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Massive Attack, il report del concerto di Padova del 9 febbraio 2019

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Il valore di “Mezzanine”, terzo disco dei Massive Attack, è cosa praticamente nota a chiunque abbia un briciolo di passione per la musica: uscito nell’aprile del 1998, ha collezionato negli anni attestati di stima da fan, semplici appassionati ed addetti ai lavori, ottenendo anche importanti risultati di vendita in Europa. E non è un caso che il successo di queste tre tappe italiane sia stato dirompente, portando a Milano, Roma e Padova un pubblico eterogeneo e dall’età media piuttosto avanzata. Una serata iniziata già dalle primissime battute con una playlist perfetta per calarci nel mood di fine anni Novanta, periodo dal quale vengono estratte canzoni di Aerosmith, All Saints, Britney Spears e la chicca, quella “The Boy Is Mine” di Brandy e Monica uscita proprio poche settimane dopo “Mezzanine”.

E proprio dagli anni Novanta parte il concept che sarà il filo rosso che collegherà tutti i brani del concerto: sì, perché siamo di fronte ad un tour celebrativo (nota bene: il disco non sarà proposto in ordine di tracklist) ma nel corso della serata saranno inserite anche numerose cover, in alcuni casi non scelte a caso poiché utilizzate per dei campionamenti di tracce come ad esempio “Risingson”. Limitarsi ad elogiare tracce come “Teardrop”, “Inertia Creeps” o “Angels”, oltre al reparto visual ed audio da autentici leader, come stupirsi di fronte alla scelta di cover tipicamente post punk come “Rockwrok” degli Ultravox è un errore che ci porta a raccontare solo la superficie di questo show-evento. Non è una novità che i concerti dei Massive Attack vogliano seminare degli spunti di riflessione, anche se nei precedenti tour erano molto più focalizzati sull’attualità. Certo, anche questa volta la contemporaneità ha il suo ruolo, e le foto di Trump, Putin e le accuse a Goldman Sachs della responsabilità per la crisi economica trovano importante e pesante spazio.

Questa volta il ragionamento si sviluppa ad un livello più alto, e sfrutta proprio l’effetto nostalgia che sta alla base dello show: il disco è uscito infatti in un periodo nel quale l’accesso a dati ed immagini poteva fornirci un’illimitata libertà e la possibilità di staccarci da quella politica che in passato voleva avere il controllo su tutto. Il risultato è però il contrario di quello atteso, portandoci invece ad intrappolarci nella rievocazione del passato, che ci offusca la vista e ci oscura il futuro. Ed è forse proprio questo il vero messaggio della serata, mostrato alla fine della conclusiva “Group Four”: lasciare alle spalle i fantasmi del passato per costruire il futuro. Un po’ come quanto fatto dai Massive Attack alla fine degli anni Novanta, quando diedero i natali ad uno degli album più celebrati della contemporaneità.

Alcune considerazioni di carattere prettamente tecnico per chiudere il racconto della serata: se non c’è nulla da dire su Robert del Naja, vero e proprio mastermind dietro al progetto, eccellente il supporto della backing band, composta da ben due batterie, due chitarre, un basso e un supporto ai sintetizzatori. Ultimi, ma non meno importanti, gli ospiti vocali, con la splendida voce di Elizabeth Fraser (protagonista anche in quella “Dissolved Girl” che non la vedrà sul palco) e l’inossidabile Horace Andy, qui protagonista anche con il suo brano “See A Man’s Face”, a dare il loro contributo a brani come “Angels”, “Black Milk”, e tanti altri.

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