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Gods Of Metal 2016, il report e la scaletta del concerto dei Rammstein

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Diciassette edizioni, quattro anni di pausa, e il mio primo Gods of Metal. Ormai ne ho viste tante, ma devo ammettere che mi rodeva in modo indicibile non avere mai assistito neanche a un GoM. Ho dovuto aspettare fino al 2 giugno 2016, ma devo ammettere che l’attesa è valsa la pena. L’ultima edizione del festival, svoltasi nel Parco di Monza e ridotta da due a un solo giorno dopo il forfait dei Kiss, ha visto una serie di coincidenze davvero fortuite.

Partiamo dal meteo. Dire che abbiamo avuto fortuna oggi è poco. Abbiamo avuto tutti un culo sfacciato, e lo dico senza troppi giri di parole. Del diluvio che ha colpito tutta la Lombardia non se n’è quasi vista traccia, e in più il fresco ha fatto sì che le zanzare non pasteggiassero selvaggiamente. Come se non bastasse, tutte le band, ma proprio tutte le band che hanno animato il bill del Gods of Metal, erano in forma spettacolare.

Non è il solito discorso da esaltata, ma lo stato di grazia in cui versavano tutti i gruppi, a partire dagli Halestorm (la prima band che sono riuscita a intercettare) era più che evidente. Anche il pubblico merita una menzione e una nota di merito a parte. Nonostante la giornata vedesse alternarsi formazioni di generi e epoche diverse, la folla le ha accolte tutte allo stesso modo, con un rispetto assolutamente ammirevole.

Entrando nel vivo dell’evento, i Gamma Ray hanno portato una energica dose di divertimento powerone un po’ retrò ma di ottima fattura. Kai Hansen e soci sanno come spassarsela (sia sopra che sotto il palco, i più attenti li avranno adocchiati nel pit) e tra pezzi storici e cover degli Helloween, hanno messo d’accordo un po’ tutti.

Proprio come i Sixx:A.M. Durante il loro show hanno proposto una buona selezione di brani estratti dall’ultima fatica, “Prayers for the Damned”, ma il particolare che mi ha colpito di più è stato l’amalgama perfetta tra i componenti della band. Nikki Sixx è una leggenda, ma nonostante questo, non offusca i suoi compagni di avventure, che anzi, non brillano di luce riflessa ma di luce propria. DJ Ashba e James Michael sono due personaggioni, giocano con il pubblico e ammazzano rispettivamente con chitarra e voce.

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Per non parlare dei Megadeth e di una delle performance migliori di Mustaine da qualche anno a questa parte. Complici il fido David Ellefson e i nuovi prestiti Kiko Loureiro e Dirk Verbeuren, precisi e puntuali come metronomi, i nostri si sono portati a casa un set ineccepibile. Ok, la voce non c’è, ma rispetto a quello che mi ricordavo (Big Four 2011 dice qualcosa?) oggi siamo a dei buoni livelli. Volumi altissimi, che hanno sicuramente aiutato il frontman laddove non riusciva ad arrivare con le corde vocali, e che sono rimasti tali per tutta la durata del festival. Anche troppo forse, ma non mi aspettavo di tornare a casa con le orecchie completamente funzionanti se devo essere sincera. La scaletta ha alternato con equilibrio pezzi leggendari a composizioni più recenti tratte da “Dystopia”, l’album del 2015 che ha segnato un ritorno sui binari per i Megadeth. E non poteva mancare un tributo al recentemente scomparso Nick Menza, omaggiato con un minuto di silenzio prima della chiusura di “Holy Wars… The Punishment Due”.

