The Who, la scaletta e il report del concerto a Milano del 19 settembre 2016

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the-who-scaletta-concerto-milano-201619 settembre 2016:  The Who arrivano a Milano e conquistano il Forum di Assago. Dopo un ricordo di Keith Moon e delle recenti vittime del terremoto, il “Back To The Who Tour 2016” esplode sulle note di “I Can’t Explain”, mentre i mulinelli di Pete Townshend trascinano il pubblico da una pietra miliare all’altra fino alla chiusura sulle immancabili “Baba O’Riley” e “Won’t Get Fooled Again”.

The Who – La scaletta del concerto a Milano

1. I Can’t Explain
2. The Seeker
3. Who Are You
4. The Kids Are Alright
5. I Can See For Miles
6. My generation
7. Behind Blue Eyes
8. Bargain
9. Join Together
10. You Better You Bet
11. 5:15
12. I’m One
13. The Rock
14. Love, Reign O’er Me
15. Eminence Front
16. Amazing Journey
17. The Acid Queen
18. Pinball Wizard
19. See Me, Feel Me
20. Baba O’Riley
21. Won’t Get Fooled Again

Il report del concerto

Una fresca brezza accompagna i fan del rock all’interno del Mediolanum Forum di Milano per quella che si preannuncia una serata di festa per tutti, dai più giovani ai più attempati, carichi dell’aspettativa che una band come gli Who, che ha costruito parte del suo mito sulle esibizioni live, può creare.
Il mood della serata è quello di un treno inarrestabile senza fronzoli, e mentre la folla entrava alla spicciolata e prendeva posto all’interno del parterre, si accomodava sui seggiolini rossi, guardava le magliette in vendita della band con le loro Lambrette stampate sopra, i mirini colorati e i loghi sulle tazze e i poster, subito il palazzetto si satura delle note degli opener Slydigs.

Ci si volta verso il palco e pare di vedere un misto di Oasis e Stone Roses, tutto in stile molto British, dal taglio di capelli alle movenze. Ricordano in maniera ossessiva di seguire le loro gesta sui social dedicati ma tra uno slogan e l’altro regalano una mezzora di buona musica, quel rock derivativo di cui le classifiche erano piene ai tempi dei Verve e degli Oasis, e mentre in nessun modo si può rendere a parole la sensazione visiva che dava la giacca leopardata indossata dal cantante, per chi non li conoscesse consiglio di prendere la piattaforma musicale preferita e andarsi ad ascoltare la gradevole ‘The Love That Keeps on Living’ o la ballatona acustica ‘To Catch a Fading Light’.

Salutati gli Slydigs, nemmeno il tempo di prendersi una birra (calda) ed ecco i miti viventi salire sul palco in tutti gli otto elementi, i megaschermi laterali e quello dietro la band animarsi per quella che sarà una serata di gloria anche per loro. La regia e la scelta delle immagini hanno accompagnato lo show creando uno spettacolo nello spettacolo, altissimo livello sia nelle immagini di repertorio che in quelle girate live, che si sono sovrapposte dialogando tematicamente creando una connessione temporale tra la storia del gruppo e il suo presente. Non ci sono dubbi sul fatto che sarà una serata da ricordare, lo si legge sui volti di Pete Townshend e di Roger Daltrey, che prendono il posto che gli compete sul palco con uno sguardo, dietro le lenti degli occhiali da sole, deciso a non fare prigionieri. Lo si sente in quella specie di vibrazione che si percepisce all’inizio del concerto, quando l’adrenalina sale e tutti i pori della pelle si aprono, aspetti la prima nota come lo squillo di tromba che chiama alla battaglia. E quando si inizia, non ci si ferma più. Gli Who non fanno bis, non fanno sconti, si parte e ci si ferma solo dopo aver onorato 52 anni di carriera.

