Metti un weekend a Londra a vedere Depeche Mode e Descendents…

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La domanda sorge spontanea: per quale motivo sei andato a Londra a vedere due gruppi che passeranno per l’Italia nel giro di un mese, i Descendents l’11 giugno al Carroponte e i Depeche Mode per ben tre date? Le motivazioni sono due: la prima è che sarò in Canada in ferie proprio in quel periodo, ragione per cui i Descendents me li sarei persi e per i Depeche Mode, invece, ottenere una mezza giornata di permesso sarebbe stata dura. La seconda è la più scontata: vedere i concerti a Londra è un altro campionato. E, se devo dirla tutta, per quanto mi riguarda è quasi più comodo (sottolineo: comodo, non economico) arrivare a Londra da Treviso che raggiungere Sesto San Giovanni. Per il famoso principio dell’utilità marginale, preferisco salire nella Perfida Albione fino a quando me lo permette la Brexit.

Ma qui si parla di musica, fino a prova contraria non siamo un libro di macroeconomia e nemmeno Plus24 de Il Sole 24 Ore, e le due serate si possono tranquillamente riassumere con la fraseConcerti della Madonna“. Tranquillizzatevi, fan che vedrete queste due band da qui a fine mese: assisterete a concerti clamorosi, a dir poco.

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I Depeche Mode si sono esibiti al London Stadium sabato 3 giugno, in una nazione che da lì a poche ore avrebbe vissuto il dramma di un terzo attentato nell’arco di pochi mesi. La band di Dave Gahan ha scelto il teatro principe delle Olimpiadi del 2012 per l’unica tappa nazionale del Global Spirit Tour. Due cose balzano subito all’occhio: la perfetta organizzazione del concerto, dai controlli discreti ma scrupolosi agli ingressi, al food court organizzato nel perimetro dell’area concerti, al fatto che i britannici non sono profeti in Patria. Sì, perché mentre negli altri Stati la band raccoglie sold out a destra e manca, facendo date multiple di successo come accade ad esempio in Italia, nel Regno Unito la formazione non ottiene il tutto esaurito, visti i numerosi vuoti sugli spalti.

Il concerto suonato dai tre britannici non si muove di una virgola rispetto alle precedenti tappe del Global Spirit Tour. La scaletta è quella rodata degli altri live, con pochissimi conigli tirati fuori dal cilindro, tante esclusioni a sorpresa (una su tutte: “Strangelove”) e alcune scelte che non suonano di novità, come la versione acustica di “A Question Of Lust”, il remix di “A Pain That I’m Used To” e la cover di “Heroes” di David Bowie, sbandierata dai media UK come sorpresa ma in realtà pezzo fisso della setlist da inizio tour.

Ciò che stupisce dei Depeche Mode è il grandissimo mestiere e la classe con la quale propongono il loro materiale, soprattutto considerando che una ventina d’anni fa c’è stato il serio rischio che la band dovesse scrivere anzitempo la parola “Fine” alla sua storia. E proprio Dave Gahan, l’uomo che cadde nel baratro ma riuscì a rialzarsi all’ultimo momento utile, è il fautore e il principale contributore di uno show maiuscolo.

Partiamo da una premessa: se qualcuno vi viene a dire che il più grande frontman di sempre non è Dave Gahan, semplicemente non ha mai visto i Depeche Mode dal vivo. Gahan non dimostra i 55 anni che si porta sul groppone, punto. La vitalità di un ragazzino, un carisma che cattura tutti, dalla prima fila all’ultima sedia delle tribune, una forma smagliante, un’eleganza senza pari (la giacca rossa con la quale si è presentato sul palco sarebbe stata kitsch indosso a qualunque altra persona) e soprattutto una voce, quella voce, che non è cambiata di una virgola rispetto agli esordi. Un professionista maiuscolo, un totem da vedere live almeno una volta nella vita.

