Intervista con Giancarlo Berardi, ideatore di The Jimi Hendrix Revolution

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Che senso ha parlare oggi di Jimi Hendrix? Può sembrare una domanda stupida e provocatoria, ma non lo è. In un epoca in cui il messaggio ha perso sempre più forza vitale e in cui ci accontentiamo di artisti di plastica da gettare nel cestino ad ogni nuovo inizio di stagione televisiva, forse è bene farsi domande di questo tipo.

Esattamente cinquant’anni fa, Jimi Hendrix atterrava nel nostro Paese per la prima volta, portando con sé quella ventata rivoluzionaria con cui aveva sconvolto il Regno Unito, prima ancora della natia Seattle. Per celebrare l’anniversario, ma soprattutto per fare nuova luce su una figura per molti versi ancora oscura, nasce lo spettacolo teatrale The Jimi Hendrix Revolution, in scena al Teatro Della Luna di Assago il prossimo 23 marzo.

Giancarlo Berardi, ideatore e regista dello show, nonché creatore delle serie Ken Parker e Julia, crede fortemente che il messaggio di Jimi sia rimasto immutato nel tempo: “Abbiamo il dovere di parlarne, perché Hendrix è stato un rivoluzionario pacifico, che invece di usare i mitra ha usato la chitarra, ottenendo molti più risultati rispetto ai guerrafondai di oggi e di ieri. Credo fortemente che anche oggi ci sia bisogna di una rivoluzione: ogni generazione dovrebbe impegnarsi in questo senso, perché ha il diritto naturale di ribellarsi contro il sistema”.

Non le manda a dire Berardi, forse perché lui, che da ragazzo visse in prima linea il ’68, quel messaggio ce l’ha tatuato sulla pelle: “Le band degli anni sessanta, a cominciare dai Beatles, spesso hanno scardinato i sistemi. Penso all’Unione Sovietica, dove l’opposizione ascoltava di nascosto i loro dischi, incisi sulle lastre dei polmoni, perché quello era l’unico modo per poterli ascoltare. Quasi come i carbonari. Hendrix ha fatto tutto questo, aggiungendo la rivoluzione dell’aspetto.” E aggiunge: “La sua ribellione, che fu estetica, culturale e musicale, all’epoca dava forma e sostanza ai sentimenti di noi ragazzi. Oggi abbiamo una generazione di giovani un po’ rattrappita, perché sono stati in qualche modo ipnotizzati dalla tecnologia, dalla mancanza di ideali. Penso quindi che Hendrix possa essere una scossa, un modo per conoscere un passato a noi molto vicino che può ancora ispirare il presente, per cambiare il futuro”.

Lo spettacolo non vuole dunque essere un semplice omaggio ad un grande della musica popolare del ‘900, ma si prefigge lo scopo di mettere in luce aspetti poco noti di Hendrix, molto spesso considerato “solo” il più creativo chitarrista della storia del rock. “Hendrix era un pugno nello stomaco in grado di tirare fuori i sentimenti più animaleschi, quelli che non osavamo confessare nemmeno a noi stessi. Era un puro, perché era naturale. Era uno tutto sommato anche naïf, veniva dall’ambiente dei neri americani, ma era stato nell’esercito. Aveva già ricevuto molte fregature, ma non aveva perso la sua innocenza. Se ascolti le sue interviste a occhi chiusi, ti sembra di sentir parlare un uomo di sessant’anni, mentre ne aveva meno di ventisette. Aveva sentimenti profondissimi sulla vita, sulla morte, sulle razze e sulla guerra”.

Hendrix, soprattutto, era un grande autore di canzoni, in cui la chitarra, può sembrare paradossale, ma era sempre al servizio del songwriting: “Ha scritto pezzi pazzeschi. Questo discorso della tecnica chitarristica è inevitabile, tanto che è accettato da chiunque che esista un prima e un dopo Hendrix, però è assolutamente riduttivo. Anche in questo senso, invito chiunque ad approfondire l’uomo, perché solo così è possibile cogliere ogni aspetto del suo genio musicale. È anche per questo che abbiamo messo in piedi questo spettacolo, perché vogliamo portarlo alla luce, alla gente. Far parlare Jimi con la sua voce, affiancandola ai suoi pezzi musicali e a un pittore che, nel corso dello spettacolo, ne creerà un ritratto di due metri per due. È emozionante per noi che lo facciamo, quindi per osmosi lo diventa anche per il pubblico. Come sai, io nella vita faccio altro, sono sceneggiatore e autore di Ken Parker e Julia, e so benissimo che quando mi emoziono nello scrivere qualcosa, allora è la volta che si emozionerà anche il lettore. E so per certo che questo succederà con The Jimi Hendrix Revolution”. Insomma, ecco perché, a cinquant’anni dal suo passaggio in Italia, abbia ancora senso parlare di una figura che non smetterà mai di affascinare chiunque si definisca amante dell’arte.

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