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Negrita, il report del concerto di Roma del 12 aprile 2018

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Non proprio un pienone, quello dei Negrita al PalaLottomatica di Roma. Cominciamo subito con quello che probabilmente è l’unico lato negativo della data romana di Pau e Co. Negativo per gli assenti, ovviamente, ma anche per i paganti che, in un ambiente grande come quello dell’ex PalaEur, rischia di non godersi il concerto con quel calore che solo un sold out sa dare; peccato, sì, perché, dal vivo, i Negrita sono una sicurezza e, di questi tempi, non è che ne abbiamo poi così tante.

Pronti, via. Si parte con “Siamo ancora qua”, opening track di Desert Yacht Club, l’ultima fatica della band toscana: per l’occasione, Pau si presenta sul palco con un cappuccio a mo’ di dissennatore e a piedi scalzi, con uno smalto nero parecchio discutibile. “Adios paranoia” e “No problem” completano il trittico iniziale dedicato all’ultimo album, che ritroveremo più avanti. Il primo momento nostalgia è affidato a “Non ci guarderemo indietro mai”, un salto lungo quindici anni, per poi ritrovarci al centro di quell’uragano che ci strappa le vele con “Il gioco”. Il parterre comincia a scaldarsi, per farlo bastano le prime note di “Brucerò per te”, poi ancora Desert Yacht Club con l’atmosfera country di “Voglio stare bene”.

Con quest’ultimo pezzo si chiude un ipotetico primo tempo, perché a seguirlo ci sono una serie di brani che, negli anni, hanno fatto la fortuna dei Negrita: sto parlando di “Radio Conga”, “Fuori controllo” – per la quale, Pau, chiede espressamente un po’ di sano pogo, grande assente della serata -, un prepotente, quanto ripetitivo, giro di basso annuncia “Il libro in una mano, la bomba nell’altra” e si chiude con “Che rumore fa la felicità”. Adesso è necessario fare un piccolo appunto: Pau, ma anche tutta la band, un pubblico orgoglioso come quello di Roma come credete possa prendere l’inserimento in scaletta di “Milano stanotte”? Canticchia, sì, ma “La rivoluzione è avere 20 anni” non ci sarebbe stata male. Bisogna fare qualcosa, ed ecco che “ci spostiamo un po’ più a sud”, anche i seggiolini si alzano in piedi a cantare “Rotolando verso sud”.

Il momento forse più emozionante del concerto si apre con un monologo di Pau, che racconta di qualche amico che se n’è andato, ma anche di tutte quelle cose che sono state e che non saranno più: “Non torneranno più”. Sembrava brutto mettere fine ai brividi e la parentesi più acustica del live prosegue con l’armonica di “Ho imparato a sognare” e, rimasto da solo sul palco, con una chitarra in mano, racconta di quando, strimpellando “Knockin On Heaven’s Door”, concepì “Magnolia”. Il frontman abbandona il palco per qualche minuto, come da copione, e Drigo si cimenta in “E sia splendido”. Il set finale è composto da “La tua canzone”, “In ogni atomo”, “Sex”, “Transalcolico” e “A modo mio”.

Richiamati sul palco, con un po’ di ritardo rispetto al “fuori, fuori” che di solito scatta non appena una band abbandona il palco, danno via al bis che comprende la recente “Scritto sulla pelle”, le più datate “Bambole”, “Mama Mae” e il classico saluto sulle note di “Gioia infinita”.

Le considerazioni da fare non sono molte, ma qualcosina da dire ci sarebbe: innanzitutto, dispiace per l’assenza di pubblico, ma ci sono delle location più adatte che, se riempite, rendono tutto più bello; questo è un piccolo appunto per il tour manager. Un plauso, infine, a una band che su ventisei pezzi ne ha azzeccati trenta, tanto è stata precisa l’esecuzione; lo zoccolo duro, composto da Pau, Drigo e Mac, ma anche tutto il resto della band, ha garantito ai presenti uno spettacolo all’altezza.

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