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Intervista agli Arcane Roots: “Ci piacciono le cose complicate, non ci fermeremo qui”

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Gli Arcane Roots sono attualmente in giro per l’Europa per promuovere il loro nuovo disco, “Melancholia Hymns”. Quanto lo abbiamo apprezzato potete leggerlo qui, quanto ci è piaciuto il loro recente concerto di Milano potete dedurlo da quello che abbiamo scritto qui.

Estasiati dalla loro proposta in studio e dal vivo, abbiamo cercato di scoprire se Andrew Groves, Adam Burton e Jack Wrench abbiano intenzione di mantenere la loro implicita promessa di una carriera senza compromessi.

So che con “Melancholia Hymns” avete cambiato il vostro songwriting e, forse, addirittura il vostro modo di vedere un album. Qual è stata la parte più difficile dell’intero processo di creazione e perché completare questo disco ha richiesto così tanto tempo?

Abbiamo certamente cambiato approccio. Abbiamo visto questo nostro lavoro come un pezzo unico. Volevamo creare qualcosa di organico, che fosse naturale ascoltare traccia dopo traccia, come un flusso. Nessuna pausa, ma soprattutto nessuna tentazione di saltare alla traccia successiva. Era la nostra speranza: che il disco venisse ascoltato sempre nella sua interezza.
Così abbiamo cercato di scrivere pezzi che fossero strettamente connessi tra di loro, ogni traccia legata alla successiva. In passato abbiamo fatto qualcosa di simile, ma al massimo su un paio di tracce, mai su una release intera. In più, abbiamo aggiunto molti elementi, soprattutto suoni elettronici. Tutti quei sintetizzatori sono stati una bella sfida, qualcosa che non avevamo mai fatto prima. La parte più difficile è stata amalgamare questi nuovi elementi con quello che è sempre stata la nostra musica. Sarà ancor più dura abituarci totalmente a tutte queste novità.

So che è ormai diventata la tagline delle vostre interviste per promuovere il disco: “Non ci importa di essere catalogati come una rock band, vogliamo essere una grande band”. Ma è davvero così? Voglio dire, sareste disposti a staccarvi totalmente dal rock?

No, non credo. In “Melancholia Hymns” abbiamo comunque mantenuto un certo equilibrio tra le nuove linee melodiche e la nostra solita aggressività. Semplicemente non ci interessano le etichette. Non ci importa cosa la gente pensa che una rock band dovrebbe suonare. E non volevamo neanche che la nostra venisse descritta come la solita “svolta elettronica”. O per meglio dire non ce ne siamo interessati. Non abbiamo scelto di essere meno rock, abbiamo deciso di puntare alla grandezza, di fare il miglior disco che potessimo fare e di non lasciarci limitare da nulla.

Idealmente è ciò che ogni amante della musica vorrebbe sentirsi dire da dei musicisti, questo vi rende onore. Ma avete anche pensato a dove vorreste arrivare? Nel senso: per ambire al vertice della catena alimentare c’è bisogno di accettare compromessi, purtroppo è così. Non si arriva dove sono arrivati i Muse facendo tutto di testa propria. Sareste disposti a cambiare per questo?

Siamo una band molto particolare, ci rendiamo conto che questo oltre ad essere il nostro orgoglio può essere anche il nostro limite a livello commerciale. Ma siamo molto legati a questa nostra indipendenza. Più ottieni successo, più il tuo nome diventa enorme, più è facile perdere il controllo sulla tua arte. Non riusciamo a vederci in questo momento come gli headliner dei festival futuri. Quando parliamo della “grandezza” a cui aspiriamo non ci riferiamo a quello. Ci piace la nostra dimensione da live club e soprattutto la nostra libertà in studio.

Quindi se domani dovesse arrivare una major, con un contratto stratosferico in mano…

[Ride] Ok, in quel caso forse potremmo sederci tutti e tre ad un tavolo e decidere del nostro futuro. Ma per adesso è uno scenario davvero lontano e va bene così. Non saremmo mai riusciti a pubblicare “Melancholia Hymns” diversamente.

E per riuscirci avete fatto qualcosa che nessuno ormai fa più: avete studiato. Molto. Quanto è importante per voi? Pensate che sarà sempre così nel resto della vostra carriera?

Di sicuro non siamo musicisti pigri. Ci piacciono le cose complicate, muoverci verso nuovi suoni, nuovi strumenti. Di sicuro non ci fermeremo a questo, ci espanderemo ancora.

Per esempio avete già valutato la possibilità di non restare un power trio? Perché non aggiungere nuovi membri alla band?

Questo è molto difficile. In parte anche non necessario per ora, perché abbiamo un nostro equilibrio interno. Però per il futuro siamo aperti a qualunque cosa. Magari non aggiungeremo un membro fisso, ma non ci dispiacerebbe suonare con una piccola orchestra, per esempio. Nell’ottica di una continua sperimentazione non possiamo escluderlo, ma per adesso ci sentiamo completi come un trio e resteremo un trio.

Un trio che in realtà un paio di anni fa divenne un duo, fino all’arrivo di Jack Wrench (batterista che ha preso il posto di Daryl Atkins, nrd). Mi pare di percepire che sia stato un innesto fruttuoso il suo.

Oh sì, Jack è stato eccezionale fin dall’inizio. Non eravamo sicuri sarebbe andato tutto così bene tra di noi a livello di intesa. Lui è nato negli anni Novanta e in questi contesti la differenza d’età può creare divari importanti a livello di sensibilità musicale, ma in questo caso siamo stati fortunatissimi perché Jack ha i nostri stessi gusti. Ci siamo capiti fin dal principio, è stata una benedizione. In più è un batterista straordinario.

Assolutamente. Quindi oltre ad essere una band siete anche grandi amici. Questo vi aiuta nella vostra vita in tour?

È essenziale. Ci piace molto andare in giro per il mondo a suonare i nostri pezzi, ma in un tour non è sempre tutto facile e perfetto come si potrebbe pensare. Noi tre fortunatamente amiamo goderci ogni fermata del viaggio, visitare i posti, scoprire cose nuove, anche solo semplicemente fare una passeggiata in giornata. Questo è l’aspetto che rende il nostro lavoro così bello, quello che eclissa ogni eventuale aspetto negativo.

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