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Intervista a Omar Pedrini: “Il tour celebrativo di Viaggio Senza Vento non poteva che concludersi a Milano”

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Omar Pedrini non è solo una delle ultime rockstar del nostro Paese, ma soprattutto è una di quelle persone che basta incrociare anche una sola volta nella vita per innamorarsene perdutamente. Il prossimo 2 dicembre l’ex leader dei Timoria terrà al Fabrique di Milano l’ultima data del tour celebrativo di “Viaggio Senza Vento”, ma non dovete pensare che si tratti di un semplice concerto. Nell’arco di una notte, Omar non vi farà rivivere solo una delle pietre miliari del nostro panorama musicale, ma vi porterà con sé in un viaggio lungo tutta la storia del rock. Se pensate che a un concerto rock non si possa leggere un libro, assistere alla proiezione di un documentario su Ferlinghetti e, allo stesso tempo, perdere ogni tipo di inibizione, allora non avete capito con chi avete a che fare. Perché Omar è tutto e il contrario di tutto, ragione e sentimento. Perché il messaggio è fondamentale ma, come diceva James Brown, “se su Sex Machine non ti viene voglia di muoverti, allora sei morto e nessuno te l’ha ancora detto”.

Hai deciso di chiudere quest’avventura a Milano, la città in cui vivi da vent’anni. Un paio d’anni fa le dedicasti un brano che mi fa sempre pensare a “L.A. Woman” dei Doors. Come Morrison ti rivolgi a Milano un po’ come a una città e un po’ come ad una donna, fino a che le cose diventano indistinguibili.
Sono lusingato del parallelo, tanto che anche Morrison non era di L.A., ma riuscì a dipingerne meglio di chiunque altro tutti gli aspetti, sia quelli positivi che quelli più controversi. Un’altra fonte d’ispirazione per quel brano è stato La Città Che Sale di Umberto Boccioni. Come me, Boccioni non era di Milano, ma ha finito per dipingere il quadro più celebre che la riguarda. Milano è il simbolo di tutto questo, un po’ come New York: i milanesi non esistono, ma paradossalmente lo diventa chiunque ci mette piede. Io ho provato a raccontarla per come la vidi la prima volta da adolescente dai gradini della Stazione Centrale. Per questo un tour così significativo non poteva che concludersi qui.

Un tour sviluppatosi in modo molto differente da quello che avevi immaginato. Mai la parola work in progress fu più adatta per descrivere quelle che avrebbero dovuto essere otto date e si sono trasformate in quasi cinquanta.
Sarebbe dovuto durare due mesi, siamo arrivati a nove. Non starebbe a me dirlo, ma è anche vero che la falsa modestia è la scienza degli imbecilli, quindi mi permetto di godermi un momento di vera felicità. Le richieste sono state continue, in molte città siamo stati costretti a raddoppiare le date e abbiamo chiuso con una serie di sold out che non ricordavo da tempo. Una grande attenzione quindi non verso Omar, o comunque non solo, ma soprattutto verso questo disco e verso ciò che ha rappresentato.

Proprio per questo la sensazione è che difficilmente tu possa ripetere un’operazione del genere, perché per te l’elemento della spontaneità resta portante.
Quello che ti posso dire è che non sarà una cosa nostalgica. È nata con lo stesso spirito del tour: inizialmente avrebbe dovuto essere un concerto, poi si è trasformato in un happening in cui si alterneranno arte, letteratura e musica. Non è un’operazione nostalgica, mi sarei sentito vecchio. Questo viaggio è vivo più che mai, tanto che tra i tanti ospiti ne abbiamo scelto uno per decennio. L’ultimo ad accogliere l’invito è stato Ensi. Qualcuno dirà che, scegliendo un rapper, salgo sul carro del vincitore: si dimenticano forse che i Timoria furono i primi anche nel contaminare i due generi, a collaborare con i 99 Posse e un imberbe J Ax. Sarà una festa senza età anagrafica, dove si andrà da mia figlia di sei anni al documentario sul mio amico Ferlinghetti, fresco centenario.

Ferlinghetti era un mito per Jim Morrison. Tu hai avuto l’onore di diventare suo amico. Matteo Guarnaccia, presente a Milano e autore del libro Sciamani, in qualche modo può rappresentare l’anello di congiunzione tra te, Jim Morrison e Ferlinghetti.
Direi proprio di sì. La psichedelia è il grosso insieme che ci comprende tutti. Ho collaborato anche con Alexander Jodorosky, oltre che con Ferlinghetti e la psichedelia visiva che ci unisce è proprio quella di Mattero Guarnaccia. Senza dimenticare che Matteo ha lavorato sia con i Timoria che con i Byrds, così per dire…

Ho sempre pensato a “El Topo Grand Hotel” come al vostro “Nevermind” e a “Un Aldo Qualunque Sul Treno Magico” come a “In Utero”. Seguendo questa suggestione, “Viaggio Senza Vento” cosa sarebbe?
Mi piace molto il paragone tra “Un Aldo Qualunque” e “In Utero”, ma credo che “El Topo” resti l’album più psichedelico che abbia mai composto in vita mia. Però se parliamo di vendite ed esposizione mediatica ci può stare. Sicuramente “Senza Vento” in Italia ha rappresentato qualcosa di molto simile a “Smells Like Teen Spirit”, perché ha aperto le porte delle radio commerciali a una musica che prima non veniva considerata. Se però vogliamo considerare “El Topo” come al “Nevermind” dei Timoria, allora “Viaggio Senza Vento” potrebbe essere il nostro “Tommy” o il nostro “Arbeit Macht Frei”. Gianni Sassi della Cramps, che per gli amici era Frankenstein, collaborò con noi poco prima di morire. Non l’ho mai detto a nessuno, ma il brano “Frankenstein” su “Viaggio Senza Vento” è proprio un omaggio a Gianni.

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