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Afterhours, costruire per distruggere

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Quando avremo un’altra band come gli Afterhours? Tutta questa folla che riempie il Mediolanum Forum questa sera chi celebrerà tra altri trent’anni? Lo stesso Manuel Agnelli pare incredulo nel sentire cantare a squarciagola “Inocula il mio germe!” e si toglie la soddisfazione di suonare ad un palazzetto pieno “Folfiri o Folfox”, una canzone a dir poco sperimentale e già ardita su cd, figurarsi live. Una band che può fare di tutto stasera, anche suonare più di tre ore con una scaletta onnicomprensiva e anarchica, senza nessuna costrizione promozionale. “Trent’anni fa mai avremmo immaginato una cosa del genere”, dice Manuel, “anzi trent’anni fa nemmeno esisteva questo posto”. Un posto fisico, un posto nella mente e nelle ambizioni, nei sogni di una rockstar in attesa di esplodere.

E cosa c’è voluto? C’è voluto X Factor. Ossigeno poi, che nell’accezione dei nostri pensieri di fan vediamo di sicuro più pulito, più nobile. Gli Afterhours, grazie all’esposizione di Agnelli, ora portano ai massimi livelli un genere che in Italia è morto, che non vende, che non porta la gente ai concerti. Colti e poetici come i  Marlene Kuntz, rabbiosi e anarchici come i Verdena, ma famosi come i Negramaro o i Subsonica. L’oggetto di maggior vanto dell’alternative italiano stasera celebra un punto di arrivo e forse un capolinea. Perché questa punta di successo ha un suo prezzo, lo ha avuto e Agnelli ha sopportato e portato il fardello. E lo avrà, perché forse il cantante e frontman non potrà più tornare indietro, si è gonfiato a tal punto da non potere più rientrare nella casella che ha lasciato. Durante le puntate di Ossigeno era già evidente come la band fosse anonima e totalmente subordinata al suo volere, scenografia quasi tanto quanto l’immobile pubblico in studio con i loro sguardi vacui e passivi. Entravano in scena e uscivano come i roadie sul palco.

Certo stasera sono magnifici. Roberto Dell’Era si muove in maniera maestosa con il suo basso e Rodrigo D’Erasmo infuoca il suo violino come un indemoniato. Giorgio Prette prende posto alla batteria spodestando temporaneamente Rondanini ed è quasi commovente l’energia che ci mette a ricordare a tutti che gli Afterhours sono anche suoi e che non sono solo lo sparring partner di una star, ma una creatura vivente che è nata, è anche morta un paio di volte ed è resuscitata, ma che ora sembra dover soccombere definitivamente ad un ego che ha rotto gli argini.

Non dobbiamo farne una colpa ad Agnelli. La celebrità è un congegno che si spegne da sé, ma nel frattempo brucia ponti, distrugge fondamenta costruite in anni e anni con sangue e sudore in pochi minuti.  Stasera è una festa e si festeggia qualcosa che ha raggiunto un apice che non si vedrà più. Il futuro è di Agnelli e di un vuoto sotto di lui che mi spaventa. Mi guardo intorno e non c’è nessuna band che dia l’impressione di avere la forza artistica per durare decenni. Ci vuole stomaco, ci vuole scorza, ci voglio le canzoni e ci vogliono gli album. A decine, a centinaia. Ci vuole un rapporto di tensione costante con i propri fan, un rapporto che è come una relazione difficile che si protrae tra delusioni e trionfi, aspettative disilluse e piacevoli sorprese, tempeste e schiarite. Ci vuole fortuna e ci vogliono i soldi. Un mare di soldi. Chi ha tutto questo? I talent, è risaputo, non lo possono garantire. Solo una pillola che dura un mese, una demo, per poi abbandonarti però alla ricerca del prossimo prodotto da pubblicizzare.

Manuel Agnelli sembra saperlo, si può quasi leggere nei suoi occhi la responsabilità del patto con il diavolo che ha dovuto fare per questo ultimo trionfo. Mai più così magnifici gli Afterhours e mai più così una band rock alternative in Italia. Costruire per distruggere.

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