Music Attitude

Puddle Of Mudd, il report del concerto a Milano del 20 marzo 2016

puddle-of-mudd-report-concerto-milano-20-marzo-2016

puddle-of-mudd-report-concerto-milano-20-marzo-2016

I Puddle of Mudd tornano in Italia dopo anni di silenzio discografico, accompagnato dalle voci sulle imprese grottesche del frontman e fondatore Wes Scantlin, tra risse e arresti per droga. I commenti di chi ha visto le date precedenti erano tutt’altro che confortanti. “Vendete il biglietto se potete” o “portate i pomodori” si leggeva, lasciando immaginare una performance di un gruppo che aveva fatto il suo tempo ma che ormai è bollito, con il solo Wes a impersonare la band originale, in giro per il mondo a racimolare quel che il nome e che le canzoni a cui tanta gente è ancora affezionata possono portare nelle tasche del baraccone che in qualche modo sono riusciti a mettere in piedi. Quante band si vedono oggi macinare migliaia di chilometri, guardare le facce di migliaia di fan, incassare risate, critiche, riproporre alla noia note che un tempo avevano un significato ed ora sono solo un karaoke nelle bocche di persone che sono lì per vedere quanto sei invecchiato, quanto non sei più quello di una volta. Nonostante tutti questi oscuri presagi, niente mi ha e mi avrebbe preparato a vedere sul palco un condannato a morte.

Wes Scantlin si presenta come un’ombra, con una scimmia sulle spalle grande come la scritta che sovrasta la batteria e ricorda un brand economico di una band rock che non esiste più. Emaciato, occhi chiusi, curvo, pare invecchiato di cento anni rispetto all’ultima volta che si è visto in Italia 4 anni fa. Non riesce a parlare, figurarsi a cantare. Una sedia lo sorregge nei momenti in cui le sue ossa si arrendono ad una dipendenza grave e allo stadio finale, che mostra le cicatrici in maniera chiara e inequivocabile al pubblico che nonostante tutto è nutrito, con pochi spazi liberi nel sotto-palco. La prima reazione che ho avuto è stata di pena infinita. Non rabbia, non divertimento, ma una grandissima tristezza nel vedere davanti e sopra di me una vittima di un’industria e dei suoi adepti, quali noi siamo senza nemmeno renderci conto, che mangia tutto quello che trova fino a che ce n’è. Le facce nel pubblico erano alcune divertite, altre incredule, mentre sulle teste di tutti noi aleggiava una nebbia di imbarazzo, pesante e umida. Avremmo tutti voluto trovarci da un’altra parte.

Il concerto inizia e sulla performance c’è poco su cui discutere. La band fa quello che può per creare un velo di suono dietro il quale nascondere la pena non solo di un ex musicista, ma anche di un ex essere umano. Tra le poche parole che il cantante riesce a dire si riesce a distinguere un “Abbiamo fatto molti chilometri, abbiamo visto molti paesi e molte città e non abbiamo idea di dove siamo in questo momento“. Io credo che questa frase dica tutto sull’assurdità di creare un prodotto da dare in pasto al maggior numero di persone possibile. Guardando al mercato musicale di oggi si vedono band che hanno fatto la storia tornare on the road a riproporre vecchi classici, album prodotti e registrati in tempi record per giustificare tour imbastiti su sfocati ricordi, singoli e album che escono con ricorrenze e cadenze perfette e fisse, da catena di montaggio. Non c’è più anima. Non c’è più rock.

Qualche parola sul pubblico. Ieri le persone presenti al Live Club di Trezzo, davanti a quello spettacolo decadente, hanno reagito con shock iniziale, seguito da divertimento. Con alcuni pezzi si sono pure scaldati, su classici come “She Hates Me” o “Psycho”, suonati in maniera egregia dalla band. Un fremito di speranza sull’umanità mi ha scosso quando appena prima della canzone di chiusura, la splendida “Blurry”, Wes si è accasciato privo di forze. Un coro della folla mi ha aperto il cuore. “NON MOLLARE MAI” abbiamo gridato, e Wes si è alzato in piedi a presenziare al nostro karaoke. E’ finito a terra ed il concerto è finito con la band che lo ha portato via a braccia, privo di sensi. Un altro coro si innalza dalle prime file. “SCEMO, SCEMO!”. La speranza è morta.
La persona che a stento si reggeva in piedi su quel palco non era un semplice sbandato ubriaco, anche se beveva vino e whiskey, se ad un certo punto ha tirato bottiglie di vetro sul pit e sulla folla. La cosa peggiore è stata vedere sulla sua faccia la consapevolezza. L’impressione che mi ha dato è stata quella di un uomo rimpicciolito e chiuso in una scatola, che guarda il mondo attraverso un vetro spesso e urla a squarciagola ma quello che viene fuori è solo un rantolo debole, agonizzante, davanti a facce ghignanti che gli danno dello scemo.

Pochi mesi fa Scott Weiland, e decine e decine di altri prima di lui. Esseri umani, artisti che dovrebbero stare in una comunità per salvare la propria vita e invece vengono lanciati a tutta velocità e dati in pasto ai cannibali. Wes Scantlin è un morto che cammina sponsorizzato, su maglietta e cappello. Qualcuno guadagna dei soldi per consumarlo sui palchi ed è con questa gente che dovremmo prendercela, maestri della guerra musicale che usano le nostre emozioni per fare soldi, uccidendo il rock e uccidendo gli artisti.
Everything is so blurry, and everyone is so fake.

Comments

comments

CONDIVIDI
Musicattitude.it
  • utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa
  • usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi
  • accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.