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Keemosabe, intervista alla giovane band italiana in uscita il 23 ottobre con il loro album d’esordio, Lock Closer

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Out Of The City Part. 2 è il sequel di Out of the City pt.1, il singolo contenuto nell’EP dei KEEMOSABE uscito lo scorso anno (2019). Gli elementi musicali e il testo della prima parte sono stati completamente rielaborati per dare vita ad una canzone che racconta della vita in una metropoli “tentacolare”. Il tema principale è infatti la contrapposizione tra l’incredibile accessibilità a persone e risorse in un ambiente cittadino, contro l’assordante sensazione di solitudine ed indifferenza che la vita in città può comportare.

Il testo esorta dunque a riscoprire davvero sé stessi, rifiutare di conformarsi ad unacollettività che non ci appartiene e spezzare le catene che ci bloccano psicologicamente.
Questo brano ed in generale il tema dell’evasione dalla città riflettono senza dubbio le esperienze di vita della band, che dopo diversi anni passati tra grandi metropoli come New York e Londra, hanno deciso di ritornare a vivere in Italia, creando uno studio disperso nei boschi del Lago Maggiore, dove vivono e creano musica lontano da tutto e da tutti, ma vicini agli aspetti essenziali della vita.

Il video vede i KEEMOSABE trasformarsi in rapinatori di grand hotel negli anni ‘70, dove non mancavano pistole, inseguimenti in auto d’epoca, ville sfarzose e tanta esagerazione. La prima parte del video è stato ben accolto anche dalla critica cinematografica, vincendo il premio Roma Videoclip 2019 come miglior video musicale italiano indipendente.

Questo singolo è stato l’ultimo singolo ad anticipare l’uscita del loro album d’esordio, Lock Closer, il prossimo 23 ottobre.

Keemosabe è una parola di origine nativa americana. Perché la scelta di questo nome per la vostra band?
Quando ci siamo formati nel 2016, poco dopo esserci conosciuti, abbiamo trascorso un’intera estate a sistemare una vecchia casa nel bosco per renderla il nostro studio. Qui sono nate le nostre prime composizioni e tutt’oggi viviamo e creiamo tutto dentro a questa casetta: la comunione con la natura è uno degli aspetti più positivi ed influenti del fare musica lontano da tutto e tutti ma vicini all’essenziale. Da qui la nostra scelta di un nome che è un omaggio a culture e religioni diverse dalle nostre, come quelle delle tribù dei nativi americani, che hanno notoriamente sempre avuto un infinito rispetto per la natura loro circostante.

Uno dei vostri ultimi singoli, Let The Sun Set, presenta molti cambi di ritmo ed atmosfera che rendono il brano affascinante ma tutto fuorché radiofonico. Come è nato il brano e perché questa coraggiosa scelta stilistica?
Il brano è stato uno dei primi che abbiamo creato insieme in sala prove, proprio da una di quelle sperimentazioni che poi si trasformano in una canzone. Quando abbiamo unito diversi cambi di ritmo ed atmosfera non lo abbiamo fatto calcolandolo, ma è stato letteralmente un flusso di coscienza che non abbiamo voluto interrompere. Non a caso, Let the Sun Set nei nostri live è spesso il brano di chiusura, che si allaccia ad una lunga jam strumentale. Per questo brano ritenevamo fosse più importante lasciare libertà alla composizione piuttosto che distorcerla per adeguarla a necessità radiofoniche, ma al contempo adoriamo scrivere brani più corti ed essenziali.

La vostra partecipazione ad X Factor dello scorso anno vi ha visti uscire tra le polemiche prima delle eliminatorie vere e proprie. Cosa avete imparato da quest’esperienza?

È un’esperienza di cui abbiamo fatto molto tesoro, che rifaremmo sicuramente. Ci ha aiutati a vivere la musica da un’altra prospettiva, quando l’artista diventa un prodotto “usa e getta” di una macchina molto più grande. Siamo felici di aver avuto il nostro spazio davanti ad un grande pubblico e ancor di più siamo contentissimi dell’enorme supporto ricevuto nonostante le poche apparizioni.