Il taglio netto nella scaletta arriva con la calata dei Korn e con il loro sound fine anni ’90-inizio 2000 che ha fatto la gioia di tutti i nu-metallari presenti. Jonathan Davis ha dato tutto quello che poteva dare: fiato, passione, entusiasmo, così come tutti gli altri componenti della band. La setlist da best of non poteva essere migliore di così. Chi (come me) ha iniziato a sviluppare una propria coscienza musicale nel momento in cui i Korn andavano per la maggiore sa bene cosa intendo, e cosa significhi sentirsi dal vivo, magari per la prima volta, delle bordate come “Blind” o “Falling Away From Me”, farcite qua e là da qualche new entry bella zarra alla “Narcissistic Cannibal” (Skrillex docet).

Ma il piatto forte delle giornata erano i Rammstein, che con questa apparizione al Gods of Metal, aprono ufficialmente le danze al tour europeo. Il pubblico impazzito allo scadere del countdown inizia a esplodere in contemporanea ai primi razzi lanciati a bordo del palco e a un nuovo pezzo che raccoglie i punti salienti di tutti i pezzi dei sei berlinesi. Nonostante sia qualcosa come sette anni che i Rammstein non pubblicano materiale inedito, non sembra essere un problema e il loro show, come da tradizione, va avanti a suon di esplosioni, luci, fuoco e fiamme (e altrettante nuove trovate sceniche malate tipo Till bomba umana e le nuovi ali su Engel). Una ricetta vincente che non si cambia per nessun motivo, e che dal vivo è qualcosa di indimenticabile. Un’ora e mezza tiratissima, in cui il gigantesco Till Lindemann ha dato sfogo alle sue capacità istrioniche, trascinando nel delirio come sempre tutti i presenti.

Scaletta Rammstein

Ramm 4
Reise, Reise
Hallelujah
Zerstören
Keine Lust
Feuer frei!
Seemann
Ich tu dir weh
Du riechst so gut
Mein Herz brennt
Links 2-3-4
Ich will
Du hast
Stripped (Depeche Mode cover)
Engel
Sonne

 

 Gods of Metal 2016 – Il prequel

Andare ad un festival come il Gods è sempre un evento, e se poi si ha la fortuna e la libertà (oltre che la sveglia puntata alle 5:30 del mattino del dì di festa) di essere lì all’apertura dei cancelli, si può cogliere qualche chicca che la giornata te la rende ancor più succosa.
Perché sì, ci vai per vedere i Korn che insegui da anni, per lasciarci gli occhi e la pellaccia sui fuochi dei Rammstein e per vedere se Mustaine almeno una volta non si incazza con nessuno – e c’è quasi riuscito –, però capita che torni a casa anche con dell’altro fra i ricordi memorabili.

E così eccomi lì a scalare il ponte che attraversa la pista dell’autodromo, che già rimpiango il mio poco allenamento fisico: non gliela fò a rincorrere i giovincelli che mi precedono al pit e così ci arrivo che già gli Overtures sono sul palco. Mentre già puntiamo il chiosco delle birrozze, il gruppo goriziano ci stupisce con un power metal dal sapore epico che ci richiama sottopalco a goderci una delle prime esibizioni ufficiali a supporto del nuovo “Artifacts”, ed è subito mission complete: mi annoto che è un disco da non lasciarsi scappare. Si vede che i ragazzi ne hanno già alle spalle di strada, sia per la qualità del materiale proposto che per la tecnica e la presenza sul palco.

Bene la giornata è partita bene, posso andare al chiosco e godermi i servizi del gold ticket comprato mesi fa.
Dopo una mezzoretta salgono sul palco i Planethard, e chi ti rivedo? Il buon Marco D’Andrea, che è un po’ come il prezzemolo per gli open act degli eventi metal nel milanese, porta la sua band a giocarsela in casa presentando al grande pubblico il loro nuovo cantante Alberto Zampolli, entrato definitivamente quest’inverno nel gruppo dopo il brivido di essersi improvvisato frontman nell’apertura agli Scorpions di dicembre. Bel live che scorre piacevole sugli assoli e i riff che impreziosiscono i brani di una band che a molti fan del Gods non risulta una novità, visto che nella sua decennale carriera ha partecipato anche all’edizione del 2012.

