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Area Covid-19: Sativa Rose

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“Ti annoi” è il nuovo singolo di Sativa Rose, disponibile dal 22 maggio sulle principali piattaforme streaming. Abbiamo raggiunto Alessio Mazzeo, fondatore del progetto, che muove i primi passi nel 2013 con la partecipazione ad Area Sanremo, presentando l’inedito “Linguaggio Superficiale”, che si fermerà alle semifinali del concorso. In seguito a un periodo di stop di quasi cinque anni, il progetto rinasce sul finire del 2017, e dopo una lunga serie di live escono due singoli, “Sciarada” e “P-XYZ”, entrambi registrati presso il Mono Studio di Milano, che vedono Massimiliano Santori alle batterie e la preziosa collaborazione di Enea Bardi alla produzione e di Federico Dragogna. I due lavori hanno una buona accoglienza di pubblico, e portano Sativa Rose ad affrontare il suo primo tour, che si protrae fino alla fine del 2018. Gli ultimi singoli “Milano Nord” e “Il gioco” rappresentano un nuovo capitolo di maturità artistica per Sativa Rose.

Ciao, per prima cosa raccontaci come stai e come hai trascorso questo periodo?
Ciao e innanzitutto grazie per l’intervista. Fortunatamente bene, questo periodo l’ho passato con me stesso e con le persone a me più care e vicine. Una selettività forzata, in realtà, che però ha portato risultati inaspettati, sia a livello personale sia a livello relazionale. Ho avuto tempo per riorganizzare i miei interessi e le mie priorità, utilizzando le mie energie al fine di sfruttare il tempo in maniera costruttiva e spostando costantemente lo sguardo in avanti. Nonostante una ovvia sensazione di incertezza di fondo, ho sempre guardato a questo periodo come ad un importante spartiacque. Uno di quei momenti storici che vale la pena di vivere, perché titolari di caratteristiche importanti e di cui sentiremo parlare nel futuro. Questa emergenza su scala mondiale rappresenta uno di quegli episodi a cui la storia assocerà un “prima” ed un “dopo”; con le criticità del caso nel breve termine, ma anche con le enormi prospettive di rinascita e di opportunità future. Attraversare in prima persona questo periodo permetterà alla nostra generazione di poter affermare, per una volta: “Io c’ero. L’ho vissuto e l’ho superato”. Il coronavirus ha rimescolato il mazzo, dandoci l’occasione di osservare le nostre vite, le interconnessioni nazionali e i comportamenti sociali da una prospettiva diversa. Questo fenomeno ha dato vita ad un processo di analisi inconscia, impostato sul valore qualitativo a discapito di quello quantitativo, che credo stia permettendo al mondo di ricalibrare le proprie necessità reali e le proprie priorità.

Ho appena finito di ascoltare il tuo ultimo singolo, “Ti annoi”. Nell’ascolto ho trovato tanti riferimenti ad un certo tipo di indirizzo musicale ma anche di grande apertura, vuoi spiegarci meglio tu il tuo progetto?
Il mio progetto è esattamente questo: attingere dal mio background, a tutto tondo, per tradurlo in un sound personale, motivato dalla ricerca e dallo sviluppo di una cifra stilistica riconoscibile. A questo aggiungerei: senza lasciarmi influenzare dai trend e mantenendo una coerenza artistica, che dovrebbe avere sempre alla base un pensiero indipendente e strutturato, e quindi non soggetto alle pressioni del mercato. L’imperativo istituzionale, in sostanza la tendenza ad imitare il comportamento degli altri, credo sia quanto di più dannoso possa esistere per il settore. Crea domanda lì dove non esisterebbe, ad esempio con l’hype ed il viral marketing, formando delle vere e proprie “bolle”. Questo genera anche il paradosso secondo cui sono gli artisti ad andare incontro ai gusti degli ascoltatori e non viceversa. Un progetto che abbia ragione di esistere, ritengo, dovrebbe seguire coerentemente la propria linea artistica. Se il progetto è buono ed ha qualcosa da dire, sul lungo termine il risultato arriverà, raggiungendo autonomamente le aspettative di mercato. Tenendo conto delle dovute differenziazioni di genere e dei rispettivi bacini d’utenza, il mio obiettivo è di allontanarmi dall’hype per ritagliarmi una condizione in più sincera, che arrivi alla gente senza artifici pirotecnici. Le speculazioni a breve termine non mi hanno mai interessato e credo abbiano poco a che fare con l’arte e con gli artisti.

