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The Hives+Ministri, il report del concerto di Legnano (MI) del 6 luglio 2018

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Ladies and gentlemen, ragazzi e ragazze: che serata, Rugby Sound! Premesso che il doppio concerto Ministri + The Hives di ieri al Castello Visconteo di Legnano era, già sulla carta, uno degli appuntamenti più appetitosi per gli amanti del rock di Milano e dintorni, un plauso va sicuramente rivolto all’organizzazione dell’evento, ottimamente strutturato anche a livello di location e servizi, e uno al pubblico dei rockers dal cuore di panna, cioè noi, gente che poga con amore e che nemmeno la grandinata abbattutasi su Milano è stata in grado di fermare, tra cui, però, purtroppo, pare si aggirasse uno o più marci, autori di svariati furti. Fate schifo!

Ma veniamo a noi. Stando a quanto visto e sentito nella leg invernale, quello dei Ministri si presentava come uno show da non perdere, nemmeno in questa versione estiva, per ovvie ragioni ridotta e rivisitata. “Siamo l’antipasto di qualcosa di più grande”, dice a un certo punto Divi, in gran forma e capace di annullare la distanza palco parterre, insieme all’incontenibile Federico Dragogna e al resto di una band, che gira a meraviglia, con tutti gli ingranaggi assolutamente ben oliati, ma la realtà dei fatti è che tanti, anzi tantissimi sono qui proprio per loro.

Altroché antipasto: “Il sole (è meglio che non ci sia)”, “Tra le vite degli altri”, “Idioti”, già dall’apertura, la scaletta di questo live della band milanese ha più la consistenza di una succulenta portata principale. Il pubblico non si fa pregare e, tra un pogo e un coro, divora di gusto i bocconcini prelibati di una scaletta ben congegnata per ritmo e dinamiche, che trova in “Mentre fa giorno”, “Fumare”, “Mille settimane” e la storica “Diritto al tetto”, i pezzi più d’impatto del set, insieme a una versione da pelle d’oca di “Palude”, chiusura di un live assolutamente all’altezza delle aspettative, che riconferma i Ministri come una delle migliori performing band italiane.

Il parterre è caldo, pronto al pandemonio, che di lì a poco si scatenerà sul palco del Rugby Sound. Il soundcheck, accuratissimo per il vero, è affidato ai soliti due judoka vikinghi, parte integrante del live, con i loro frequentissimi e quasi sempre inutili interventi tecnici, ma fanno colore: bianco e nero, ça va san dire.

Nonostante la loro ultima pubblicazione risalga al 2012, con l’album “Lex Hives”, l’attesa per il live della band svedese è alle stelle e c’è poco da fare, i ragazzi sono nati per fare casino. La tripletta d’apertura – “Come on!”, “Walk Idiot Walk” e “Main Offender” – getta lo scompiglio nel parterre. La voglia di muoversi è tanta e Howlin’ Pelle Almqvist, satanico burattinaio regge le fila di un live dai toni folli: sul paco succede un po’ di tutto, Nicholaus Arson (chitarra e cori), Vigilante Carlstroem (chitarra e cori), Chris Dangerous (batteria) e The Johan and Only (basso) sono quattro mine vaganti, tra cui si muovono, tutt’altro che leggiadri, i judoka vikinghi. Noi sottopalco, dal canto nostro, qualsiasi cazzata salti in mente a Howlin’ Pelle Alqvist siamo della partita, come quando decide farci accucciare tutti, per poi lanciarsi nella presentazione più verbosa della storia. Che simpatico sornione, le rotule ringraziano, anche quelle di Vigilante Carlstroem, che preso dall’emozione si cappotta sui monitor.

La musica: la formazione picchia duro e veloce e tra una bombetta e l’altra, parliamo di “Go Right Ahead”, “Die, all right!”, “Hate To Say I Told You So” e “Tick Tick Boom”, sapientemente giocate in scaletta, infilano un paio di inediti: la punkastra “Paint a Picture” e il rude bluesettone “Stick Up”, roba davvero niente male, che lascia presagire un più che dignitoso ritorno discografico della band di Fagersta, al lavoro da tempo su un nuovo disco e, a quanto pare, tra qualche disputa interna sul modus operandi da seguire. Speriamo arrivi presto, anzi, direi che possiamo contarci stando a quanto affermato da Hawlin’ Pelle Almqvist prima di lasciarci con la contagiosa “Return the Favour”: Torneremo e lo faremo presto. Vi aspettiamo, adorabili agenti del caos.

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