è impossibile che non si accalchino. Il fatto che le regioni lo abbiano permesso senza cercare delle soluzioni alternative che comunque esistevano, non usare la pista, metti dei tavoli, balli sul posto insieme ai tuoi amici, contieni la gestione, non puoi dire che siccome hai dimezzato la capienza, fermo e concesso che questo sia vero, hai fatto tutto il possibile, misurato la temperatura e dato l’obbligo di mascherina, si capisce che è come andare da un drogato e dirgli di non drogarsi. Non è sufficiente, bisogna comprendere il problema e si deve cercare di attuare delle soluzioni che siano compatibili con il problema.

Io vi ho detto le regole non è colpa mia se non le rispettate

Si, per quel libera tutti di due settimane dove molte attività hanno salvato la stagione, perché parliamoci chiaro, le realtà che più hanno creato polemica fanno quel tipo di lavoro ovvero lavorano prevalentemente in quelle due settimane di ferragosto. I miei genitori sono di un posto a 7 km da Gallipoli e conosco molto bene il Salento, ho iniziato a fare il dj andando a vedere Francesco Zappalà al quartiere Latino. Quindi è una categoria della quale faccio parte e che amo ma che purtroppo si è dimostrata irresponsabile. Mi dispiace perché ci sono stati degli operatori che hanno davvero provato a fare qualcosa di diverso e che ne stanno pagando le conseguenze per quelli non hanno voluto rispettare. Non comprendo questo scontro frontale davanti all’indifendibile, non credo che sia diplomaticamente e politicamente strategico sei comunque nel torto…Non dico che tu non sia in difficoltà, come molti operatori però questo tipo di attacco non credo che sia producente.

Il ricorso al TAR l’ho trovato di cattivo gusto

Le minacce già di per se non sono piacevoli, però in un gioco politico le posso anche accettare ma decidere di applicarle realmente e perdendo miseramente su un tema così delicato, perché al di là del tuo pubblico è palese che sei indifendibile, credo sia stato un errore. Poi non so che azioni concrete avrà il governo rispetto a questo aspetto. Le aziende che sono state serie è giusto che vengano sostenute, spero che non ci siano spiacevoli sorprese nel giustificare che chi più urla ha più diritto, questo infrangerebbe i sacrifici che abbiamo fatto tutti, italiani in primis con i lockdown e le imprese di spettacolo che invece hanno provato a trovare forme alternative e che hanno onestamente e oggettivamente garantito la sicurezza.

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