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Mondo Cane, il report del concerto a Milano del 2 settembre 2019

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Mondo Cane. Aggiungete un punto esclamativo e diventa un’imprecazione onnicomprensiva, un manifesto di uno sfogo libero, lirico. Nel film documentario omonimo del 1962 di Gualtieri Jacopetti, Paolo Cavara e Franco Prosperi è spunto per la ricerca della verità nuda e cruda nascosta dietro alcuni usi e costumi estremi dei popoli, spesso comprensibili solo se ci si immerge all’interno in prima persona. Il contesto diventa così imprescindibile per capire e per godere di un certo tipo di espressione, sfogo sociale, che spesso si allontana dall’equilibrio e dalla freddezza calcolatrice della società moderna. Sfiato per allentare una pressione sempre più opprimente che stringe le maglie del tessuto quotidiano. Lo ha capito Mike Patton, genio musicale impossibile da imbrigliare in qualsiasi contesto, sempre pronto alla sperimentazione. Dal rock al metal, dall’elettronica al jazz, qualsiasi sia il genere vi venga in mente, lui lo ha provato. Tomahawk, Fantômas, Mr. Bungle, Peeping Tom, Dead Cross, Faith No More.

Possiamo sciorinare tantissimi alter ego della sua personalità musicale. Mondo Cane è una di queste, la mia preferita, frutto del volgere dello sguardo artistico ad un calderone pieno di passioni essenziali espresse con infinita poesia e gusto per la lirica e la melodia. È il mondo della Canzone Italiana, quella con la C maiuscola, che ha fatto scuola e che abbiamo esportato in tutto il mondo.

La Canzone Italiana ha una tradizione secolare che si è sempre accresciuta intorno alla tensione sociale e culturale e al contrasto tra musica alta e musica popolare. La nascita della Radio, delle grandi orchestre, l’avvento dello swing hanno portato al consolidamento dell’istituzione della canzone leggera italiana, un’evasione dalla realtà liberatoria che ha intrattenuto le generazioni e lo fa ancora oggi. La nascita dei grandi Festival (Sanremo, ovviamente, su tutti) ha messo sul piedistallo grandi intrattenitori canori, da Claudio Villa a Domenico Modugno, Buscaglione, Fred Bongusto e Nicola Arigliano fino ad arrivare a grandi artisti pionieri come Lucio Dalla e Franco Battiato. Ma anche Gino Paoli, Morandi, Celentano. Grandi canzonieri e divulgatori di un modo di vivere idealizzato, romantico, ben lontano dalle miserie oggettive che ci circondano.

Di questa magia si innamora Patton, forse negli anni in cui è sposato con Titi Zuccatosta, dal ‘94 al 2001, e vive con lei a Bologna. Abbiamo così un’occasione unica di rivisitare il repertorio che ha fatto apprezzare l’italianità in lungo e in largo e che oggi di certo rimpiangiamo. I mitici anni ’50 e ’60, periodo dove la già consolidata struttura della canzone italiana è glorificata da un momento di splendore del nostro Paese e della sua popolazione, pieno di energia e speranza nel futuro. Per una volta visti attraverso un occhio amorevole che proviene da oltreoceano, e non viceversa. Un’occasione per noi di scoprire canzoni nascoste dal velo polveroso del tempo, infangate da anni di becero pop mercificato e inficiato da un sistema che bada alle mode passeggere. Il repertorio dei Mondo Cane non può essere o andare fuori moda, perché di moda non lo è mai stato.