Un po’ tutti stiamo cercando di tornare alla normalità ma il settore musicale sembra quello che al momento faccia più fatica a rimettersi in piedi. Come vivi la mancanza dei live?
La mancanza dei live la vivo male. Ho perso un tour intero a causa del covid-19, ma credo sia giusto così. Le priorità sono altre e, parafrasando gli autori classici, l’arte è una disciplina nobile proprio perché non indispensabile. Nonostante questo però, seguendo il mio ragionamento, devo ammettere che questa situazione ha palesato una preoccupante noncuranza della domanda a fronte di una reazione a tratti isterica dell’offerta. Social, giornali e televisione hanno raccolto a più riprese lo sdegno degli addetti ai lavori del settore, ma non ho visto una reazione altrettanto forte da parte del pubblico. Nel ricalibrare le loro priorità, credo che molti si siano resi conto che effettivamente “collezionavano” i concerti, puntando sulla quantità, piuttosto che selezionarli in base alle loro reali passioni. Questo dovrebbe far riflettere anche noi artisti, perché non credo che torneremo mai più ai numeri pre-covid-19, big esclusi. Soprattutto dovrebbe farci ragionare anche un altro fattore, ben più importante: in un mondo costantemente connesso, ha senso uscire dal vivo per un utile trascurabile ed un pubblico dai numeri contenuti? Impostare il mercato sui live, come succedeva negli anni ’50, ha senso per degli artisti attivi nel mercato attuale? Probabilmente la risposta è no, almeno nell’indipendente. Un “core business” del genere oggi ha senso più per gli addetti ai lavori, che possono estrapolare guadagni marginali su più progetti per formare un unico ricavo importante, che per gli artisti, che non riusciranno a trarne un reale valore aggiunto. Il pubblico dei live diventerà più selettivo, così gli operatori ed i promoter cercheranno di venire incontro all’utenza abbassando i prezzi; cosa che andrà a ripercuotersi direttamente sugli artisti. Mentre gli addetti ai lavori potranno contare su di un guadagno finale generato dalla somma di tutti i guadagni marginali; per gli artisti il discorso sarebbe più complesso. Se ad alti livelli questo discorso potrà mantenersi valido, perché ammortizzato dai grandi cachet, a livello indipendente non potrà fare altro che generare malessere. Nel senso: se prendessi 300.000 euro per una data, forse potrei scendere a 200.000 per venire incontro a promoter e pubblico, ma se ne prendessi 600 avrei qualche difficoltà a farmi decurtare il 33% dal cachet, perché le spese fisse alla base rimarrebbero invariate. Quando tutto tornerà alla normalità, la parte di pubblico che avrà scoperto che i live rappresentano per loro una vera necessità saprà apprezzarli meglio e non soltanto collezionarli, generando perlomeno un mercato sano e non costantemente gonfiato. Gli artisti, dal canto loro, dovrebbero iniziare a prendere posizione in tal senso, rifiutando di scendere a patti, al di sotto di una certa soglia, principalmente perché un atteggiamento permissivo in tal senso non avrebbe alcun senso. Non porterebbe ad un guadagno soddisfacente per l’artista, né porterebbe dei benefit reali al progetto, così come alla venue. Se si presentasse la necessità di negoziare sul cachet, probabilmente allora la domanda non sarebbe poi così importante, oppure ci troveremmo semplicemente di fronte all’avidità o, al contrario, all’avversione al rischio da parte degli organizzatori. D’altro canto, se ci fosse una domanda reale, i promoter e gli operatori dovrebbero avere la professionalità di ridimensionare i ricavi personali in funzione di un equo compenso per gli artisti, sul cui lavoro si basa tutto il mercato, ma che sono sempre i primi a dover scendere a compromessi e rinunce. Ugualmente, se uno spettatore non è disposto a spendere per vedere un artista che gli piace, probabilmente la verità è che non gli piace abbastanza. Un processo del genere punterebbe alla qualità e non alla quantità, arginando anche i fenomeni di cui parlavo sopra.

