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Apolide 2017, da evento locale a festival internazionale

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Da evento locale a festival internazionale: con una location di diecimila metri quadrati immersa nel verde, tre palchi con offerte musicali diversificate e un cast che attinge sempre di più dalla scena internazionale, sembra che la crescita di Apolide Festival sia ormai inarrestabile. L’ex Alpette Rock prosegue caparbiamente la sua avanzata seguendo la direzione intrapresa con l’approdo a Vialfrè e amplia ulteriormente i propri confini implementando la proposta estera in lineup.

L’apertura di Apolide all’internazionalizzazione inizia nel 2015 con la presenza degli olandesi SKIP&DIE per poi proseguire nel 2016 con ospiti come Jain, Heymoonshaker e Andy Butler (Hercules and Love Affair), rispettivamente da Francia, UK e USA. La Quattordicesima consolida e amplia la proposta internazionale dell’evento piemontese con quattro ospiti che vanno ad arricchire la lineup di nomi nostrani tra cui Dente, Ex-Otago, Pop X, Dardust e Willie Peyote.

Quattro artisti, quattro nazionalità e quattro generi completamente diversi si preparano a calcare il Main Stage di Apolide Festival.
Si parte giovedì sera con gli americani XIXA: la band di Tucson, Arizona, approda a Vialfrè dopo aver subito il furto di tutti gli strumenti, merchandising e abiti di scena. La sfiga non basta a fermare i sei che, temprati dal sole dell’Arizona e roventi come la sabbia del deserto, dopo aver recuperato tutta la strumentazione in poco meno di una giornata, salgono stoicamente sul Main Stage di Apolide al calare delle tenebre. Coltri di fumo e luci rosse accompagnano questi mariachi in abito neri e stivali di pelle che appaiono in scena come un miraggio in mezzo al deserto. Il southern rock che invade il palco lascia la folla a bocca aperta: Vialfrè viene immediatamente proiettata in una scena di Breaking Bad tra cumbia e ritmi al sapore di Messico. Assoli di percussioni al cardiopalma e chitarre distorte conducono le danze lungo un climax adrenalinico che culmina nella cover di “The man who sold the world”, omaggio a David Bowie.

Venerdì è il turno degli inglesi Public Service Broadcasting, freschi freschi dell’uscita del nuovo album “Every Valley”, presenti per la seconda e ultima data dell’estate 2017 dopo l’apparizione al Concerto del Primo Maggio. La missione intergalattica PSB atterra sul Main Stage della Quattordicesima per un live a base di rock e elettronica conditi da un pizzico di groove. I tre nerd londinesi si trovano a dover affrontare il pubblico rimasto sottopalco dopo il live di Pop X, impresa difficile per una band di stampo decisamente diverso. Giacca, cravatta, camicia chiusa fino all’ultimo bottone e occhiali ben saldi sul naso, il trio non si fa intimidire e va in scena con il sorriso stampato in faccia portando canzoni che sembrano uscire direttamente dall’iperspazio. L’intesa tra i tre e la loro energia, coadiuvata dalla presenza di visual evocativi sul fondo del palco riescono a catturare anche l’attenzione degli elementi più distratti e il live fila liscio come l’olio.

Il sabato chiude la lista di protagonisti internazionali con una doppietta Belgio-Tanzania/UK.
Forse vi sarà già capitato di sentire il nome di Maarten Devoldere o dei Balthazar: nel caso tutto ciò non vi dicesse niente, siete ancora in tempo per recuperare. L’artista e polistrumentista approda sul palco di Apolide con il progetto nuovo di zecca Warhaus, un’ondata di sonorità torbide made in Belgio. Devoldere e soci salgono sul palco quando il sole inizia a tramontare, inondati dalla luce calda degli ultimi raggi di sole. Atmosfere fumose, voci profonde e note di tromba che si perdono nelle distorsioni più oscure: qualcuno sotto il palco bisbiglia il nome di Leonard Cohen, la voce bassa di Maarten Devoldere ricorda tanto Cohen quanto un Nick Cave cupo e sognante. Il concerto di Warhaus scivola lascivo tra fumo e luci soffuse concludendosi con un allampanato Devoldere che scavalca le transenne e scende tra il pubblico passando il microfono e facendo intonare il lalala di “I’m not him” alle persone stipate sottopalco.

Secondo artista straniero e grande scommessa di quest’anno è Tiggs Da Author: nato in Tanzania, cresciuto in Inghilterra, il rapper-poeta di South London chiude i live principali del sabato con un melting pot di rap, soul e pop. Ci aveva promesso uno spettacolo eccezionale (qui è disponibile l’intervista completa) e così è stato. Inarrestabile nella sua tuta bianca rossa e nera Tiggs Da Author si rivela un concentrato di energia da far tremare il Main Stage: corre, salta, canta senza fermarsi un attimo coinvolgendo il pubblico che lo asseconda in cori e melodie. Tiggs divide la folla facendole intonare “Mr. Jackson, your kitchen is on fire!” tra l’ilarità generale e la incalza su brani più conosciuti come “Run” e “Georgia”. Hit indiscussa della serata la personalissima versione di “Jerk it out” dei Ceasars, un tuffo nel passato dell’indie re-interpretato in chiave pop e trasformato in un vulcano di energia. Ce l’aveva promesso e Tiggs ha mantenuto la sua parola regalandoci un live che ci lascia con il sorriso stampato in faccia.

La Quattordicesima di Apolide Festival ha messo in tavola nomi internazionali che difficilmente escono dalla nicchia o saltano all’occhio ad una prima lettura della lineup. Il gioco sottile in cui Apolide coinvolge noi, ignari spettatori, è proprio questo: ci attira con nomi conosciuti per poi sorprenderci con artisti che magari non avremmo scoperto da soli, trascendendo i generi musicali e spingendoci oltre la nostra comfort zone.
Qui sta il bello, restare sotto il palco dopo il live di Dente e ritrovarsi nel deserto dell’Arizona insieme agli XIXA, piazzarsi in anticipo sottopalco per vedere gli Ex-Otago in prima fila e venire arruolati nella missione interstellare dei Public Service Broadcasting e ancora godersi lo spettacolo di Dardust e ritrovarsi a ballare trascinati dall’energia esplosiva di Tiggs Da Author. Sono piccole sorprese infilate a tradimento nella lineup, pronte a colpirci quando meno ce l’aspettiamo.

Nomen omen: lasciando Alpette e diventando Apolide, il festival originario del Canavese si libera di legami a un genere specifico e, trovandosi senza radici, riesce a spaziare tra le sonorità più eterogenee e dissonanti. Apolide non è un festival per estremisti, a Vialfrè vincono la curiosità e il desiderio di scoperta, la capacità di guardare oltre i propri limiti e abbandonarsi a un’esperienza musicale che attinge dai panorami più disparati. Sarà la formula vincente? Le voci assonnate che canticchiano “Mr. Jackson, your kitchen is on fire” in coda per la colazione della domenica mattina sembrano essere una prima risposta positiva.

Fotografie a cura di: Luisa Romussi; Gabriele Ferrari; Andrea Bracco.

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