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Bryan Adams, il report e le foto del concerto di Milano dell’11 novembre 2017

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Si presenta sul palco un’icona come Bryan Adams e come la dobbiamo mettere? Dobbiamo fare un’analisi fredda e ponderata della resa tecnica e musicale, della scelta della scaletta o dobbiamo metterla sul cuore, sul reparto emozionale che investe trent’anni del nostro approccio alla musica? Per quanto mi ricorda, la seconda è l’unica via. E anche quella giusta. Perchè la musica di Bryan Adams è quel tipo di musica che ti arriva come un profumo di focaccia quando passi davanti alla focacceria di paese la mattina. Anche se non vuoi, le sue famigerate canzoni le conosci. Perchè le hai sentite alla radio, in un film, in uno spot televisivo. Ti arrivano come il contagioso mood positivo che esplode in ufficio quando si annuncia una chiusura festiva, o quando ariva un cabaret di cambelle calde fumanti.

Bryan Adams è diventato in poche parole parte della nostra cultura di massa. E lui pare consapevole di questo ruolo. Su quel palco, leggermente invecchiato, con tutta una serie di rughe facciali che vanno ad ingentilire per assurdo un volto già maltrattato dall’acne giovanile, pare a suo agio e perfettamente conscio di essere una mitologia vivente. Non un messia, non un profeta le cui parole vengono tatuate sulla pelle dei suoi fan. Pochi o nessuno usa le sue strofe per comporre sensazionalistici stati citazionali sui loro social network, ma tutti bene o male hanno nel cuore una o più delle sue canzoni.

Il Forum di Assago accoglie fan di Bryan con una sua gigante faccia che preannuncia una scenografia attiva e molto curata, anch’essa piacevole e positiva come tutto in questa serata del concerto milanese di Bryan Adams. Una carriera che viene da lontano, molto lontano. Ma che arriva a passi spediti e convinti e con un bel sorrisone stampato in faccia. So far, so good.

Il cantante canadese sfoggia un’invidiabile forma e un’immagine pulita come sempre, ordinato fino all’ultimo capello ingellato. Camicia bianca e giacca elegante perchè ormai è un signore di quasi sessant’anni, ma con gli immancabili jeans a ricordare a tutti che in lui alberga l’animo scapestrato del rocker che proviene dalla provincia, quel look da ribelle sporco di grasso di motore che fa molto Springsteen.

Il suo rapporto con la celebrità è sempre stato ponderato, guardingo, come lo è sempre da parte di chi approccia l’arte ma non vede di buon occhio i rapporti con la massa, consapevole della contraddizione in termini. Questa distanza velata di timidezza spesso sfocia in un adozione da parte del pubblico dell’artista e delle sue fragilità, e questo è di certo uno di quei casi. Il pubblico è completamente conquistato dai sorrisi sbiechi di Bryan, dalla sua energia sul palco, dalle piccole sbavature della sua band.

Dalle canzoni. Indiscusse protagoniste della serata. Le canzoni. Belle, immediate, incredibilmente rock. I pezzi appena arrivati nella sua discografia fanno da trampolino alle sorelle famose. Impietoso il boato del pubblico quando il cantante annuncia canzoni nuove e vecchie. L’annuncio del materiale classico sovrasta a valanga e ogni accordo che preannuncia uno degli innumerevoli cavalli di battaglia viene accolto con un’esplosione di giubilio.

Perchè funziona così. Ogni mitologico pezzo che inizia dagli accordi delle chitarre di Bryan entra nella parte frontale del cranio, si introduce nella camera dei comandi, va a schiacciare quei tasti che rimandano a ricordi collegati a quella determinata canzone, e il gioco è fatto. Alcune le aspetti dall’inizio del concerto, altre ti sorprendono in posti dove le avevi lasciate e dimenticate fino a oggi. Così pezzi immortali come “Summer Of ’69” e “Heaven” o “Please Forgive Me”, ma anche le collaborazioni con Mel C delle Spice Girl “When You’re Gone” o con Tina Turner “It’s Only Love”. Davvero troppe le canzoni per poterle citare tutte, scorrendo la scaletta spiccano “Everything I Do” e “Run To You”, ma anche perle nascoste che rimandano a colonne sonore di film della mia infanzia come “Woman” da “Don Juan De Marco” con Johnny Deep e Marlon Brando o “All For Love” in finale di concerto dal film “I Tre Moschettieri” registrata nientemeno che con Sting e Rod Stewart.

Si divertono Bryan Adams e la sua band, sono tutto sorrisi e pensieri positivi. Anche alcuni sketch come i falsi annunci di celebrità come Tina Turner e Rod Stewart, qualche battuta con lezione di lingua italiana “Come dite voi italiani “Shake Your Ass”?” con inevitabile parolaccia imparata e estasi del pubblico. Funziona sempre, chiedere ai metallari. Addirittura uno sfoggio di sculettata che mi ha provocato un divertito imbarazzo. Ma è questo il mood di una serata con Bryan Adams. Sorrisi leggeri e spensierati e rock & roll.

Daniele Corradi – Foto di Raffaele Della Pace

Bryan Adams, le foto del concerto di Milano

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