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Arcane Roots, il report del concerto a Milano del 30 settembre 2017

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30 settembre 2017, Milano, Legend Club. Che gli Arcane Roots fossero una delle migliori band in circolazione l’avevamo già dedotto negli anni passati, sia alla luce delle loro prove in studio che dei loro live incendiari. A non essere ancora totalmente chiare erano le loro aspirazioni. Con l’uscita di “Melancholia Hymns”, secondo full-length del combo britannico, appare evidente che il genio creativo di Andrew Groves non abbia limiti autoimposti. Anzi, stando alle parole proferite durante le interviste, una delle priorità assolute della band è la continua evoluzione, totalmente slegata da tendenze, etichette e aspettative. “Non ci interessa essere una rock band, vogliamo essere una grande band”. Insomma: fanculo al successo, noi vogliamo la grandezza, quella vera. Parole che trovano un perfetto riscontro nel coraggioso percorso intrapreso con la pubblicazione di questo anti-radiofonico album.

L’assenza di una major a dettare legge ha consentito agli Arcane di mantenere il totale controllo del loro operato, ma dal vivo la faccenda si complica. Da un lato l’urgenza di mostrare il nuovo materiale nell’espressione massima del suo potenziale, ma anche la premura di non perdere tutte le peculiarità di un concerto degli Arcane Roots: istinto, sudore, violenza. Come integrare le atmosfere malinconiche delle tracce – ed il loro affascinante apparato elettronico – con la grezza primordialità di brani come “Rouen” e “Sacred Shapes”?

I tre musicisti hanno dovuto studiare molto nell’ultimo biennio per concretizzare la loro nuova visione musicale, ma uno degli sforzi maggiori si è reso necessario in sede live. Dal punto di vista esecutivo e acustico c’è stato un grosso lavoro, a partire dall’introduzione di nuovi suoni senza aggiungere membri al collaudatissimo power trio, fino alla difficilissima scelta degli amplificatori. Purtroppo il primo brano in scaletta fa presagire il peggio: l’eterea “Before Me” tradisce un incedere zoppicante, totalmente dipendente dall’acustica. Un’aquila reale dalle ali tarpate. Fortunatamente basta l’irruenza di “Matter” e qualche aggiustamento dietro al mixer per permettere il totale dispiegamento della ali. Ed il risultato è straordinario. Lo show degli Arcane Roots è una montagna russa. Ogni esecuzione, specialmente quelle degli estratti da “Melancholia Hymns”, soprattutto quella del capolavoro “Curtains”, esplode in un crescendo da togliere il fiato.

Ogni momento del concerto trasuda coraggio e personalità. I Nostri non hanno paura di perdere appeal agli occhi del proprio pubblico, per questo rinunciano ai migliori cori del repertorio, escludendo a cuore leggero due pezzi come “You Are” e “Over & Over”, i loro singoli più aggreganti. Mentre continua a tenere le redini il favoloso EP “Heaven & Earth”, pubblicato nel 2015 e contenente quelli che ad oggi restano forse i migliori episodi della carriera degli Arcane, come “Leaving” – che viene nuovamente presentata come il loro brano preferito dal vivo, o la furiosa “Slow Dance”. La voce di Andrew affonda nella carne, dritta alle ossa. Passa in un battito di metronomo dall’essere dolce e melodica ad uno screaming talmente feroce da gelare il sangue.

A far mancare la perfezione di un soffio, oltre alle già citate (e perdonabili) difficoltà tecniche sui suoni dei primi pezzi, c’è la durata dello show. Solo undici canzoni in scaletta, per un’ora e un quarto di performance. “Before Me” è l’incerta mano che regge l’accendino, il resto della scaletta una serpeggiante scia di polvere da sparo che conduce all’esplosione finale, “If Nothing Breaks, Nothing Moves”, che lascia tutti storditi, senza parole. Forse tra qualche giorno saremo in grado di rimettere insieme i pezzi, tirare le somme e piazzare questa serata nel podio dei migliori concerti dell’anno.

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