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The Black Queen, il report del concerto di Milano del 20 ottobre 2018

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C’è stato un qualcosa di surreale nel mood del concerto dei The Black Queen, prima data nazionale e unica italiana di questo tour di supporto ad “Infinite Games”: in contemporanea vi era infatti un compleanno di teenager e, quando uscivi dal locale per prendere una boccata d’aria, sentivi a tutto volume una playlist totalmente slegata dal loro repertorio che spaziava da Dua Lipa solista a Dua Lipa con Sean Paul passando per Beyoncé e la sua “Crazy In Love”. Viavai di teenager che si sarebbe avvicendato, con tanto di momento Story su Instagram perché ormai si immortala tutto anche le cose che non ce frega gnende, anche durante la loro esibizione, visto che il bagno del locale è all’interno dell’area concerti.

A parte gli scherzi, il concerto dei The Black Queen è stato una bomba assoluta, anche grazie alle iniziali esibizioni delle band in apertura, entrambi da Los Angeles: più grintosa e riuscita l’esibizione di Kanga, solo artist al femminile che si alterna tra voce e strumenti (dal laptop alle tastiere), più scolastici ma non meno intensi i Tennis System, power trio che mescola pop punk all’attitudine più elettronica.

Quando salgono sul palco, i The Black Queen si confermano band di altro spessore e categoria: non a caso, tutti e tre i componenti hanno avuto l’occasione negli anni di collaborare con i Nine Inch Nails, compreso lo stesso Greg Puciato noto per le sue scorribande quasi ventennali con i The Dillinger Escape Plan. Il concerto inizia con “Thrown Into The Dark”, brano che riassume alla perfezione il concept artistico dietro a questo progetto: basi elettroniche curate con un crescendo che porta ad un ritornello che entra in testa dal primo ascolto. Ma quello che si intuirà nel corso della serata è il fatto che questo non è il tour di supporto ad “Infinite Games”: dal secondo lavoro infatti verranno estratti solo tre pezzi, con l’unica spiegazione logica collegata al fatto che il disco sia uscito a ridosso dell’uscita e con una scaletta “blindata” da un concept visuale curato nel minimo dettaglio.

Di fatto, il concerto di Milano può essere considerato come parte dell’ultima leg di “Fever Daydream”, debutto che avrà un ruolo preponderante nella setlist. Ho avuto la fortuna e l’onore di vederli due anni fa, al Rough Trade di Brooklyn quando sembravano ancora una band da concerti-evento (conservo ancora gelosamente la tshirt esclusiva della serata) e rispetto a quel gruppo le differenze sono tangibili: dal punto di vista visuale, i The Black Queen si sono spogliati di tutti gli orpelli strobo per presentarsi in una veste più essenziale e neutra, dal punto di vista musicale invece la compattezza del trio è più tangibile, segno che i precedenti tour hanno smussato qualche incertezza iniziale. Inoltre Greg Puciato, che ci ha abituato in passato ad esibizioni al limite della sicurezza, nella nuova veste di frontman posato di un gruppo electro acquisisce ancora più un fascino magnetico.

Il resto della scaletta è il proporre una dietro l’altra le hit dell’album d’esordio. E se con “Ice To Never” sembra voler ripercorrere il mood dell’opener del nuovo disco, già con “Maybe We Should” ci si ridireziona verso gli episodi più dilatati del repertorio. In uno show dove la parte visiva è integrata a quella sonora, è verso la coda del concerto che si raggiunge l’apice emotivo, con la riproposizione di “That Death Cannot Touch” (uno dei brani più riusciti dell’esordio) e una versione estesa di “Secret Scream”, quello che può essere considerato il singolo più riuscito del trio e, molto probabilmente, l’unica hit da loro incisa che potrebbe avere un seguito radiofonico.

Il concerto dei The Black Queen ha un enorme difetto: è durato poco. Un’ora circa per una decina di pezzi. Come per le esibizioni dei The Dillinger Escape Plan, però, siamo di fronte a 60 minuti tirati, senza pause se escludiamo i “grazie mille” di circostanza e con pochi inutili allungamenti delle canzoni. Di fatto, con una band che sta chiudendo in sede live la sua prima era per dare l’inizio alla seconda prossimamente, non c’era da attendersi di più rispetto a quanto visto in un sabato sera dalle sue, involontariamente, due anime.

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