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Eddie Vedder, il racconto del concerto di Barolo (CN) del 17 giugno 2019

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Alla fine ce l’ha fatta: la nostalgia per gli anni Novanta si è fatta largo nel presente con veemente prepotenza, soprattutto in quelle tendenze stilistiche di cui potevamo fare tranquillamente a meno come cappellini alla pescatora, marsupi brandizzati e maxi scarpe che manco Geri Halliwell. Fashion nightmares a parte, tra le gioie che ogni nostalgia porta con sé troviamo il rispolvero dei romanticissimi mixtape che tornano a campeggiare tra il merchandising delle band e non solo: quest’anno Collisioni, il festival agrirock di Barolo giunto alla sua undicesima edizione, si converte in compilation culturale, un mixtape fatto di concerti, reading e incontri, collisione tra generi artistici e spettatori diversi che si ritrovano insieme per un weekend di luglio in collina.

A tornare in gran spolvero dagli anni Novanta c’è anche lui, Eddie Vedder, che passa dalle apparizioni centellinate al secondo tour solista nel giro di due anni – senza contare la tripletta di date del 2018 con i suoi Pearl Jam – concorrendo al titolo di habituée dei palchi italiani e riconfermandosi per la seconda volta tra i protagonisti della lineup del Firenze Rocks per poi sorprendere il Nord Italia approdando a Barolo.

Il live del 17 giugno è quindi il primo, illustre mixtape della compilation estiva di Collisioni e, come si ricorderanno i nostalgici come me, ogni musicassetta possiede due lati.

LATO A – Sopravvivere sul palco

Torniamo agli Anni Novanta: il rock vive il suo momento di gloria con una delle correnti più significative del decennio. Sono gli anni in cui fiorisce il grunge. Andiamoci piano con la positività, perché già nel ‘94 con la morte di Kurt Cobain, il grunge inizia a mietere le prime vittime. Nel 2002 si porta via Layne Staley degli Alice in Chains mentre è nel 2017 che anche Chris Cornell ci lascia.

Quella del grunge sembra essere una vera e propria maledizione e quando, oltre tre decadi dopo la sua nascita, ci troviamo davanti a uno dei maggiori rappresentanti di questo genere, non si può che avere la sensazione di stare al cospetto di un sopravvissuto. Eddie Vedder è, a tutti gli effetti, testimone e ambasciatore vivente di un genere che ha fatto la storia della musica. Sarà per questo che il suo palco sembra un vero e proprio altare votivo alla nostalgia di cui lui è sacerdote supremo, seduto al centro del palco, circondato da oggetti che sono un tuffo nel passato – tra cui proiettori vintage e un paio di stivali di Elton John (!) – sullo sfondo scenografie kitsch e proiezioni curiose.

I messaggi che campeggiano sui mega schermi a pochi istanti dal live ci avvisano che assisteremo a una performance intima e ci pregano di lasciar perdere telefoni, iPad e simili e di rispettare la natura delicata dello show. Le prime note di “Toulomne” riempiono l’aria serale della gremitissima Piazza Colbert accompagnando l’entrata in scena di un Eddie Vedder sornione e della sua inseparabile bottiglia di vino. Date un Barolo a quell’uomo e vi solleverà una piazza: dopo un quantitativo di vino che avrebbe steso anche il bevitore più assiduo, Eddie Vedder non molla un colpo (forse qualche parola per strada) ma la voce che si fa flebile e impastata durante gli intermezzi della setlist torna ad essere il ruggito di sempre sui pezzi che compongono la scaletta, un calibratissimo mix di pezzi solisti tratti dall’amatissimo “Into The Wild”, evergreen dei Pearl Jam e una selezione di cover che spazia dai Pink Floyd a Tom Petty e i Clash. Impossibile non commuoversi su quella Black dedicata a Chris Cornell due anni fa a Firenze, non cantare pezzi come “Just Breathe” e “Society” a pieni polmoni e stupirsi sulle prime note di “Should I stay or should I go” e “I won’t back down”.

