Intervista a Zoltan Bathory dei Five Finger Death Punch: “Tutti possono avere successo, basta credere nei propri sogni”

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I Five Finger Death Punch sono passati da poco in Italia per un’unica data da headliner, lo scorso 6 giugno a Milano, inserita in un tour europeo che sta toccando le principali capitali del continente, oltre che i festival rock più prestigiosi. Poco prima del concerto, abbiamo incontrato Zoltan Bathory, storico chitarrista della formazione statunitense, che ci ha raccontato in che modo la band stia continuando il suo percorso in seguito alle difficoltà dei mesi scorsi (la “pausa forzata” del frontman Ivan Moody e i problemi legali con la precedente etichetta dei FFDP) e soprattutto a che punto è il successore dell’ultima fatica della band, “Got Your Six”. E tra una chiacchiera e l’altra abbiamo trovato anche il tempo per qualche riflessione sulle sorti del mondo e sull’importanza di non abbandonare mai i propri sogni.

Le difficoltà aiutano a crescere, soprattutto in una band
I Five Finger Death Punch sono a tutti gli effetti una delle formazioni più quotate nel metal moderno. Ma a partire dai ritmi serratissimi, tipici di una band di professionisti, le difficoltà che si possono incontrare sono diverse e spesso del tutto inaspettate. Il segreto è sapere come affrontarle. Con un pizzico di autoironia, magari. “Non ci accorgiamo quasi del passare del tempo. A volte mi capita di dire, “ah, ieri eravamo in Brasile” e in realtà era un mese fa. I ritmi sono talmente serrati che spesso non ricordo neanche cosa è successo la settimana prima. Viaggiamo in continuazione e siamo molto stressati per questo motivo, ma finalmente è un periodo in cui siamo sobri”. E sicuramente a Zoltan non manca la voglia di scherzare: “A volte cerchiamo di andare in giro a fare i turisti, ma non ce la facciamo proprio. Negli Stati Uniti ci divertiamo a fare una gag: mi mostrano le foto della facciata di un’arena, e cerco di indovinare il nome del palazzetto e la città in cui si trova. 99 su 100 non l’azzecco, ma se mi fanno vedere il retro le so tutte!”.

Scherzi a parte, il chitarrista si fa serio e ci svela qual è il segreto per la longevità di una band: la comunicazione. “Abbiamo capito che è fondamentale condividere tutto, anche e soprattutto i problemi per cercare di risolverli insieme, altrimenti è un casino e lo sappiamo bene”. E stare anche molto attenti a ciò che si dice, perché può segnare gli altri per sempre, ma al tempo stesso bisogna sforzarsi di essere il più trasparenti possibile. “In una band si passa oltre l’individuo, il bene comune è il bene supremo”. Un lavoraccio insomma, molto più complicato di quanto si possa immaginare. Soprattutto se poi ci si mette anche una situazione politica instabile, come dimostra quanto successo poco dopo l’esibizione della band al Rock am Ring, lo scorso 2 giugno. “Siamo stati gli ultimi a terminare il set. Io sono andato in hotel a farmi una doccia ma volevo tornare al festival per vedere i Rammstein. Poi mi hanno detto di rimanere dov’ero. So che l’evacuazione è stata molto ordinata, senza scene di panico”. Zoltan, che come avremo modo di vedere è molto sensibile a queste tematiche, si è lasciato andare a qualche considerazione sul terrorismo: “La definizione più azzeccata secondo me è guerra asimmetrica. Loro conoscono noi, ma noi non sappiamo assolutamente chi siano loro, lo trovo molto ingiusto. Ma tuttavia, ci attaccano. Al tempo stesso però, non puoi startene in casa con le mani in mano o nasconderti. L’unica cosa che possiamo fare è aumentare la sicurezza e soprattutto non mettere in pericolo i nostri fan”. Per questo quanto successo a Nürburgring non è stato un eccesso di zelo, ma un atto dovuto. Così come l’annullamento del concerto a Milano nel novembre del 2015.

