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Flowers Festival, l’intervista al direttore artistico Fabrizio Gargarone

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Flowers Festival spegne la sua quarta candelina e anche questa volta torna negli spazi dell’ex Manicomio di Collegno, confermando il sodalizio con la location che lo ospita dal primo anno. Abbiamo raggiunto Fabrizio Gargarone, direttore artistico della kermesse piemontese, che ci ha raccontato qualche dettaglio in più sulla nuova edizione.

In che modo Flowers Festival si pone in relazione con il territorio?
Flowers è solo l’ultimo momento di un percorso esemplare quale il riuso nobile di uno spazio di reclusione. Dall’entrata in vigore della Legge Basaglia che chiuse tutti i manicomi italiani tra cui il più celebre, quello di Collegno, l’amministrazione della Città decise di restituire quegli spazi immensi attraverso uno strumento oggi in disuso: la cultura. Dopo timidi esperimenti toccò al concerto di Severino Gazzelloni “aprire” ai cittadini gli spazi dell’ex manicomio nel 1980. Quello fu il primo grande evento a inaugurare una serie che dura ininterrottamente fino ad oggi. L’elenco dei grandi artisti che si sono esibiti in quello spazio è sterminato e di grande qualità: da Dylan a Jovanotti, da Byrne alla O’Connor e così via. La lineup di questa quarta edizione vede la totale predominanza della scena nostrana contemporanea di cui si fanno portavoce in maniera assoluta i generi di rap e trap, in cima alle classifiche nell’ultimo periodo.

Dovendosi relazionare con il panorama musicale attuale, quali sono stati i criteri di selezione che hai utilizzato in quanto direttore artistico della manifestazione?
Questa edizione è chiaramente Pop. Il genere è piuttosto relativo perché vista da vicino la scena rap e trap (con rare eccezioni ovviamente) ha tutti gli ingredienti del rassicurante Pop italiano. A guardare bene la lineup si scorge anche qualche forza centrifuga come Willy o Lo Stato, Alborosie e Motta, o Noyze ma la fotografia di insieme è Pop. Questo è oggi la musica italiana che vende i dischi e fa pubblico nel bene e nel male, piaccia o meno. Però questa è anche una nuova scena, o almeno ne ha molte caratteristiche. Il mio criterio di selezione non è altro che il punto di arrivo di qualcosa già intravisto negli anni precedenti e che si è manifestato nel modo più chiaro al grande pubblico all’ultimo concerto del Primo Maggio a Roma.

Dopo la partecipazione di artisti del calibro di Pixies, Patti Smith e Einstürzende Neubauten, quest’anno Flowers Festival non esce dai confini italiani, ad eccezione della preview con Cat Power. C’è un motivo particolare che ha portato a questo risultato?
Il primo motivo reale è quello economico. Il mercato italiano non è in grado di reggere le richieste economiche di mercato degli artisti stranieri. Questo è un dato di fatto. Ad eccezione dei due grandi gruppi multinazionali che governano il mercato italiano del live, nessuno è in grado di portare oggi artisti di prima fascia. Le eccezioni ci sono, certo, come Einsturzende o Patti o il punk in genere, ma sono eccezioni. Quindi, quando si programma un festival per non perdere tempo bisogna essere anche realisti. Certi nomi sono irraggiungibili per una venue da 5000 posti come il Flowers. Poi magari hai il nome perfetto ma non hai il periodo giusto. A volte riesci a inventare, come ho fatto con Cat Power o lo scorso anno con la Galas, a volte no. Certo che il mercato nazionale è più semplice, anche se i costi si stanno allineando a quelli del mercato estero.

Anche quest’anno Flowers non è solo musica ma anche eventi speciali e performance. Cosa ci aspetterà nella programmazione extra-concerti in questa quarta edizione?
Tutta la parte dedicata ai quarant’anni della Basaglia. Che è fatta di spettacoli teatralmusicali (Giovanni Lindo e Eugenio in Via di Gioia, educational sul ruolo (anche) positivo dell’informazione, incontri con Pierpaolo Capovilla, Vanessa Roghi sul ruolo degli intellettuali (e sulla loro apparente scomparsa) come Basaglia.

Ci sono dei modelli virtuosi di eventi italiani o internazionali che ti hanno ispirato nel costruire Flowers Festival anno dopo anno?
L’Italia è ancora alla ricerca di una sua formula specifica di festival dopo i fallimenti dell’importazione di modelli americani o nordeuropei. Seguo con interesse i festival esperienziali, quelli in cui una lineup media si sposa però con un motivo importante (paesaggistico, politico, sociale). Penso ad Apolide, o al vecchio Balla coi Cinghiali o il Festival Notav di Venaus.

In un momento così delicato per il mondo degli eventi, che cosa vedi nel futuro di Flowers Festival?
Il futuro è molto incerto. Come vediamo i due gruppi egemoni hanno dato vita a festival di loro proprietà sparsi per l’Italia. I piccoli festival sono in gran parte scomparsi per le nuove normative sulla sicurezza. Poi ci sono festival indipendenti come Flowers che hanno una programmazione spesso simile. Ecco, in futuro vedo il consolidamento di una rete di fatto di festival Indie. Detto così è semplice ma questo gioco funziona se anche gli artisti decidono in prima persona di sostenerlo. E quel tipo di artista oggi lo conti sulle dita di una mano.

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