Quel palco che ospita Eddie Vedder nella sua solitudine e all’occasione accoglie gli archi che lo accompagnano, rendendo il live ancora più suggestivo, si trasforma nell’omaggio di un uomo ai compagni di viaggio e ai maestri a cui è sopravvissuto, di cui Vedder non si dimentica mai. Nel suono della sua chitarra riecheggia il ricordo di George Harrison, Tom Petty, Joe Strummer, Neil Young ma anche di Franco Zeffirelli, recentemente scomparso. La musica diventa ricordo, la nostalgia pervade ogni pezzo eseguito in acustico e ogni canzone che se ne va lascia un misto di gioia e malinconia. Eddie Vedder è un custode della memoria, quella del tempo che passa e delle persone che se ne vanno: il cerchio della vita si apre e si chiude sul palco di Collisioni, in un misto di ebbrezza e goliardia che vuole celebrare con leggerezza la commistione tra passato e presente.

“Keep on rocking in the free world” è l’inno con cui Vedder, gli archi che lo accompagnano e il fedele Glen Hansard, consueto ospite sul palco, chiude una scaletta intensissima, epilogo di uno show che riesce a essere intimo, profondo e leggero allo stesso tempo. Eddie Vedder, sopravvissuto del grunge, continua a raccontare la musica rock, com’è stata e come sarà.

LATO B – Sopravvivere sotto il palco

La fortuna è il risultato di congiunzioni astrali e allineamenti di pianeti favorevoli: se abiti a Torino, non hai modo di catapultarti fuori dall’ufficio prima delle 18:30, sei alta un metro e un tappo di sughero e hai deciso di inerpicarti fino a Barolo per andare a vedere l’unica data di Eddie Vedder nel Nord Italia, forse la fortuna oggi non è dalla tua parte. Ma comunque, dopo un’ora di macchina, in Piazza Colbert ti ci infili comunque, sprezzante del pericolo e fiduciosa di riuscire a strappare un’occhiata in più al palco, perché errare è umano ma perseverare è diabolico e dopo anni di concerti non hai ancora capito che farsi inglobare dal blob infinito della massa umana di un concerto non è la scelta giusta se vuoi sopravvivere.

Come dice la saggia compagna di live al mio fianco, parlando dell’imminente concerto, “dobbiamo scegliere se vederlo o sentirlo”. Le congiunzioni astrali, tra cui la piazza gremita e la crudeltà di madre natura nel non dotarci di almeno 10 cm di altezza in più, non ci lasciano troppa scelta: anche stavolta, l’Olimpo della visuale aperta ci chiude le sue porte lasciandoci in balia dell’udito e del megaschermo.

Provate a prendere migliaia di esseri umani, comprimerli in una piazza, agitarli leggermente e noterete che all’interno della suddetta piazza si creerà una micro-società stile “Il signore delle mosche” governata solo dai lati peggiori dei suddetti esseri umani. Se gli allineamenti di pianeti vi saranno ancora una volta sfavorevoli, avrete la sfiga di ritrovarvi di fianco al bar in un disperato tentativo di ricerca di spazio vitale e di pestare i piedi al soggetto sbagliato nel momento in cui gli intimate di abbassare i decibel che riesce a produrre dall’orifizio inarrestabile che si ritrova tra il naso e il mento. Nelle due ore e mezza di concerto successivo, non potrete fare a meno di chiedervi più volte cosa spinga la gente a pagare 70 euro di biglietto per non ascoltare neanche un secondo del live di un artista che difficilmente potrà tornare in una location del genere. Non è giusto fare di tutta l’erba un fascio, ma vorrei utilizzare il campione umano che continuava a bestemmiare dietro di me sovrastando la voce di Eddie Vedder per raccontare il rispetto sempre più basso per pubblico e artisti che dilaga negli ultimi tempi. C’è un posto perfetto per parlare a voce altissima, fare commenti sessisti e ubriacarsi fino a non stare in piedi, il tutto a un prezzo decisamente inferiore: casa vostra.

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