Il seguito di “Got Your Six” e… Eminem
Sono passati quasi due anni da “Got Your Six”, l’ultimo lavoro dei FFDP. A che punto sarà quindi il nuovo album? “È già registrato e l’abbiamo consegnato alla nostra nuova casa discografica lo scorso dicembre. Ma su come suona non ti dico nulla, sarà una sorpresa” . Com’è noto, la band ha avuto qualche screzio con la sua precedente etichetta, la Prospect Park, che ha portato a rescindere il contratto in essere in anticipo e a un’intricata causa legale. La situazione quindi non è ancora del tutto pacifica, e sta portando qualche ritardo nella pubblicazione del disco numero sette. “Stiamo aspettando che la situazione si smuova legalmente, poi saremo pronti”. Nel frattempo però i Nostri hanno trovato il modo per ammazzare il tempo “facciamo il maggior numero di live possibili”. E soprattutto, dopo collaborazioni prestigiose con personaggi come Rob Halford, Zoltan ha le idee ben chiare su chi vorrebbe come ospite in uno dei prossimi dischi dei Five Finger Death Punch. “A me piacerebbe lavorare con Eminem, adoro il suo stile e ha qualcosa di speciale. Sarebbe interessante unire le forze prima o poi”. Ma al chitarrista non piace programmare le cose a tavolino: “se mai dovessi incontrarlo mi piacerebbe che saltasse fuori in modo naturale, del tipo, “ehi, facciamo una canzone insieme”. Proprio come è successo con Halford. “Dire che è stata un’esperienza interessante è poco. Lavorare con uno degli idoli della tua adolescenza non capita tutti i giorni. E adesso siamo pure amici!”.

The Home Deployment Project e l’impegno nel sociale
Zoltan Bathory è noto non solo per le sue doti alla sei corde, ma anche per l’interesse attivo in tutto quello che concerne la politica e il sociale. Infatti è tra i fondatori del The Home Deployment Project, organizzazione no profit che si occupa di supportare le famiglie dei poliziotti caduti e i veterani di guerra. “Sia i poliziotti che i soldati fanno un lavoro che purtroppo è necessario. Al mondo ci sono tutti i tipi di criminali e le forze dell’ordine sono una necessità perché la società continui a funzionare”. E l’esistenza di queste figure è un riflesso della società stessa. “Sarei ben felice se non ci fossero delitti o guerre, ma è un’utopia. Facendo un lavoro che né tu né io vogliamo fare, queste persone ci permettono però di essere quello che desideriamo e spesso non pensiamo neanche che devono sempre convivere con il fatto che ogni giorno può essere il loro ultimo. È proprio questo il più grande insegnamento che questi uomini straordinari mi hanno lasciato. L’Home Deployment Project è il mio modo per onorarli. Senza di loro saremmo ancora all’età della pietra, al caos. Per questo meritano il nostro rispetto assoluto”.

La musica come maestra di vita
Dopo questo discorso, mi è venuta un’altra curiosità: se le forze dell’ordine hanno insegnato tanto a Zoltan, che cosa potrà mai avergli lasciato la musica? “Una flessibilità estrema e un altrettanto ciclopica capacità di recupero”. E prosegue: “La più grande lezione sul successo è che tutti possono averlo. Quando sei giovane hai tante idee e ti riproponi di diventare qualcosa di speciale da grande. Ma la maggior parte delle persone non segue questi sogni. Però coloro che non abbandonano i propri sogni, e che non ascoltano chi consiglia loro di andare a cercarsi un vero lavoro, sono quelli che avranno successo nella vita, prima o poi. Sono arrivato negli USA con  solo una valigia e una chitarra, ma ero pieno di speranza. Tutti mi dicevano sei pazzo, non ce la farai mai. Ma non li ho ascoltati e non ho mollato”. Insomma, vale sempre il vecchio adagio “non essere il sogno di qualcun altro, ma il tuo”. “Lo so che è difficile, ma proprio per questo non ci riescono tutti. Se guardi al passato, la prima persona che ha detto che la Terra non era al centro dell’Universo è stata derisa da tutti, ma aveva ragione. Per questo bisogna sempre difendere le proprie ragioni e i propri sogni”.

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