Siamo ufficialmente siamo alla fase 3. Credi ci sarà anche una quarta fase? E come la immagini?
Teoricamente la fase 4 dovrebbe essere quella di livellamento, che dovrebbe riportarci alla “normalità”, anche se credo che le fasi siano potenzialmente infinite e che semplicemente andranno di pari passo con l’evolversi della situazione. Ad ogni modo, come accennato, sono sicuro che molte cose resteranno indelebili nell’immaginario collettivo. Immaginate di vedere oggi un live con un parterre molto affollato. Centinaia e centinaia di persone sudate, che urlano e spruzzano saliva e umori dappertutto, accalcate l’una sull’altra. Che considerazioni fareste? Da marzo 2020 in poi, seppur inconsciamente, il pensiero sarà sempre predisposto alla valutazione delle probabilità di contagio. Basta molto meno, adesso ci apparirebbe del tutto inammissibile un locale pubblico privo di sapone o gel igienizzanti vari nei bagni… eppure quante volte ci è capitato in passato, senza che battessimo ciglio? Ecco, oggi sarebbe impensabile. Non dico che la vita verrà stravolta, ma che, anche se inconsciamente, si presterà maggiore attenzione ad aspetti che prima avremmo considerato del tutto marginali, e se non lo faremo da noi, ci penserà lo Stato. Contemporaneamente, però, si affacceranno sviluppi che erano necessari da anni, ma che nessuno aveva il coraggio di attuare; come lo smartworking, o l’intensificazione di misure per la preservazione dell’ambiente e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Dopotutto sono diversi anni che sentiamo parlare di Indice di Sviluppo Umano e di classifiche sulla qualità della vita. Credo che l’analisi inconscia di cui parlavo prima interesserà profondamente questi aspetti. Ad esempio nelle città si potrebbe assistere a qualcosa di simile a quello che in America avviene da decenni, ovvero una migrazione inversa, dall’asfalto dei bilocali di città alle tranquille villette a schiera suburbane con giardino e garage, che possiamo vedere in tanti film statunitensi.

Con chi ti piacerebbe duettare un giorno e cosa consigli ai giovani artisti che si affacciano alla musica?
A chi si avvicina alla musica consiglio di avere le idee chiare e di essere paziente. Di imparare a comprendere il prima possibile l’importanza dei collaboratori, ma di affidarsi solamente a gente onesta e qualificata, a cui potrà delegare con serenità tutti gli aspetti che esulano dalle proprie competenze artistiche. Aggiungerei anche che dovrebbe concentrarsi sul messaggio, parlando di cose che gli appartengano, di sensazioni che ha maturato dentro attraverso l’esperienza o l’osservazione, dimostrando prima di tutto a sé stesso di avere effettivamente qualcosa da dire, stesso discorso è valido per la parte musicale: ha senso inviare il tuo primo demo ad una discografica, se suoni la chitarra da appena un mese e non hai ben chiaro di cosa vuoi parlare? Probabilmente no. Devo dire anche che sconsiglierei a chiunque al giorno d’oggi di investire la totalità delle sue energie nella musica, almeno inizialmente. È un settore difficile, che non offre grandi prospettive di guadagno, se non a livelli molto alti… e parliamo di almeno un milione e mezzo di play al mese. Per cui, se non avete qualcosa da dire, un sound personale e tanta motivazione, lasciate perdere e fatene un hobby, le ragazze potrete rimorchiarle ugualmente. Duettare… internazionale con Cuco o con Julian Casablancas, italiano probabilmente con Tommaso (Paradiso), perché, pur se ci passiamo diversi anni, abbiamo un background ed un immaginario simile. Peccato che sia della Lazio… Mi ha fatto piacere chiacchierare con voi, un abbraccio e a presto ragazzi!

Cover story: Tomas Coppi

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