Così il nostro Mike si attornia di una schiera di musicisti tra cui spiccano Enrico Gabrielli e Roy Paci (quest’ultimo tra i primi fondatori del progetto nel 2007) e su tutti la Camerata Strumentale Città di Prato che a destra del palco produce un muro incantevole di musica da sala. Dopo la serata di Prato del 31 agosto il carrozzone nostalgico ma tremendamente rock incanta il Teatro degli Arcimboldi di Milano. Il colpo d’occhio è speciale, con tutti gli elementi disposti intorno al frontman. ‘Come va lì a Milano? Noi siamo sulla Luna qui’ dice Mike Patton. Noi del pubblico non saremo sulla Luna, ma di certo non siamo più nemmeno a Milano. Siamo in un altro posto, con un’altra musica. Il palco si presenta con la chitarra un po’ in disparte, batteria e percussioni, basso e tastiere e i basettoni di Vincenzo Vasi che riempie di effetti il Teatro suonando il bizzarro strumento Theremin. Il direttore d’orchestra ci dà le spalle e Mike lo incalza (‘ti stanno guardando il culo da tutta la sera!’). Lo show si posiziona subito sui binari che chi segue il progetto ha ben chiari. La bellissima, ariosa “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli e un colpo di pistola (a salve, con Patton di mezzo è sempre giusto precisare) a introdurre la sortita di avventure, donne, eccessi e pericoli tra inseguimenti e pallottole raccontata da Fred Buscaglione in “Che notte!”.

L’italiano di Patton è ancora rodato, e la parlantina veloce non è un problema per uno che ha esplorato, tra l’altro, anche i terreni del rap e del beat box. La setlist avanza nel cuore dei presenti con i suoi racconti di amori, tradimenti, malinconie sublimi e poesia che raramente la musica ha comunicato con così aperta schiettezza e sincerità. Lo stoicismo amoroso di Arigliano che percorreva i 20 km al giorno, dieci all’andata e dieci al ritorno, per essere puntualmente respinto. Lo struggente sentimentalismo autodistruttivo di Tenco nella bellissima, evocativa “Lontano lontano” e “Quello che conta”. E’ omaggiato Modugno (“Sole malato”), Morandi e uno dei suoi capolavori da riscoprire “Ti offro da bere”, Celentano e la sua immortale “Storia d’amore”, resa una cavalcata irresistibile dall’attitudine rock dei musicisti.

Patton si cimenta anche in momenti intensissimi e in un’incredibile resa del dialetto napoletano in “Scalinatella” di Roberto Mutolo, nell’esplosione rock di “Yeeeeh!” di Mal e i suoi The Primitives, un occhiolino al reggae nella nuova interpretazione della celeberrima “Pinne, fucile ed occhiali”. Intensità da Bongusto con “Ore d’amore” e da Fidenco con “L’uomo che non sapeva amare”, e l’urlo di indipendenza razziale cantato dai The Blackmen con “L’urlo negro”, dove Patton sfodera le sue doti di screamer. Le numerose magliette marchiate Mr. Bungle di quelli che seguono il cantante fin dai suoi primi passi nel rock si sono illuminate di immenso alla chicca finale “Retrovertigo”, unico pezzo in inglese (a parte l’unica eccezione ristretta nel titolo di “Deep Down”) da “California”, album datato 1999 e che ispirerà una reunion del primo gruppo di Patton proprio in occasione di questo ventennale.

Dopo due encore e due ore di consueto intrattenimento da parte di Mike Patton, tra imbeccate in italiano sia al pubblico che ai suoi musicisti, dopo tanta bellissima musica dai testi struggenti e coinvolgenti, si chiude un’esperienza unica nel genere e che ci ha regalato uno spaccato di una cultura musicale che ci rende grandi nel mondo e nella storia, uno dei pochi momenti in cui l’italianità è sinonimo di grandezza, questa sera omaggiata con un progetto ossequioso senza rinunciare al divertimento, senza rinunciare alla passione e all’intensità e al contempo alla leggerezza espressiva e liberatoria che caratterizza la musica nel suo nucleo più puro e cristallino. Grazie Mike Patton, e speriamo di rivederci presto. ‘Anche domani’ dice lui, ma forse il romanticismo sognatore di cui la serata è impregnata lo ha un po’ contagiato, e noi con lui.

Foto di Mairo Cinquetti

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