Non è da meno il contributo di Andy Fletcher e Martin Gore all’alchimia dello show, il primo Dio Dorato con i suoi occhialoni da sole a dirigere la sezione elettronica del gruppo e il secondo ad alternarsi nel doppio ruolo di chitarrista e seconda voce. Una sinergia perfetta tra i tre componenti storici e i turnisti, testimoniata più volte da alcuni sorrisi e sguardi di complicità durante il concerto. La setlist offre ampio spazio all’ultimo studio album “Spirit”, ma per il resto è un vero e proprio best of che pesca estratti dall’intera carriera, tralasciando solamente la primissima fase della storia dei Nostri. Uno show praticamente esente da difetti, se non fosse per un piccolo problema tecnico al microfono durante “World In My Eyes” e, incognita sempre in agguato nei concerti negli stadi, un’acustica non perfetta.

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Location più intima per i Descendents, che il 4 giugno scelgono il Kentish Forum per quella che, anche per loro, è l’unica tappa nel Regno Unito del tour europeo. Una cosa è certa: per quanto gireranno nomi grossi in Italia durante tutta l’estate, il live dei Descendents è l’evento dell’anno per gli amanti del punk rock. Primo, perché il concerto ha una sorta di valenza storica, visto che la band non si esibisce nel nostro Paese da almeno vent’anni; secondo, perché con i suoi album ha contribuito a codificare un certo modo di suonare musica che, da lì a un decennio, sarebbe stato monetizzato da nomi più blasonati come Green Day, Blink 182 e Offspring.

In tour per promuovere l’ultimo lavoro “Hypercaffium Spazzinate“, uscito lo scorso anno, il quartetto statunitense è stato protagonista di uno show a cento all’ora, con tante canzoni e poche pause, se non fosse per i tre encore piazzati strategicamente per far prendere fiato al gruppo. Una cosa emerge nell’assistere a un loro concerto: che i Descendents hanno un gusto nel trovare la melodia perfetta che non ha rivali. Alcune loro trovate han fatto scuola (Billie Joe Armstrong, Tom DeLonge e Dexter Holland ringraziano ancora oggi) e la loro capacità di scrivere testi nei quali molti si riconoscono, dall’odio per i genitori a quello per la polizia, arrivando ai problemi con alcuni esami clinici nell’ultimo lavoro che strizza l’occhio ai fan della primissima ora. E non è casuale la scelta, per il gruppo, di iniziare lo show con la hit “Everything Sux”, introdotta con riferimenti diretti alla Brexit e a quanto accaduto la sera prima tra London Bridge e il Borough Market.

La scelta dei pezzi è clamorosa: una setlist lunghissima, quasi trenta pezzi, nel quale trovano spazio tutti i loro capitoli migliori, comprese alcune incursioni nel repertorio degli All. Quasi ogni brano viene accolto da un boato e cantato a squarciagola dai numerosi presenti, al punto che citare un particolare episodio rispetto a un altro può risultare fuorviante. Dagli estratti da “Milo Goes To College”, il seminale disco di debutto, a quelli di “Everything Sucks”, il loro maggior successo commerciale, il pubblico britannico ha pogato, saltato e cantato per novanta minuti filati, ignari di cosa succedesse al di fuori delle quattro mura del Kentish Forum.

La band risente del passare degli anni, ma non in maniera eccessiva: Milo è visibilmente appesantito rispetto a qualche anno fa (e leggermente curvo di schiena) ma la sua voce non accusa alcun calo dall’inizio alla fine dello show, Bill Stevenson è un totem dietro le pelli nel vero senso della parola, Karl Alvarez al basso non sbaglia una virgola e il chitarrista Stephen Egerton si alterna tra voce e chitarra. Un gruppo che, rispetto ad altri, non è un campione di eleganza e stile (tutti sembrano degli impiegati in tenuta post-ufficio) ma che compensa queste lacune con un concerto maiuscolo che, pur non esente da difetti, conferma il fatto che i Descendents sono i padrini, e di fatto ancora i numeri uno, di un certo modo di suonare pop punk.

Perché potete dire quel cazzo che volete, ma un verso come “Will I still kiss my girlfriend and try to grab her ass? Will I still hate the cops and have no class. Will all my grown up friends say they’ve seen it all before? They say Hey act your age and I’m immature” vale più dell’intero concept dietro “American Idiot”.

 

Descendents photo credit: Epitaph Records.

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