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Claudio Baglioni, il racconto del concerto di Treviso del 15 aprile 2019

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Può piacere o non piacere il suo repertorio, ma il concerto che Claudio Baglioni sta portando in giro per l’Italia dallo scorso anno è un qualcosa di ambizioso e mastodontico. Il palco in sé non è niente di impegnativo: una vasta area posta al centro del Palaverde di Treviso, con una zona rialzabile al centro, con la band e le coriste poste sui quattro angoli dello stesso. Questo spazio vuoto diventerà, nel corso della serata, un vero e proprio teatro allestito al momento, grazie al fondamentale supporto di un corpo di ballo composto da una ventina di persone, equamente distribuite tra donne e uomini, che riescono a portare molte ambientazioni nelle tre ore di concerto, andando in questo “viaggio senza meta” ben oltre il semplice compito di coreografare le canzoni.

L’inizio dello show è caratterizzato da estratti da “Questo Piccolo Grande Amore”, con la title track che apre l’esibizione, giocandosi fin da subito la carta delle hit dell’ascoltatore casuale insieme a “Porta Portese”, durante la quale il palco viene trasformato in un’allegra piazza di paese. Un mood spesso caratterizzato da un sapore retrò per venire incontro anche ai gusti di un pubblico accorso numeroso e dall’età media piuttosto alta, che saluterà spesso nel corso della serata e sulla cui età ironizzerà verso la fine del concerto, ma che presenta alcune sfumature che dimostrano la chiara visione del cantante romano per questo show, grazie anche al supporto del già citato corpo di ballo. Come ad esempio l’installazione luminosa su “Io Me Ne Andrei” o la sensibilizzazione sull’argomento dei senzatetto in “Poster”, passando per lo show di equilibrismo in “Notte Di Note Note Di Notte” o la sfera della persona su “E Adesso La Pubblicità” (la persona succube dei media) e “Uomini Persi” (con la raffigurazione della persona con un anonimo sacchetto di carta), per concludere con una “Noi No” che può essere tranquillamente la colonna sonora dei recenti movimenti di protesta giovanili.

Al Centro è una celebrazione di una carriera lunga cinquant’anni e non possono quindi mancare i brani più famosi del suo repertorio, come ad esempio “W L’Inghilterra”, una emozionante “Amore Bello”, “Sabato Pomeriggio”, “Strada Facendo” o, andando nel repertorio più recente, “Io Sono Qui” o “Con Voi”. Il coinvolgimento del pubblico è però forte su tutti i pezzi, come ad esempio in una “Via” che ha fatto letteralmente esplodere il pubblico di Treviso. Uno show nel quale Claudio Baglioni parla pochissimo ma comunica comunque moltissimo, preferendo dare spazio alla gestualità, al canto (non sbaglierà una nota in tutta la serata) e al ballo (dimostrando una forma invidiabile per uno prossimo ai settant’anni), escludendo un lungo monologo di ringraziamento ai fan per seguirlo e per avergli donato del tempo, il miglior dono che si possa fare a qualcuno; monologo che ha introdotto una “Tutti Qui” che è l’unica anomalia della serata, essendo l’unico pezzo che lo ha visto esibirsi da solo al piano.

Questo perché Al Centro è un concept corale dalle mille sfumature, non un concerto da “Solo”, come la ballad che trova spazio in scaletta. Senza un corpo di ballo affiatato e una backing band di spessore, alla quale si integrano cinque coriste che avranno più momenti da protagoniste sul palco, lo show non sarebbe stato uguale ma, anzi, sarebbe scaduto nella semplice autocelebrazione della propria arte. Musicalmente le sfumature sono numerose, passando dal melodico tipicamente italiano all’hard rock che introduce brani come la già citata “Quanto Ti Voglio”, alle numerose ballad che hanno infarcito la serata. Difficile definire un momento topico in un concerto che raramente ha perso il ritmo nelle sue tre ore. Un concerto che si chiude con “Con Voi”, quasi a rimarcare lo stretto legame tra artista, collaboratori e fan collegati come un’unica famiglia. Può piacere o non piacere, ma quanto sta portando in giro per l’Italia Claudio Baglioni è l’esperienza definitiva per il fan di lunga data e, per chi non lo conosce, una prova che la vecchia guardia tricolore può ancora dire la sua.

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