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Marco Mengoni, il report del concerto a Milano del 17 novembre 2016

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Milano, 17 novembre 2016. Neofita. Iniziamola così, con una parola quasi inusuale in questa epoca moderna, dove vige il facile presenzialismo del “so tutto di tutto perché faccio tutto”. Primo mio concerto di Marco Mengoni da scalettare tra il curriculum dei live a cui ho assistito. Una tappa obbligata, perché? È presto detto. Marco Mengoni è l’uomo dei record e non parlo di numeri, ma di crescita professionale. Uno dei rari talenti prodotti da reality. Lui l’X Factor ha dimostrato di riuscirselo a costruire, album dopo album, con un consenso di pubblico e critica in continua ascesa. Ora Marco è un Big tra i Big, il Ferro dei giovani, per età anagrafica, ma non solo. Sono queste le certezze che mi portano al Forum per la seconda data meneghina di questo #MarcoMengoniLive2016, dove lui – il One Man Show – neofita della categoria sopra citata, ha solo da dimostrare, almeno per me, che sono nuova in materia, che quel posto se lo merita eccome.

Ventidue brani in scaletta, una lunga pellicola del suo percorso musicale tra il passato e il presente, senza rinunciare a misurarsi con arrangiamenti e generi nuovi (un Mengoni rapper su “Nemmeno un grammo” è quasi una didascalia da leggere un paio di volte prima di crederci).
Ore 21 e il pubblico inizia a scalpitare. Ci sono quei ragazzi diventati adulti e quegli adolescenti diventati ormai maggiorenni che con lui, in questa maratona musicale, sono cresciuti. Ci sono famiglie con figli al seguito, indice di come la musica possa ancora unire.

21.10, le luci si spengono e l’unica parola che al momento mi viene in mente è #Spettacolare. “Ti ho voluto bene veramente” ed è inevitabile cantarla con voce e cuore, magari anche qualche lacrima. L’intro mette a fuoco che ciò a cui assisteremo non è un semplice concerto con casse e strumenti ma uno spettacolo a trecentosessanta gradi in cui nulla è lasciato al caso dalle luci ai giochi coreografici, sino ad arrivare al vestito bianco luminescente di “Tonight”, sfondo perfetto per la danza laser. Dieci tra musicisti e coriste, giusto perché la dimensione del live non va tralasciata, ma su tutte spicca la voce di Mengoni. Una voce cresciuta, governata, seguita. Una voce precisa, cosa che – sopratutto ultimamente – bisogna sottolineare.
Ma Marco è anche un uomo, che ringrazia i presenti, chi si è goduto due live e saluta ad uno ad uno i suoi fan. “Io e i miei compagni di viaggio vi auguriamo una serata di divertimento. Grazie mille a ognuno di voi per essere qui questa sera”.

Marco è un uomo ma anche un artista che cerca di far riflettere e togliere il velo di canzonette, ponendo un piccolo tassello nella ricerca spasmodica di provare a cambiare qualcosa: “Io credo nelle sconfitte, negli errori, nelle fragilità, nelle paure sane che ti spingono a superarti, nei silenzi, nei lividi, negli altri, nelle storie che non conosco. Credo nei doveri di ciascuno e nei diritti uguali per tutti. Credo nel sudore. Credo in chi lotta per i diritti degli altri, credo in chi ha perso la vita per non perdere le parole. Credo nella famiglia. Credo nell’amore che ha vinto, vince e vincerà”. Argomenti che non possono non far riflettere e sentire quel brivido che fa accelerare il cuore, ed è in quest’ottica che “Esseri umani” prende una nuova veste. Quasi neanche ti accorgi che Marco canta sospeso su una poltrona che sembra alata. Esser in sospensione è l’elemento che segna maggiormente questo concerto, se anche su “Pronto a correre”, Marco canta sospeso per aria sulla platea in visibilio, mentre due enormi schermi formano i monitor per un secondo palco in mezzo al suo pubblico. È il momento intimo tanto atteso dai fan. Il One Man Show, da solo con la sua voce e le parole di “Sai che”, “Ad occhi chiusi”, “In un giorno qualunque” che scorrono tra le ugole. Ed è così, per ringraziare davvero che Marco scende dal secondo palco, ad abbracciare la sua gente.

Ma se divertimento si richiede, divertimento si offre, mentre su “Onde”, la platea si trasforma in una gigantesca dance hall e il cantante di Ronciglione accenna una coreografia. Come dimenticarsi di “I Got the Fear” imbracciata insieme alla chitarra e quel blues rockandrolla, o il ritmo segnato dalle mani che battono all’unisono su “Freedom”. Marco si diverte e diverte, con quell’ironia propria di un animo semplice.

E chiude così, con quell’intensità, malinconia, goliardia, gioia che ti fa dire, “Caro Marco, è vero, il cuore questa sera ha superato i 128 beat e sì, quel posto tra i grandi te lo meriti tutto per ogni grammo di sudore perso e graffio dentro”.

>>La scaletta dei concerti

 

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