I Keemosabe sono emigrati in Regno Unito, a Londra, per poi tornare in Italia. Cosa vi ha spinto a questo ritorno?
Sicuramente in primis il bisogno del nostro spazio. Il trasferimento a Londra aveva comportato l’allontanamento dal nostro studio nei boschi, che è il cuore pulsante di tutte le nostre attività. Per quanto Londra sia una metropoli che offre infinite possibilità, abbiamo ritenuto che fosse necessario sviluppare il nostro prodotto appieno per poi ritornare all’estero con delle basi più solide. Quest’anno è stato proprio un anno chiave e progettiamo, Covid permettendo, di ritornare sul suolo britannico a brevissimo.

Avete registrato alcuni brani presso i leggendari Abbey Road Studios. Sono così mitici come vengono dipinti da molti?
Assolutamente sì! Sono davvero un ambiente magico. La sensazione di entrare nelle stesse stanze, di poter suonare gli stessi strumenti che sono stati usati 50 anni prima da gente come Beatles e Pink Floyd per comporre capolavori che sono stati ascoltati da milioni di persone è impagabile.

Per ora siete un gruppo che ha sfornato numerosi singoli. A quando il traguardo di un vero e proprio album? O siete della filosofia, che molti vostri colleghi stanno applicando, che nel 2020 un full length non ha più alcun senso?
In realtà il traguardo, sudatissimo, sta per arrivare tra poco! Il 23 ottobre di quest’anno (2020) uscirà il nostro album di debutto, che si chiama Look Closer, di cui siamo molto orgogliosi. Conterrà i quattro singoli usciti quest’anno più altre otto nuove composizioni inedite. Ahimè, noi che siamo legatissimi alla tradizione degli album, dobbiamo ammettere che nel mondo odierno è veramente difficile catalizzare l’attenzione dell’ascoltatore su un intero disco. Ciò nonostante, noi KEEMOSABE abbiamo ritenuto importante per noi stessi e per la missione che ci siamo posti, il creare un disco che avesse un inizio, uno sviluppo ed una conclusione, in cui ogni composizione è un piccolo capitolo di una storia che racconta della scoperta di sé stessi.

Tour: premesso che gli eventi degli ultimi mesi hanno sparigliato le carte di moltissimi artisti, dai big agli emergenti, quali sono i piani per il vostro futuro?
L’umanità nel corso di questo anno ha dovuto far fronte ad un’emergenza inaspettata e di dimensioni globali. Tantissime persone hanno perso il proprio lavoro, tante altre hanno dovuto riadattarsi in fretta e furia a nuove abitudini, per non rimanere schiacciati. In tutto questo caos generale crediamo che noi musicisti dovremmo mettere da parte la voglia di calcare il palco fino a quando le persone non si sentiranno estremamente tranquille e felici di frequentare eventi pubblici affollati. Prima di questo momento sicuramente si sono trovate e si potranno trovare molte alternative al classico show live, ma per una rock band che punta tutto sul creare uno show coinvolgente per un pubblico che si scateni, sarà meglio aspettare che la situazione virus migliori. Avevamo in programma un lungo tour per l’uscita del nostro nuovo album Look Closer ma speriamo di poterlo rivivere tra qualche mese.

È uscito il vostro ultimo singolo, continuazione dell’omonimo singolo del 2019. Come mai questa scelta? Parlateci un po’ del percorso
Il concept dietro ad Out of the City è la fuga da una città tentacolare. Questo è stato sviluppato in due modi: a livello testuale è stata affrontata la tematica dell’incredibile accessibilità a persone e risorse in una città, contrapposta alla assordante solitudine che accompagna molti cittadini di una metropoli.
A livello videografico, in collaborazione con Montsugi, abbiamo creato una storia dal sapore poliziesco, contornata da pistole, furti e veloci inseguimenti, con la Part 1 di Out of the City che ci vedeva impegnati nel ruolo di rapinatori degli anni ‘70. Il nuovo video di Out of the City Pt.2 racconta invece di un ultimo grande colpo di questi rapinatori, avvenuto proprio nel 2020, dove i protagonisti sono la nostra versione, solo un po’ più invecchiata e alle prese con diversi acciacchi. Vedere per credere!

 

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