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Intervista ad Harry Waters: il jazz è la sfida più impegnativa

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L’appuntamento con la settima edizione del Pink Floyd Day è fissato per il 29 settembre prossimo a Trento, presso il Teatro Auditorium S.Chiara. Quest’anno ad impreziosire la manifestazione ci sarà anche una presenza d’eccezione: Harry Waters, figlio d’arte della mente dell’iconica band inglese. Per la prima volta in Italia assieme al suo fidato compagno artistico Larry McNelly, il tastierista e figlio di Roger Waters presenterà il suo primo lavoro dal titolo “McNelly-Waters”. Lo abbiamo incontrato per un’intervista su questo e sugli altri progetti in cantiere.

Buon giorno Harry, è un onore poterti incontrare. Congratulazioni per il nuovo album! Come è nato questo nuovo progetto con Larry John McNally?
Ci siamo incontrati ad una festa di Greg Wells, produttore e nostro amico comune. Qualcuno stava suonando un organo da chiesa digitale, che Greg aveva recentemente installato. Larry adora il B3, così una persona pensò di presentarci, dato che io lo suono. Abbiamo iniziato a parlare di musica, scoprendo di avere grandi affinità sull’argomento.

Durante la tua carriera hai collaborato a diversi progetti molto diversi tra loro, mostrando la tua poliedrica versatilità in ambito musicale. Hai preso parte ai monumentali show di tuo padre Roger, alla tournée di Marianne Faithfull e degli Ozric Tentacles, successivamente hai registrato un album jazz con la tua band omonima. Hai poi suonato con artisti del calibro di Eddie Vedder, Tom Jones e Nick Cave, solo per citarne alcuni. Dove ti sei trovato più a tuo agio?
La musica Jazz è probabilmente la sfida più impegnativa per me. Tra tutti i generi che suono, trovo che sia la più aperta ed entusiasmante. Sei libero di creare musica sul posto, ma questa se da un lato ti apre le porte alla grandezza del suo sviluppo, dall’altro non si presenta priva di rischi. Se hai una serata storta quando suoni jazz, ti senti molto peggio che durante la performance di un concerto Rock n Roll notturno.

C’è un momento, un particolare aneddoto, che ti piacerebbe condividere con i nostri lettori?
Ricordo di aver incontrato Little Richard, quando avevo circa 13 anni, era il mio eroe all’epoca. Sono andato a vedere la reunion degli anni ’50 con Jerry Lee Lewis, Little Richard, Bobby McVee e un gruppo di altri artisti degli anni 50. È stato incredibilmente emozionante vederlo suonare, dopo essere stato un suo fan così appassionato per così tanto tempo. Dopo il concerto l’ho incontrato nel backstage ed è stato molto commovente per me.

Tu e McNally sarete in Italia in occasione del Pink Floyd’s Day. Avevi solo 3 anni quando The Wall è stato pubblicato. Come è stato da bambino crescere circondato dal mondo psichedelico dei Pink Floyd? E come pensi abbia influenzato la tua carriera artistica?
Da ragazzo ascoltavo solo The Wall. Non mi sono avvicinato al resto del catalogo dei Pink Floyd fino all’età di circa 18 anni. Sono stato molto più influenzato in quei primi anni dalla musica pop degli anni ’50 e ’60, come Buddy Holly, Gene Vincent, Little Richard ecc. I Beach Boys sono stati la band, che mi ha davvero fatto perder la testa per la prima volta durante la mia gioventù, esercitando l’influenza di maggior impatto.

Durante la tua tournée con tuo padre Roger, suonando le sue canzoni e la musica dei Pink Floyd, c’è mai stata una partitura della musica composta da Richard Wright, che forse avresti avuto il piacere di aver scritto tu stesso o che avresti desiderato riscrivere?
Non penso che ci sia nulla che avrei riscritto, la sua sequenza di accordi per Great Gig è semplicemente perfetta e molto piacevole da suonare. Sono sicuro che molti fan avrebbero voluto averlo scritto loro stessi.

Cosa significa per te il Jazz?
Adoro quella musica così tanto. Ha una tale libertà, che non trovi in nessun altro genere. C’è sempre un senso di eccitazione nell’ascolto del jazz, che ascolti per la prima volta. Un assolo ben fatto può essere la cosa più sublime del mondo, ma può anche farti sentire vuoto e insoddisfatto se qualcosa non va. È una cosa abbastanza intangibile da descrivere, come la musica ci influenza in modi diversi.

Tu risiedi sia a Londra che a Los Angeles. Come’è lavorare in queste città e come influisce sulla tua vita e sulla tua pratica professionale?
Vivo principalmente negli Stati Uniti. Vado a casa in Gran Bretagna solo per l’estate, quindi lavoro quasi esclusivamente a Los Angeles. Trascorro le mie giornate componendo oppure, se non sono impegnato su un progetto, esercitandomi al piano. Studio moltissima tecnica classica al momento, Hanon, Czerny, Chopin ecc. E sto imparando nuovi pezzi.
In questo periodo sto esercitando la rotazione del polso per aumentare la velocità nella mia mano sinistra.

Intervista a cura di Elena Arzani

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