Il primo mulinello di Pete arriva quasi subito sul riff di ‘Can’t Explain’, e il gesto generazionale fa esplodere il pubblico nella prima delle innumerevoli ovazioni. Pete è in forma, Roger canta come pochissimi nella storia del rock. Sono affiatatissimi, mentre il gruppo alle loro spalle tiene botta restando un passo indietro, lasciando alla grandezza smisurata dei due frontman il compito di dettare il ritmo dello spettacolo: un ritmo impressionante soprattutto se ci si ferma a pensare all’anagrafe dei protagonisti. Ma rendersi conto della loro età è una cosa difficilissima da fare e praticamente subito rinunci, perché davanti hai dei musicisti che traggono energia dalla musica, e finché le dita riusciranno a muoversi sulle corde, finché l’aria uscirà dai loro polmoni, questa energia non si esaurirà. Roger ha il suo personale marchio di fabbrica e anche lui usa la carta quasi subito, facendo roteare il microfono come fosse un lazzo impazzito, mandando in estasi il pubblico.

La prima parte di concerto è un vero e proprio greatest hits, i cavalli di battaglia si alternano uno dietro l’altro senza sosta, mentre gli schermi omaggiano la storia della moda ‘Mod’ che spadroneggiava negli anni ’60 a Londra, le immagini di repertorio del gruppo mostrano la gioventù andata e i musicisti che non ci sono più, primo fra tutti il compianto batterista Keith Moon, ieri sostituito in maniera esemplare da Zak Starkey, potente e preciso. Così la bellissima ‘The Seeker’ lascia il passo alla consociutissima dal pubblico televisivo ‘Who Are You’, mentre ‘The Kids Are Alright’ suona un po’ anacronistica assieme a ‘My Generation’, visto il colore dei capelli dei musicisti, ma le immagini della gioventù degli anni ’60 proiettate dagli schermi aiutano a leggere il tutto come una cornice musicale all’interno della quale il mito degli Who è nato.

Townshend dice: “Questa canzone è stata scritta nel 1966, voi non esistevate!”. Con ironia e consapevolezza il gruppo trasmette coscienza di essere un insieme di musicisti attempati che ripercorre un viaggio lungo 50 anni. Ma una cosa è certa: sono pochissimi i particolari che ieri sera testimoniavano il passare inesorabile del tempo. La ballata ‘Behind Blue Eyes’ ha scaldato i cuori del pubblico mentre canzoni come ‘I Can See For Miles’ e soprattutto ‘Join Together’ hanno dato un’epicità unica allo show. Il pubblico cantando “Join Together With The Band” a squarciagola è diventato un cosa unica, con la band e con il vicino, il ragazzo, il signore e la signora che ascoltato gli Who da un anno, dieci, quaranta.
Dopo il momento dei classici, arriva quello che solo una band della grandezza degli Who può offrire, quello delle loro opere rock più famose, Quadrophenia e Tommy. La musica delle due opere visive e musicali si snodano attraverso un momento strumentale che ha il suo apice in ‘The Rock’ per Quadrophenia con immagini che omaggiano la moda Mod, in bianco e nero, con Lambrette e giovani pettinati a scodella che corrono per le strade londinesi alternate alle immagini degli esordi live del gruppo, chiudendo con ‘Love, Reign O’er Me’, sulla quale Daltrey offre una prestazione vocale, è il caso di dirlo, da urlo.

Mostra tutta la sua estensione in un saggio di maestria che ancora una volta nasconde l’età anagrafica, unendo la tecnica canora ad un dinamismo invidiabile. Suda, fa volare il microfono, scherza con Pete e con il pubblico, mostrando alle generazioni future cosa sia essere un frontman, dopo aver condizionato due se non tre generazioni di musicisti. Il momento Tommy è di una potenza espressiva e metaforica impareggiabile. Le immagini sugli schermi mostrano un flipper marchiato Who che va in frantumi, con la pallina di acciaio che schizza via dall’esplosione incontro al pubblico. Colombe bianche fuggono attraverso sbarre di ferro, perché il messaggio di Tommy raccontato da Townshend è quello della libertà acquistata solo tramite un linguaggio, che non deve essere quello imposto dalla società, ma un proprio metodo di comunicazione veicolato dall’energia, che porta non all’adeguamento, ma alla libertà. Tutto questo ha il suo apice nella coppia conclusiva di ‘Baba O’Riley’ e ‘Won’t Get Fooled Again’, cantate da tutto il pubblico.

Dopo due ore il concerto finisce tra gli applausi. Gli Who non distruggono più gli strumenti, ma l’appagamento che lo spettatore ha dopo il set di canzoni è quello della fine di un viaggio meraviglioso. La band è in forma e piena di energia e sa trasmetterla come nessun altro, regalando uno spettacolo da ricordare per sempre.

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