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Todays Festival 2018, il report e le foto della seconda giornata

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Questa seconda giornata di TODays Festival resterà negli annali della manifestazione per uno dei casi di problem solving più rapidi mai registrati.

Partiamo dall’inizio: ad aprile l’annuncio dei My Bloody Valentine in lineup aveva causato svenimenti in tutta Italia, crisi isteriche che neanche la beatlemania e una folle corsa al biglietto per assicurarsi un posto in prima fila per quello che si preannunciava un live storico per il festival piemontese. Ma, come l’organizzazione eventi ci insegna, nulla fila mai liscio come l’olio e, a dieci giorni dall’inizio del festival, un fulmine a ciel sereno squarcia la precaria tranquillità del countdown: dalla loro pagina Facebook, i My Bloody Valentine comunicano che non potranno esibirsi a TODays (per motivi indipendenti dalla manifestazione scopriremo in seguito). TRAGEDIA. Cuori spezzati, capelli strappati, biglietti bruciati, il pubblico di TODays non accoglie troppo bene la notizia ma, pochi giorni dopo, l’evento torinese torna a gamba tesa con una sorpresa inaspettata: a sostituire il posto vacante in lineup si aggiungono gli scozzesi Mogwai, mostri sacri del post rock mondiale. Qualcuno dice meglio di niente, io dico chapeau.

Tornando quindi al presente, l’impronta nostalgica del secondo giorno di TODays, complice anche la presenza degli storici Echo and the Bunnymen, prende una piega ancora più intensa mentre la location di sPAZIO211 si rianima a partire dal tardo pomeriggio con Daniele Celona ad aprire le danze. Con l’ormai consolidato show a cavallo tra una messa e un atto di devozione blasfema, il reverendo Colapesce torna a farci visita a Torino con l’Infedele Orchestra. Già durante la tranche indoor del tour invernale avevamo potuto toccare con mano la forza dell’ensemble che accompagna Lorenzo Urciullo sul palco e, in scala ridotta nel contesto del festival, il romanticismo languido la fa da padrone aprendo con dolcezza la pista alle band internazionali in arrivo.

Manca poco all’inizio del live di Echo and the Bunnymen, l’appuntamento con la storia è imminente e la tensione è palpabile. Quando sul palco appare Ian McCulloch, fasciato nella sua giacca di pelle e con gli ormai iconici occhiali da sole calati sul naso, un brivido percorre la folla. Spetta a “Lips Like Sugar” aprire la scaletta dei mostri sacri del post-punk: osservando la formazione sul palco, di cui restano solo McCulloch e Will Sergeant degli originari Echo, viene spontaneo chiedersi se a volte non sia meglio evitare di scomodare il passato e vivere di ricordi piuttosto che dover affrontare la possibile delusione che lo scorrere del tempo ci sbatte crudelmente sotto il naso. La risposta arriva da McCulloch in tutta la sua decadenza: “Con chi credete di avere a che fare?” sembra dire nel suo aspetto loureediano e, sigaretta in bocca, si difende a voce tratta infilando uno dopo l’altro pezzi da brivido che amplificano l’effetto nostalgia quando sfumano nelle cover di “Roadhouse Blues” dei Doors e “Walk on the wild side” di Lou Reed. In chiusura, l’attesissima hit “The Killing Moon” ci fa stringere definitivamente in un abbraccio collettivo con gli occhi lucidi e le gambe che tremano. La storia della musica ce lo insegna: Nothing Lasts Forever, a meno che, come gli Echo and the Bunnymen, non sia proprio tu ad aver scritto la storia.

Il buio la fa ormai da padrone quando i Mogwai attaccano a suonare e il primo brano in scaletta “Helicon 1”, ci porta quasi alle lacrime, un po’ per l’intensità dell’esecuzione, un po’ per la consapevolezza di essere al cospetto di un’icona storica e indiscussa del post-rock. Con i Mogwai assaggiamo la musica nella suo stato più puro, ci prostriamo davanti al muro del suono che il concentratissimo quintetto costruisce sapientemente, lasciandoci cullare da quelle canzoni che non hanno bisogno di parole per arrivare al cuore e all’anima. A cantare e urlare ci pensano le chitarre, mentre il piano bisbiglia dolcemente prima di lasciare posto ai climax accompagnati dal ruggito della batteria. I decibel risuonano nelle orecchie e arrivano dritti fino allo sterno per poi scendere nello stomaco, quella a cui stiamo assistendo è una performance che rimescola corpo e mente. “I’m Jim Morrison, I’m Dead”, “Rano Pano”, “Coolverine”: la scaletta della band si snoda intensissima davanti a un pubblico in religioso silenzio. I telefoni si alzano raramente, con sacro timore, l’incanto che stanno creando i Mogwai sul palco non deve essere spezzato in alcun modo. Anche questo è il potere del post-rock.

Asciugate le lacrime, ci lasciamo sPAZIO211 alle spalle e raggiungiamo velocemente la location di Incet dove la serata assume le forme del rave a partire dal live di Cosmo, indiscusso party animal, ancora una volta in prima fila con i suo delirante Cosmotronic. Con Cosmo ci sentiamo liberi di scatenare il tamarro che è in noi cantando forte e ballando senza vergogna tra laser colorati ed esplosioni di coriandoli. La lineup si completa all’insegna dell’elettronica e delle contaminazioni con la tripletta Mouse on Mars, Acid Arab e Red Axes.

Quando si accendono le luci salutiamo Incet e ci scrolliamo di dosso i coriandoli, avviandoci verso l’uscita e verso l’ultima giornata di TODays con Generic Animal, Maria Antonietta, Ariel Pink e Editors.

Alessia Giazzi, foto di Franco Rodi

Todays Festival 2018, le foto della seconda giornata

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