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Ulver, il report del concerto a Milano del 22 novembre 2017

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Prima tappa italiana per gli Ulver (se escludiamo la data open air al Labirinto della Masone dello scorso giugno), che portano a Milano “la grazia della decadenza” alla base dell’ultimo, acclamato lavoro, “The Assasination of Julius Caesar”. I lupi di Oslo credono davvero alla potenza del loro disco più recente, e quindi non c’è tempo per ricordi nostalgici. Anzi. Si guarda al futuro. Tant’è che i Nostri non propongono solo per intero “TAOJC”, ma anche il nuovissimo EP “Sic Transit Gloria Mundi”.

Sul palco c’è spazio per la chitarra dello sperimentatore norvegese Stian Westerhus, che ha avuto l’onore e l’onere di aprire il set dei connazionali con una buona mezzora in solitaria, e poi percussioni, batteria, programming e voce. La band rimane rigorosamente al buio per tutta la durata dell’esibizione (il frontman Kristoffer Rygg è pure incappucciato), per lasciare esprimere al meglio la musica. Ma non solo, anche gli effetti speciali hanno avuto la loro parte. Lo spettacolo di luci e laser ha fatto una buona metà del gioco, coadiuvando una narrazione complessa che, altrimenti, non sarebbe stata del tutto accessibile e completa, grazie a visual che richiamano le lyrics o immagini evocative estrapolate dai brani stessi.

Lo show vero e proprio inizia con “Nemoralia”, opener di “The Assasination of Julius Caesar”, e prosegue tra rimandi agli Illuminati, all’attentato a Papa Giovanni Paolo II, alla caduta dell’Impero Romano, e a chi più ne ha più ne metta. Insomma, se “TAOJC” fosse uscito ai tempi della scuola, avrei studiato molto più volentieri la storia, evitando di riempirmi di pizzini inutili che tanto, puntualmente, venivano scoperti. Detto questo, la svolta dark wave (o dark pop, se vogliamo) degli Ulver è efficace anche dal vivo, e convince. Chi è cresciuto con certa musica degli anni ’80, ma poi per una serie di eventi della vita si è trovato ad essere metallaro, può dire di aver trovato l’ibrido perfetto, quindi.

Una proposta che non stanca neanche con l’esecuzione dei tre pezzi tratti dal sopracitato “Sic Transit Gloria Mundi”, quegli “avanzi del banchetto di Cesare” che a volte superano in succulenza il banchetto stesso (vedi la splendida “Bring Out Your Dead”). E che funziona sia con melodie più evocative (l’impalpabile intro di “Angelus Novus”) che con ritmi più incalzanti (“Rolling Stone”).

Qualche tempo fa, Kristoffer Rygg ha affermato che “la musica del futuro è il silenzio”, riferendosi agli ipnotici brani strumentali degli Ulver. Di sicuro però, lo spettacolo multisensoriale e sperimentale che i norvegesi portano ora in scena è qualcosa che abbatte la cortina della banalità imperante portandoci alla mente suggestioni di altre epoche, che possiamo solo immaginare. E forse è meglio così.

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