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Willie Peyote, report e foto del concerto di Torino dell’11 gennaio 2019

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“Precario”. Mi ronza in testa da tutto il giorno. Mi deconcentra durante le interminabili otto ore che passo alla scrivania e mi accompagna a casa nella brezza invernale di Torino. Tre sillabe che incombono come una spada di Damocle sulla routine ancora pregna di buoni propositi, strascico dell’anno precedente ormai concluso.

Non riesco a darmi pace, apro il browser e interrogo Treccani:

precàrio1 agg. e s. m. (f. -a) [dal lat. precarius, propr. «ottenuto con preghiere, concesso per grazia», der. di prex precis «preghiera»]. – 1. agg. Incerto, non sicuro; che è soggetto a subire, da un momento all’altro, un cambiamento, un peggioramento: una situazione (politica, finanziaria, economica, ecc.) estremamente p.; essere, trovarsi in p. condizioni economiche, in p. condizioni di salute; salute p., cagionevole; un equilibrio p., instabile; una vita, un’esistenza precaria.

È curiosa questa dualità del significato di “precario”, in equilibrio tra le devote certezze della fede e l’insicurezza costante, leitmotiv del 90% delle nostre vite di millennial. Forse si tratta di questo: avere trent’anni in Italia nel 2019 vuol dire improvvisarsi funamboli tra gli estremi, alla ricerca di una via di mezzo che non esiste. Siamo in un momento storico in cui il rassicurante termine “dignità” si traduce in “salutare il posto fisso”, in un momento politico in cui vengono prima gli Italiani ma non capiamo dove dobbiamo andare. Siamo in bilico tra le pressioni sociali degli amici che si sposano e figliano e la libertà relazionale dell’amore a portata di swipe. Siamo schiavi della ricerca di un equilibrio che molto spesso finisce sul fondo del bicchiere e si trasforma in un ordinario barcollare verso casa, in dubbio se affogare il senso di incertezza nell’ennesimo drink. Increduli, talvolta avviliti, a tratti apatici, ci guardiamo costantemente in giro alla ricerca di qualcuno che ricambi il nostro sguardo, facendoci capire che si sente come noi. Lo cerchiamo tra la folla, tra le pagine dei libri e tra le parole delle canzoni.

Se c’è un artista che attualmente è in grado di rappresentare il calderone nazionale dei millennial e la sua sensazione di essere in bilico, quello è Willie Peyote. Guglielmo Bruno conosce bene il significato della parola “precario” e la sua anima sacro-profana. Ne ha provato la sensazione sulla sua pelle: dal call center ai palchi nazionali, Willie Peyote si è fatto largo nel panorama musicale italiano con un personalissimo mix di rap e cantautorato che rifugge classificazioni ed etichette.

Il doppio sold out delle date piemontesi al Teatro della Concordia di Venaria (oltre a quello registrato all’Estragon di Bologna) amplifica immediatamente la percezione di quanto Willie Peyote sia cresciuto, aggredendo il successo a morsi. Peyote ci invita quindi a “L’ultima Cena”, tranche finale del tour “Ostensione della Sindrome”, un ricco banchetto animato da una formula live vincente in cui il rapper è affiancato, non a caso, dalla Precaria Orchestra Sabauda, formazione allargata che comprende, oltre ai canonici chitarra-basso-batteria, la sezione di fiati sax-tromba-trombone. Si siedono a tavola con Guglielmo anche il fedelissimo Frank Sativa e ospiti come Zibba e Tom Harp Newton.

La formazione sul palco diventa lo specchio del pubblico che affolla il parterre: si balla e si salta, ridendo in faccia alle paure di giovani contemporanei, trascinati dal groove irreristibile delle linee di basso, dai fiati che ci fanno volare altissimo e dagli assoli di batteria che trascendono quello che potrebbe essere un semplice live rap. Dal suo palco-pulpito, il predicatore Peyote esorcizza tutte le nostre preoccupazioni, dal lavoro all’amore, passando per politica e paura del diverso, recitando il suo personalissimo Vangelo fatto di tracce recenti come “Ottima Scusa”, “Portapalazzo”, “Le chiavi in borsa” e chicche dal passato come “Dj e Call Center”. I pezzi di Willie Peyote hanno la forza di veri e propri inni contemporanei: brani come “Etichette” e “Io non sono razzista ma…” raggiungono l’apice di coinvolgimento del parterre.

Il punto di forza di Willie Peyote & friends è quello di riuscire a unire sotto lo stesso palco un pubblico che a prima vista attinge da ogni stereotipo o cliché esistente, rendendo la formula dell’etichetta impossibile da applicare. Fricchettoni, punkabbestia, trap lovers, sfigati, popolari, nerd: provate ad affibbiare un’etichetta a quella massa pulsante che alza il medio all’unisono e a estrapolare ogni singolo personaggio da quell’unica voce che vibra guidata dal flow di Willie Peyote. Non importa chi siamo stasera, nella scaletta del live ci sarà almeno un pezzo che rappresenta perfettamente come ci sentiamo o come ci siamo sentiti. “E allora ciao” è la naturale chiusura del live di Willie Peyote, il nostro personalissimo “Amen” che sigilla la fine di questa cerimonia profana, prima che i fedeli si riversino nuovamente all’esterno, tornando funamboli sul filo della routine.

Usciamo dal Teatro della Concordia, ci dirigiamo verso il parcheggio, saliamo in auto. “Precario”. Stavolta qualcuno lo dice a voce alta mentre sfrecciamo in tangenziale e parliamo di partite IVA, contratti e fughe all’estero. Dopo stasera, le tre sillabe che mi tormentavano sono state rimpiazzate da altre parole: “Siamo parte di un tutto, parte di una specie, parte di un gruppo”, ed è esattamente la sensazione che ho avuto, mimetizzata tra l’umanità precaria del pubblico di Willie Peyote.

Alessia Giazzi – foto di Franco Rodi

Willie Peyote, le foto del concerto di Torino

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