Nuova pausa e dopo questa coppia di arieti ci sentiamo belli carichi per il terzo gruppo della giornata, quando fanno la loro comparsa gli Jeff Angell’s Staticland, il nuovo gruppo di Angell in pausa coi suoi Walking Papers. Solo che qui la sorpresa è al contrario: il loro blues-rock porta sul palco una serie di brani ipnotici che, per quanto di pregio, non rispecchiano le aspettative metal del pubblico. Li rimandiamo ad altre sedi e altri ascolti perché quello che ho sentito meritava, ma in altri contesti.

I quarti a calcare la scena sono i californiani The Shrine e si torna ad altri ritmi e volumi: il trio propone un hard rock d’impatto che chiama la folla a destarsi dal torpore post mezzogiorno e, sulle note di brani che fanno tanto Sabbath e Motörhead, si conquista la sua dose di applausi e apprezzamenti promuovendo il suo ultimo lavoro “Rare Breed”. Bisogna dire che hanno dato tanto, pure qualche strappo all’ugola di troppo, e gli va il merito di aver ripagato subito le aspettative di chi sulle prime stava per bollarli come un altro gruppo da sacrificare sulla graticola del sole pomeridiano.

Sole? Ah beh, è pur vero che se anche tutto attorno erano nubi e piogge, il parco dell’autodromo ne è stato graziato e spesso qualche squarcio ha anche dato la conferma che questo è un festival di inizio giugno. L’ustione al collo e le tempie arrossate me lo ricordano anche oggi.

Dopo i The Shrine si sono esibiti gli Halestorm, ma questa è una storia di cui abbiamo parlato anche qui in alto, e poi via via i toni sono saliti fino al tripudio dell’accoppiata Korn-Rammstein.
Lasciatemi solo dire che però il gruppo di Lzzy Hale ha chiaramente dato il via a un crescendo di qualità e impatto che ci ha fatto ringraziare di non aver mancato quest’edizione del Gods!

E poi la gente: c’era tanta bella gente ieri sul prato di Monza, ma su tutti fatemi osannare tre personaggioni di cui scolpirò le facce in modo indelebile nella mia memoria, che di nomi purtroppo non ne ho traccia.
Il primo è un signore dai lunghi capelli d’argento che, sulle note dei Gamma Ray, ha piantato moglie e figlio per venire a coordinarci nel pogo e comandare dei circle-pit da manuale divertendosi come un bambino.
Gli altri due sono due compari dalle fattezze vichinghe (padre e figlio? Suocero e genero? Boh!) con lunghe barbe, trecce e tatuaggi da manuale, che al solo vederli arrivare ho sentito il martello di Thor abbattersi sulle mie povere ossa… Ma mai prima impressione si è rivelata più sbagliata: muscoli e chili infatti sono stati sì gettati nella mischia del pogo, ma con la chiara intenzione di divertirsi e far divertire senza danneggiare nessuno, e anzi riservando abbracci ed aiuti a tutti quelli che venivano trascinati e lanciati nel centro del circle anche loro malgrado. MERAVIGLIOSI.

Uno spettacolo per il quale devo ringraziare il Dio del Metal oltre che mogli e morose che li hanno accompagnati lì ieri!

Christian Jonoch

In sintesi

Ora, mi sto dedicando a coltivare il mio dono della sintesi.
La mia recensione del, o meglio, il mio parere sul, Gods of Metal 2016, a partire dal primo gruppo che mi interessava, gli Shrine.
1. The Shrine: non li ho visti, sono arrivata in ritardo.
2. Halestorm: non mi piacciono, ma dal vivo son bravi.
3. Gamma Ray: abbastanza tamarri e vintage da piacermi. Dopo aver suonato scendono tra il pubblico e limonano qua e là.
4. Sixx A.M.: ero in fila per il bagno.
5. Megadeth: eccellenti e ad altissimo volume.
6. Korn: devastanti.
7. Rammstein: epici.
Rientro a casa: ore 4:39 del mattino.

Sara Sargenti

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