Dope DOD intervista: Siamo scarafaggi che invadono le vostre case

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Anche di persona, i tre Dope DOD, ovvero Dopey Rotten, Skits Vicious e Jay Reaper, risultano piuttosto inquietanti. Ma al contrario della loro immagine da film splatter, si rivelano delle persone piuttosto amichevoli. Li abbiamo incontrati nel corso della tranche italiana del loro tour, con cui stanno portando in giro per l’Europa il loro ultimo disco, “Da Roach”, che segue il successo dell’esordio “Branded“.

Gli scarafaggi non sono animali molto teneri, ma voi ne avete uno in copertina…
Già, perché lo scarafaggio come animale ci rappresenta bene: il nostro è un suono sporco, che potresti trovare nella tua soffitta, oppure dietro il tuo frigo. Se dovessimo descrivere la nostra musica, la vedremmo come un nido pieno di uova di scarafaggi pronte a schiudersi e a dare il via a un’invasione dei vostri palazzi.

Un’immagine inquietante. E, parlando di immagine, la vostra come gruppo è piuttosto forte. È una cosa importante, oggi, per fare musica?
Abbiamo un’immagine forte, ma non è qualcosa su cui abbiamo mai dovuto lavorare. Perché comunque ci presentiamo per quello che siamo, non abbiamo bisogno di fare finta. Non recitiamo, siamo proprio come ci vedete.

A proposito di recitazione, nei vostri brani ci sono molti riferimenti cinematografici: quanto sono importanti i film per la vostra musica?
Tantissimo. Con le loro atmosfere ci sono di ispirazione. E ci piace citarli perché parlarne ci permette di evocare tutta una serie di ambientazioni, di personaggi, di storie che arricchiscono i nostri pezzi.

“This is ain’t horrorcore, it’s a Stephen King’s thriller”: con questo verso di “Rocket” volevate sottolineare la distanza che c’è tra “Da Roach” e il vostro precedente lavoro, da molti etichettato come “horrorcore”?
In realtà quella rima non ha un vero significato, è più un gioco sull’ambiguità tra il termine horror e thriller. Ma il nostro modo di lavorare alla musica, in effetti, è cambiato rispetto ai tempi di “Branded”. “Da Roach” è più duro, meno immediato… potevamo dare alla gente quello che si aspettava, e invece abbiamo deciso di metterli alla prova. Ma siamo sicuri che i veri fan dei Dope DOD ci staranno dietro.

Quali brani di “Da Roach” pensate che finiranno in un futuro Dope DOD Greatest Hits?
Forse “Groove”, con Redman. E poi “Rocket“, perché quando la facciamo dal vivo il pubblico esplode.

A proposito di Redman, come siete finiti a collaborare con una vera leggenda dell’hip hop?
Lo abbiamo conosciuto in Olanda, facevamo da supporto a un suo live e ce lo hanno presentato dopo lo show. Si è dimostrato da subito disponibile e quando ha sentito la nostra roba si è preso così bene da dirci che voleva a ogni costo registrare qualcosa con noi.

In “Ash’n’dust” tornate a collaborare per la seconda volta con Sean Price, dopo “Psychosis”…
Sì, ormai Sean è più di un collaboratore, è un nostro amico!

Come descrivereste i tipici fan dei DOD?
Diversi tra loro, così come noi tre siamo diversi tra l’uno dall’altro. È difficile individuarli… proprio come gli scarafaggi, che quando accendi alla luce corrono a nascondersi e non sai più dove sono.

Marco Agustoni


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