Tycho, il report e le foto del concerto a Bologna del 20 ottobre 2014

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Le mancanze sono esaltatori di eccellenza. Come nello spazio scavato dei bassorilievi del Donatello, nei chiaroscuri caravaggeschi, lungo i contorni di mascara sugli occhi di una bella ragazza, un elemento – il vuoto, l’ombra, il nero – esalta il suo opposto – la forma, la luce, il bianco – così il difetto, la pecca, la mancanza, finisce per esaltare il pregio, il merito, l’eccellenza (laddove vi sia, naturalmente).

Ma iniziamo da principio, o quasi. Sono le dieci mezza circa di una notte ottobrina-nonché-bolognese, e dopo l’ottimo opening di Christopher Willits, è finalmente tempo per Scott Hansen (conosciuto nel settore col nome di Tycho) e i suoi di salire sul palco dell’Estragon. Una folla non troppo numerosa ad accoglierli (poco più della metà dello spazio interno, tra l’altro ridotto nella sua capienza complessiva da appositi tendaggi, è occupata dagli spettatori), ma il polistrumentista e produttore californiano sorride alla platea come fossimo diverse migliaia e si dice entusiasta per quello che del resto è tra i suoi primi live nel Belpaese.

Poche, felici, battute e il live parte senza altri indugi con “Adrift”, un brano tratto dal penultimo disco: questi i primi passi di un viaggio onirico tra musica e immagini, entrambi elementi imprescindibili dei concerti del gruppo americano (da sottolineare che Tycho è anche noto per i suoi lavori fotografici e per le sue grafiche). Un percorso che ci porterà tra deserti e distese marine, lungo i lenzuoli smeraldo delle praterie e le cuspidi delle foreste infinite che contrassegnano il profilo del Nord America, intervallate da quei segni geometrici (cerchi, rombi, triangoli) carichi di colori saturi che vanno via via a sfumare – simboli familiari nei quali gli amanti del gruppo riconoscono le grafiche dei loro dischi.

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La scaletta scelta tocca veri gioielli tratti un po’ da tutti i lavori, da “Past Is Prologue” (dell’album omonimo), passando per “A Walk”, “Hours” e “Elegy” dell’album “Dive”, fino alle più recenti “Apogee”, “Spectre” e “Awake” tratte dal nuovo disco (che reca il nome dell’ultima tra le canzoni elencate). Proprio alla title-track “Awake” e alla strepitosa “Montana” spetta poi l’onore di chiudere l’esibizione, in un encore chiamato a gran voce dal pubblico.

L’acustica tutt’altro che perfetta del posto si rivela senza dubbio come una spina nel fianco per i gruppi che puntano tutto sulla parte strumentale nel proporre la propria arte perché, a differenza del formato standard della canzone, non c’è quello spazio per cori e ritornelli che può mascherare all’udito dell’ascoltatore la deficitaria resa dei suoni. Questa non è una colpa che si può attribuire agli artisti, certo, ma tant’è che la prestazione ne risulta sommariamente indebolita. Come – è già stato evidenziato – anche l’accorrere di un numero troppo scarno di pubblico contribuisce a ridurre l’impatto del live di un gruppo.

Queste sono le mancanze, gli elementi d’ombra. Quando però ci si sofferma sugli intrecci struggenti di synth e chitarra tra Mr. Hansen e Zac Brown sorretti dal basso robusto di Joe Davancens e soprattutto dai tempi impeccabili e dai passaggi precisi e affilati di Rory O’Connor alla batteria (MVP della serata, cestisticamente parlando, secondo Il Sottoscritto), e si gettano al contempo gli occhi su quei paesaggi sconfinati che si dispiegano sullo schermo, non ci si può che congratulare coi quattro musicisti d’oltreoceano e si finisce per apprezzare ancora di più quella bellezza orgogliosa che si solleva tra tante pecche, perlopiù non proprie.

È allora che il difetto adotta la funzione inedita di esaltare la virtù e la bellezza, e così quando ci si ritrova di nuovo per le strade di una notte ottobrina-nonché-bolognese e si incominciano a tirare le somme di quanto appena avvenuto si scopre di avere negli occhi (e ancora un po’ nelle orecchie) solamente e unicamente tanta luce, tanta eccellenza. La mancanza, spiazzata, va invece a frugare nei sinonimi, lascia stare la pecca e si veste di nostalgia per qualcosa che è terminato – pare sempre in questi casi – troppo presto.

Fotografie a cura di Mathias Marchioni.

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