Giovanni Allevi, intervista e le foto del concerto di Bologna del 10 gennaio 2019

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Giovanni Allevi chiude il suo tour con la data bolognese al Teatro Euroauditorium. Si affaccia sul palco saltellando, ma facendolo in punta di piedi. Con la sua classica voce pacata, quasi sotto voce, Allevi accompagna il pubblico dentro le sue composizioni, racconta come nascono e perché sono nate, ricordando il momento preciso nel quale una sua creazione ha visto la luce. Ha un rapporto speciale e molto intimo con i suoi fans, noi gli abbiamo fatto una piccola intervista per cercare di comprendere il suo profondo mondo interiore di uomo e di compositore.

Sei stato intervistato tante volte e le domande si ripetono spesso ma non posso fare a meno di chiederti che musica ascolti? Non quando vuoi essere particolarmente ispirato, ma alcontrario, quando hai voglia di spensieratezza e voglia di ballare. 
In questi ultimi giorni ho ascoltato molto la Trap, con umiltà e l’intento di capire il vero senso del fenomeno. Non riesco a condividere il nichilismo dei suoi testi, il disincanto, come se la vita fosse riducibile al successo ostentato e allo sballo. Esiste una dimensione metafisica, un orizzonte sconosciuto, verso cui la nostra anima anela a spingersi. Anche se intorno a noi c’è desolazione, attraverso la musica possiamo afferrare lembi di paradiso.

La tua musica è piena di note, note che si rincorrono e si incontrano più volte sullo spartito e la sensazione è sempre di averti molto vicino quasi dentro il pentagramma a volte più lontano, come legato ad un palloncino. Dove ti portano queste note? Quante volte riesci davvero a tornare vicino a te stesso dopo aver finito un tuo album?
In realtà, quando sono avvolto dalla musica che sto componendo, sono vicino alla parte più autentica e profonda di me stesso. Il buio che ho dentro, le mie fragilità ed incertezze, vengono sublimate e trovano una propria ragion d’essere. Credo sia la stessa sensazione liberatoria che prova la gente quando ascolta le mie note.

Ti sei laureato in filosofia, una facoltà che si sceglie molto spesso per la passione dello studio stesso della materia. Quanta di quella filosofia è entrata nella tua musica e in che modo?
La Filosofia mi ha aiutato ad avere una visione futura della musica, che non si fermasse all’immediato. Non avrei mai concepito la folle idea di una musica classica contemporanea se non avessi incontrato il pensiero di Hegel o la linguistica di Chomsky.

Molto amato e a volte criticato, hai sempre portato avanti la tua musica con sentimento puro. Cosa ti rimane dei tuoi inizi, del tuo incontro e dei palchi divisi con Jovanotti?
Mi restano l’attenzione al presente, e il ritmo come struttura tribale della musica. Dal mondo classico invece ammiro la complessità, l’essere fuori dal tempo, l’eternità. A me il difficile compito di far incontrare questi mondi distanti.

Musica classica contemporanea. Questo è il segmento di genere musicale che ti identifica. Sei ancora d’accordo su questa definizione? Ascoltando la tua musica effettivamente troviamo molto sia della musica classica che di quella contemporanea e la capacità di portare una gran massa di persone verso questo tipo di sonorità in un momento storico come questo nell’ambito musicale è davvero quasi un miracolo. Come ci riesci?  Qual è questa calamita magica che ci trasporta verso la tua musica?
All’indomani di un’aggressiva, quanto insensata contestazione di studenti, che ho ricevuto anni fa al Conservatorio “Verdi” di Milano, dove mi sono diplomato in Composizione, ho deciso di mettere a punto la definizione di “Musica Classica Contemporanea” e farne il centro del mio manifesto estetico. Effettivamente, in qualunque parte del mondo vada, trovo un pubblico festante ed emozionato stringersi attorno alle mie note. Forse per un bisogno di complessità, di quella tridimensionalità che non rientra nelle finalità del pop o del minimalismo. Forse perché la gente inizia a vivere la mia musica come un riscatto culturale del presente sul passato. Forse perché i tempi sono maturi per un Nuovo Rinascimento.

Foto e articolo di Roberta Tagliaferri

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