Intervista agli Arch Enemy: “Will To Power” è la nostra sfida più elettrizzante

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Milano è particolarmente splendida, stasera: niente afa, una leggera brezzolina che spazza via il calore estivo, rendendo la serata gradevole. Michael Amott degli Arch Enemy è seduto a un tavolo, rilassato e visibilmente soddisfatto.Gli altri membri della band parlano tra loro, ridono e scherzano, e lui li osserva con affetto. Nel ristorante in cui si trovano appaiono come alcuni tra i tanti turisti stranieri che bazzicano la Penisola.

Michael si guarda intorno, la chioma nera, non più rossa, raccolta in un cappello nero girato al contrario; lascia andare un lungo sospiro rilassato mentre si allunga sulla sedia. Quando prende a parlare, gli altri si voltano tutti verso di lui, in ascolto: «Sapete, ragazzi, quando abbiamo iniziato tutto questo, non immaginavo il successo che avremmo raggiunto. In questo locale nessuno sa chi siamo, ma oggi, chiunque mastichi un po’ di metal ci conosce». Sharlee D’Angelo ricambia il sorriso e annuisce: «È vero, Mike: se ci pensi abbiamo visto un sacco di gente per il mondo, di tutti i tipi. Oggi abbiamo incontrato quei ragazzi, ed erano felicissimi, non pareva loro vero di incontrarci. Hai visto i loro sguardi? È lo stesso che vediamo negli occhi di chi ci segue nei concerti, di chi si agita e canta le nostre canzoni. Questo è un genere che appare in un certo modo a chi non lo conosce, eppure è alimentato dalle stesse passioni genuine e positive che muovono qualsiasi sfumatura musicale».

Alissa White-Gluz si versa dell’acqua mentre ripensa al Wacken: «Quel live è stato strepitoso. Il più grande festival metal al mondo e noi eravamo lì, di fronte a tutta quella gente. Abbiamo fatto uno show pazzesco, lo abbiamo filmato e messo su video. Sapete, penso a tutti i ragazzi in America che non avrebbero mai potuto essere lì; figuratevi, arrivare fino in Germania per un concerto. Solo se sei ricchissimo te lo puoi permettere, ma con “As The Stages Burn!” è un po’ come se il Wacken lo avessimo portato in casa di tutti».

«Già, ci seguono sempre, ovunque, esprimono una passione incredibile: un po’ glielo dovevamo» riflette Michael mentre prende in mano il calice di rosso.«Abbiamo aggiunto un po’ di cose, con il tempo, non trovate? Un pezzetto per volta abbiamo accresciuto ciò che siamo. Quando eravamo agli inizi, ogni passo avanti pareva un balzo chilometrico, un salto di anni luce. Oggi forse i passi in là sono più brevi, ma ci sono sempre, ne sono soddisfatto, facciamo sempre esperienza, e ogni volta ci portiamo a casa qualcosa in più. Mi piace, sì».

Amott annuisce mentre sorseggia il Morellino, lo assapora, agitando il bicchiere, scrutando nel liquido color rubino: «Bella, l’Italia. A gennaio ci torniamo, qui a Milano. Si mangia da dio, e senti che roba questo vino! Gli italiani hanno tutta la cultura e la storia che si desideri, e pure la cucina! Oggi un ragazzo mi diceva che è un peccato, perché si stanno perdendo le radici, dice che stanno smarrendo la loro identità. Chissà se quando torneremo, questi posti saranno ancora uguali, se la gente sarà la stessa».

Daniel Erlandsson lo guarda, pensieroso: «Sì, qui hanno veramente tutto; quel ragazzo di cui parlavi accennava alla musica classica, e ha suggerito di fare un disco in chiave sinfonica: all’idea, tu e Sharlee siete partiti in quarta!».

Il bassista ride: «Hai ragione, Daniel, effettivamente ci siamo messi a parlare tra noi di questa cosa, abbozzando su due piedi come fare, cosa fare… però sarebbe forte, non trovi, Mike?».

«Sì, è proprio una bell’idea. Sicuramente dovremo capire come sia possibile realizzare qualcosa del genere. Ci vorrebbe molto lavoro, e dovremmo sistemare ogni cosa a puntino. Vediamo se e come si possa fare, ma con calma, adesso abbiamo già un bel po’ da lavorare. Abbiamo fatto il nuovo disco, dobbiamo promuoverlo. Mi piace proprio, è veramente figo: aggiungere qualche elemento inedito è stata una bell’idea. Stamattina mi riascoltavo “A Fight I Must Win”, e le parti orchestrali ci stanno alla grande. È aggressivo, ma la brutalità della tua voce, Alissa, viene messa in risalto dalla delicatezza degli archi. Bello, davvero».

Alissa sorride: «Hai ragione, Mike. Mi piace quel connubio. Se penso che prima di arrivare a cantare con voi avrei potuto smettere… e invece siamo qui, con un altro lavoro prodotto, ed è un gran lavoro! Una figata. E ogni giorno finisco per mettermi alla prova, per raccogliere una nuova sfida. È elettrizzante, diavolo! Non vedo l’ora di cominciare il tour per “Will To Power”, soprattutto di fare qualche festival, con il pubblico indemoniato e i palchi belli ampi, dove scatenarmi senza limiti!».

Jeff Loomis ascolta tutti senza proferire verbo, annuendo, e rompe il silenzio solo per un istante: «Devo dire che questo ultimo lavoro è uscito proprio bene, hai ragione, Mike. A me piace molto “Dreams Of Retribution”, che riff, ragazzi! Mi diverto proprio a suonare questi brani!».

«E fai bene a divertirti, Jeff, considerando che tra poco andremo avanti a suonare quei pezzi per mesi e mesi… pensa se ti annoiassi!». I ragazzi ridono all’unisono mentre si alzano dal tavolo. Escono dal locale, e Michael si ferma un momento ad assaporare l’insolita brezza di una calda estate milanese: «Mi sa proprio che quando torneremo qui farà molto meno caldo! Conoscendo il pubblico di queste parti, però, sarà comunque una serata rovente». E ancora sorridendo, raggiunge gli altri alla macchina, diretti all’albergo per godersi un po’ di riposo. Domani si parte per un’altra tappa: un altro giorno di musica e adrenalina.

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